Cassazione Civile- Sezione III, Sentenza 30-05-2015, n. 13328

Sussiste la responsabilità del medico nel caso di evitabilità del danno

Il medico, per andare esente da colpa, deve dimostrare in concreto la imprevedibilità e inevitabilità dell'evento.

Chi agisce in giudizio per far valere il diritto al risarcimento del danno ha l'onere di individuare i singoli pregiudizi dei quali chiede il ristoro, non assumendo valore la generica richiesta dei danni "subiti e subendi".

Per di più, nel campo giuridico, o il peggioramento delle condizioni del paziente era prevedibile e quindi evitabile e, pertanto, ascrivibile a colpa medica, o tale peggioramento non era prevedibile oppure evitabile, costituendo, in tal caso, una causa di non punibilità di cui all'art. 1218 c.c.. 

Nell'ambito giuridico, infatti, l'evento dannoso, quale complicanza dell'intervento, assume rilevanza solo ove lo stesso costituisca una causa di non punibilità, a nulla rilevando se lo stesso rientri nella classificazione clinica delle complicanze.

Pertanto il medico andrà esente da colpa solo ove dimostri che nel caso concreto la complicanza  era imprevedibile e inevitabile.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

 

1.  Nel 1997         Am. Ev.  convenne dinanzi al Tribunale di Roma due  medici  (       Gu. Ma.  e       Ca. It. )  e  due  societa' commerciali, gestori di altrettante cliniche (Casa di Cura  Nomentana s.r.l. e Ars Medica s.r.l.). Ne chiese la condanna al risarcimento dei danni patiti in conseguenza di due interventi agli occhi: (a) un intervento di epicheratofachia all'occhio destro, eseguito  da      Ca. It.  nel 1988 nella clinica gestita dalla Ars Medica; (b) un intervento di cheratomileusi all'occhio sinistro, eseguito  da       Ca. It.   e       Gu. Ma.  nel 1989 nella  clinica  gestita dalla Casa di Cura Nomentana.

 

 2.  Ambedue i convenuti si costituirono e, oltre a negare la  propria responsabilita', chiamarono in causa i rispettivi assicuratori  della responsabilita'  civile:       Ca. It.  chiamo'  in  causa  la  Gan Italia s.p.a. e       Gu. Ma.  la Milano Assicurazioni s.p.a..

 

3.  Il Tribunale di Roma con sentenza 10.7.2001 n. 26600 rigetto'  la domanda. La sentenza venne appellata da         Am. Ev. . Nel  corso  del giudizio d'appello decedette       Ca. It. ,  e  la causa  venne  riassunta  nei confronti delle  sue  eredi,   De. Me.     Li.  e          Ca. Cr. . La Corte d'appello di Roma: -)  con sentenza non definitiva 4.6.2009 n. 2334 confermo' il rigetto della  domanda  attorea nei confronti delle eredi     Ca. ,  mentre accolse  la domanda nei confronti di       Gu. Ma. , rimettendo  la causa sul ruolo per la determinazione del quantum; -)  con  sentenza  definitiva n. 155 del 2012 liquido'  il  danno  in 35.000 euro, oltre accessori; dichiaro' "non doversi disporre"  sulla pretesa  di        Gu. Ma.  nei confronti del proprio assicuratore, per non avere       Gu. Ma.  proposto un appello incidentale avente ad oggetto la propria domanda di garanzia.

 

4.  Ambedue le sentenze sono state impugnate da       Gu. Ma.   con quattro motivi di ricorso. Ha  resistito con controricorso         Am. Ev. , che  ha  altresi' proposto ricorso incidentale fondato su tre motivi. A  tale  ricorso  incidentale hanno resistito con  controricorso  sia       Gu. Ma.  che la Casa di cura Nomentana.

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

 

1. Il primo motivo del ricorso principale.

 

1.1.  Col  primo motivo di ricorso       Gu. Ma.  sostiene  che  la sentenza impugnata n. 2334/09 (quella non definitiva) sarebbe incorsa in un vizio di motivazione, ai sensi dell'articolo 360 c.p.c., n. 5. Espone,  al  riguardo,  che la Corte d'appello  avrebbe  erroneamente ritenuto esistente il nesso di causa tra l'intervento da lui eseguito e il danno lamentato dalla paziente.

 

1.2. I motivo e' inammissibile. Com'e'  noto,  il  vizio di omessa, insufficiente  o  contraddittoria motivazione  sussiste  solo quando nel ragionamento  del  giudice  di merito  sia riscontrabile il mancato o insufficiente esame  di  punti decisivi  della controversia, ovvero un insanabile contrasto  tra  le argomentazioni adottate, tale da non consentire l'identificazione del procedimento logico giuridico posto a base della decisione. E'  altresi'  noto  che  il giudice di merito al  fine  di  adempiere all'obbligo  della motivazione non e' tenuto a valutare singolarmente tutte le risultanze processuali e a confutare tutte le argomentazioni prospettate  dalle parti, ma e' invece sufficiente  che,  dopo  avere vagliato  le une e le altre nel loro complesso, indichi gli  elementi sui   quali  intende  fondare  il  proprio  convincimento,  dovendosi ritenere  disattesi,  per  implicito,  tutti  gli  altri  rilievi   e circostanze   che,   sebbene  non  menzionati  specificamente,   sono logicamente incompatibili con la decisione adottata. E',  infine,  noto che la Corte di Cassazione non  ha  il  potere  di riesaminare  e  valutare il merito della causa,  ma  solo  quello  di controllare,  sotto  il profilo logico formale  e  della  correttezza giuridica, l'esame e la valutazione del giudice del merito. Da  questi  principi  pacifici discende che  non  puo'  chiedersi  al giudice  di  legittimita'  una valutazione delle  prove  ulteriore  e diversa  rispetto  a  quella  adottata  dal  giudice  di  merito.  Il sindacato  della  Corte  e'  limitato a valutare  se  la  motivazione adottata   dal   giudice   di  merito  sia  esistente,   coerente   e consequenziale: accertati tali requisiti, nulla rileva che  le  prove raccolte si sarebbero potute teoricamente valutare in altro modo. Nel caso  di  specie la Corte d'appello ha dedicato ben tre pagine  della motivazione  (pp.  12-15) della sentenza 2334/09 a  spiegare  perche' dovesse  ritenersi  sussistente il nesso di causa  tra  l'operato  di       Gu. Ma.  ed i danni patiti da         Am. Ev. . Ha  spiegato che il solo dato del rinnovo della patente chiesto dalla paziente  non  dimostrasse di per se' che fosse in grado  di  guidare l'automobile  (e  quindi  che l'intervento  di  cheratomileusi  fosse riuscito); ha riferito che l'intervento cui la paziente si  sottopose un   anno  dopo  quello  eseguito  dal  convenuto    Gu.   era  una conseguenza di quest'ultimo, come ritenuto dai consulenti  d'ufficio; ha  dichiarato  espressamente esservi una  "dipendenza  causale"  tra l'operato  di        Gu. Ma.  e le successive alterazioni  corneali patite  dalla  paziente;  ha soggiunto che il  contenuto  deficitario della  cartella  clinica  -  in coerenza con  una  ormai  consolidata giurisprudenza di questa Corte - doveva essere valutato a sfavore del medico,  quale elemento idoneo a corroborare la prova  del  nesso  di causa. Si  tratta  di  una  motivazione non manifestamente  illogica  e  non manifestamente contraddittoria: dunque insindacabile in questa sede. 2. Il secondo motivo del ricorso principale.

 

2.1.  Anche col secondo motivo di ricorso il ricorrente sostiene  che la  sentenza impugnata (quella definitiva: n. 155/12) sarebbe incorsa in  un  vizio  di motivazione, ai sensi dell'articolo 360 c.p.c.,  n.  5. Espone, al riguardo, che la Corte d'appello avrebbe motivato in  modo insufficiente  la  quantificazione del danno, ed in  particolare  non avrebbe  considerato che l'intervento di cheratomileusi  eseguito  da        Gu. Ma.   non  e' stata la causa  unica  del  danno,  ma  ha aggravato  un danno gia' presente ed ascrivibile all'altro sanitario,      Ca. It. . 2.2. Il motivo e' manifestamente infondato. Quale  che  sia  stato l'apporto causale fornito da        Gu. Ma.  alla  causazione dell'evento di danno, egli ne risponde comunque  per l'intero: se la sua opera ha concorso con quella di altra persona, ne rispondera' per l'intero ai sensi dell'articolo 2055 c.c., salvo regresso (domanda che non e' stata formulata nel presente giudizio); se la sua opera ha concorso con fattori naturali, ne rispondera' ugualmente per l'intero  ai sensi dell'articolo 41 c.p., come noto applicabile anche  in tema  di  responsabilita'  civile (Sez.  U,  Sentenza  n.  24408  del 21/11/2011, Rv. 620057).

 

3. Il terzo motivo del ricorso principale. 3.1.  Col  terzo motivo di ricorso il ricorrente principale  sostiene che  la  sentenza impugnata sarebbe affetta sia da una violazione  di legge,  ai sensi all'articolo 360 c.p.c., n. 3, (si assume violato l'articolo 1176  c.c.);  sia da un vizio di motivazione, ai sensi dell'articolo  360 c.p.c., n. 5. Espone,  al  riguardo,  che  la Corte d'appello  avrebbe  errato  nel ritenere  sussistente la sua colpa professionale, sebbene essa  fosse stata esclusa dai consulenti tecnici d'ufficio.

 

3.2. Il motivo e' infondato. La  Corte d'appello, per pervenire alla propria sentenza di condanna, ha cosi' argomentato: (a)  quanto al nesso di causa tra l'operato di       Gu. Ma.   e  i successivi interventi cui la paziente fu costretta a sottoporsi, esso era emerso dalle consulenze disposte in corso di causa; (b)  quanto  alla colpa del medico, essa doveva presumersi  ai  sensi dell'articolo   1218   c.c.,  ne'  il  convenuto  aveva   superato   tale presunzione; (c)  le generiche affermazioni del consulente d'ufficio, secondo  cui il  danno  patito  dalla paziente doveva ritenersi una  "complicanza" erano  giuridicamente  irrilevanti, posto che il  medico  per  andare esente  da  condanna  ha  l'onere di  provare  in  concreto  l'esatto adempimento della propria obbligazione, e non gli e' sufficiente  che la  sussistenza  d'una causa di esclusione della colpa  possa  essere solo astrattamente ipotizzabile (cosi' la sentenza non definitiva, p. 14-15).

 

3.3.  Questo  essendo  il  contenuto  della  sentenza  impugnata,  ne consegue   in   primo  luogo  che  essa  non  presenta  alcun   vizio motivazionale:  la  Corte d'appello ha infatti  spiegato  perche'  ha ritenuto  sussistente  il  nesso di  causa,  e  perche'  ha  ritenuto sussistente la colpa.

 

3.4.  Non meno infondata e' la denuncia di violazione dell'articolo  1176 c.c.. La Corte d'appello non ha affatto accolto una domanda risarcitoria in assenza di prova della negligenza colpevole del convenuto: ha accolto la  domanda  risarcitoria sul corretto presupposto che  spettasse  al convenuto fornire la prova della propria diligenza, e che tale  prova non era stata fornita. V'e'  solo  da aggiungere come al medico convenuto in un giudizio  di responsabilita' non basta, per superare la presunzione  posta  a  suo carico  dall'articolo 1218 c.c., dimostrare che l'evento dannoso  per  il paziente  rientri astrattamente nel novero di quelle che nel  lessico clinico  vengono  chiamate "complicanze", rilevate  dalla  statistica sanitaria. Col  lemma  "complicanza", la medicina clinica e la  medicina  legale designano  solitamente un evento dannoso, insorto nel corso dell'iter terapeutico, che pur essendo astrattamente prevedibile,  non  sarebbe evitabile. Tale concetto e' inutile nel campo giuridico. Quando, infatti, nel corso dell'esecuzione di un intervento o dopo la conclusione  di  esso si verifichi un peggioramento delle  condizioni del paziente, delle due l'una: -)  o tale peggioramento era prevedibile ed evitabile, ed in tal caso esso  va  ascritto  a  colpa del medico, a  nulla  rilevando  che  la statistica clinica lo annoveri in linea teorica tra le "complicanze"; -)  ovvero  tale  peggioramento non era prevedibile  oppure  non  era evitabile:  ed in tal caso esso integra gli estremi della "causa  non imputabile"  di  cui  all'articolo 1218 c.c., a nulla  rilevando  che  la statistica  clinica  non  lo  annoveri  in  linea  teorica   tra   le "complicanze". Al  diritto  non interessa se l'evento dannoso non voluto dal  medico rientri   o  no  nella  classificazione  clinica  delle  complicanze: interessa  solo se quell'evento integri gli estremi della "causa  non imputabile":  ma  e' evidente che tale accertamento  va  compiuto  in concreto e non in astratto. La circostanza che un evento indesiderato sia qualificato dalla clinica come "complicanza" non basta a farne di per  se'  una  "causa non imputabile" ai sensi dell'articolo  1218  c.c.; cosi'  come,  all'opposto, eventi non qualificabili come  complicanze possono teoricamente costituire casi fortuiti che escludono la  colpa del medico. Da  quanto esposto consegue, sul piano della prova, che nel  giudizio di responsabilita' tra paziente e medico: -)  o  il  medico  riesce a dimostrare di avere tenuto  una  condotta conforme   alle   leges  artis,  ed  allora   egli   va   esente   da responsabilita'  a nulla rilevando che il danno patito  dal  paziente rientri o meno nella categoria delle "complicanze"; -) ovvero, all'opposto, il medico quella prova non riesce a fornirla: ed  allora non gli giovera' la circostanza che l'evento di danno  sia in astratto imprevedibile ed inevitabile, giacche' quel che rileva e' se era prevedibile ed evitabile nel caso concreto. Prevedibilita'  ed  evitabilita' del caso concreto  che,  per  quanto detto, e' onere del medico dimostrare.

 

4. Il quarto motivo del ricorso principale.

 

4.1.  Col  quarto  motivo  di  ricorso  principale         Gu. Ma.  sostiene  che la sentenza impugnata sarebbe affetta da una violazione di legge, ai sensi all'articolo 360 c.p.c., n. 3. Nonostante tale intitolazione, il ricorrente nella sostanza deduce un error  in  procedendo: lamenta, infatti, che la  Corte  d'appello  ha omesso  di  provvedere sulla domanda di garanzia da lui proposta  nei confronti del proprio assicuratore, la Milano s.p.a.. Contesta  l'affermazione  della Corte  d'appello,  secondo  cui  egli avrebbe avuto l'onere di proporre un appello incidentale condizionato per "tenere viva" la domanda di garanzia. Quella domanda, infatti, in primo  grado  era  rimasta assorbita perche' la  domanda  attorea  fu rigettata:  e  dunque bastava la riproposizione della  questione,  ai sensi dell'articolo 346 c.p.c..

 

4.2. Il motivo e' infondato. Vi  e' da tempo contrasto, in seno a questa Corte, sul problema della necessita'  o meno di proporre appello incidentale per sottoporre  al giudice di secondo grado le questioni poste dal convenuto vittorioso, e  non  esaminate perche' rimaste assorbite (contrasto  rimesso  alle Sezioni Unite di questa Corte con la recente ordinanza pronunciata da Sez. 2, Ordinanza 5.2.2015 n. 2118). Tuttavia  anche l'orientamento meno rigoroso, ovvero quello che  nega la  necessita'  dell'appello incidentale  (e  che  quindi  gioverebbe all'odierno ricorrente), esige pur sempre che l'appellato  vittorioso in  primo grado, se intende essere manlevato nel caso di accoglimento del  gravame,  debba riproporre la domanda di garanzia  ex  articolo  346 c.p.c., per evitare che la si possa presumere abbandonata. Nel  nostro  caso       Gu. Ma. , costituendosi in appello,  tacque del  tutto  sulla  domanda  di garanzia da lui  formulata  contro  la Milano:  dunque non solo non propose appello incidentale, ma  nemmeno ripropose  in  appello  la  questione della manleva.  Questione  che, pertanto, la Corte d'appello non era tenuta ad esaminare (ex  multis, da ultimo, Sez. L, Sentenza n. 2051 del 30/01/2014, Rv. 629569).

 

5. Il primo motivo del ricorso incidentale. 5.1.  Col  primo  motivo  di ricorso incidentale           Am. Ev.  sostiene  che la sentenza impugnata sarebbe incorsa in  un  vizio  di motivazione, ai sensi dell'articolo 360 c.p.c., n. 5. Espone,  a riguardo, che la Corte d'appello avrebbe motivato in  modo insufficiente la decisione di ritenere "nuova" la domanda di condanna di        Ca. It.  (e, per lui, delle sue eredi)  per  l'intervento eseguito nel 1991.

 

5.2. Il motivo e' inammissibile. Il  vizio  di  motivazione  non e' infatti  concepibile  rispetto  ad errores in procedendo. 6. Il secondo motivo del ricorso incidentale.

 

6.1.  Col  secondo  motivo di ricorso incidentale          Am. Ev.  sostiene  che  la  sentenza  impugnata sarebbe  viziata  sia  da  una nullita' processuale, ai sensi dell'articolo 360 c.p.c., n. 4; sia da  un vizio di motivazione, ai sensi dell'articolo 360 c.p.c., n. 5. Espone, al riguardo, che la Corte d'appello non ha liquidato  ne'  il danno  patrimoniale consistito nel costo del trapianto di cornee  cui l'attrice si sottopose nel 1997; ne' quello consistente nel costo del futuro intervento per la sostituzione delle cornee trapiantate. Soggiunge  che  la  relativa  domanda  si  sarebbe  dovuta   ritenere implicitamente ricompresa nella richiesta di risarcimento  dei  danni "subiti e subendi", formulata con l'atto di citazione.

 

6.2. Il motivo e' infondato. La ricorrente lamenta nella sostanza una omessa pronuncia. Il  giudice  tuttavia non e' tenuto a provvedere su domande  che  non siano  ritualmente formulate (articolo 112 c.p.c.). E nel caso di  specie e'  la  stessa ricorrente ad affermare (pag. 17 del ricorso)  che  la domanda  di  risarcimento del danno patrimoniale  per  spese  mediche future  (trapianto di cornea e sostituzione della cornea  trapiantata quando   ne  sarebbe  esaurita  la  funzionalita'  biologica)  doveva ritenersi implicito nella domanda di risarcimento dei ""danni  subiti e subendi". Una  domanda  di  risarcimento del danno concepita in questi  termini deve ritenersi tamquam non esset.

 

6.2.1.  L'articolo  163 c.p.c., comma 2, nn. 3 e 4, impone all'attore  di esporre, nell'atto di citazione: - la determinazione della cosa oggetto della domanda; -  i  fatti  e  gli elementi di diritto costituenti le ragioni  della domanda. In   tema  di  risarcimento  del  danno  da  fatto  illecito   o   da inadempimento  contrattuale, la "cosa" oggetto della  domanda  e'  il pregiudizio di cui si invochi il ristoro, e gli "elementi  di  fatto" costitutivi della pretesa sono rappresentati dalla descrizione  della perdita che l'attore lamenti di avere patito. L'adempimento  dell'onere  di  allegare  i  fatti  costitutivi  della pretesa e' preordinato: (a) a consentire al convenuto l'esercizio del diritto di difesa; (b) a consentire al giudice di individuare il thema decidendum. L'attore dunque non ha certamente l'onere di designare con un preciso nomen iuris il danno di cui chiede il risarcimento; ne' ha l'onere di quantificarlo  al  centesimo:  tali  adempimenti  non  sono   infatti strettamente  necessari ne' per delimitare il thema  decidendum,  ne' per mettere il convenuto in condizioni di difendersi. L'attore ha invece il dovere di indicare analiticamente e con  rigore i fatti a. materiali che assume essere stati fonte di danno. E dunque in  cosa  e' consistito il pregiudizio non patrimoniale; in  cosa  e' consistito il pregiudizio patrimoniale; con quali criteri di  calcolo dovra'  essere computato. Questo essendo l'onere imposto dalla  legge all'attore che domanda il risarcimento del danno, ne discende che una richiesta  di risarcimento dei "danni subiti e subendi",  quando  non sia accompagnata dalla concreta descrizione del pregiudizio di cui si chiede  il  ristoro,  va qualificata generica ed  inutile.  Generica, perche' non mette ne' il giudice, ne' il convenuto, in condizione  di sapere  di quale concreto pregiudizio si chieda il ristoro;  inutile, perche' tale genericita' non fa sorgere in capo al giudice il potere- dovere di provvedere.

 

6.2.2.  Questi principi sono stati ripetutamente affermati da  questa Corte.  Gia'  Sez. U, Sentenza n. 11353 del 17/06/2004,  Rv.  574223, stabili'  che  l'onere  di contestazione gravante  sul  convenuto,  e quello di allegazione gravante sull'attore, sono tra loro speculari e complementari:  sicche' il mancato assolvimento del secondo,  non  fa sorgere il primo. Piu' di recente, Sez. 3, Sentenza n. 10527 del 13/05/2011, Rv. 618210 ha  affermato che "l'onere di allegazione (...) va adempiuto in  modo circostanziato,   non   potendo  risolversi  in   mere   enunciazioni generiche, astratte od ipotetiche". Infine, Da  ultimo,  Sez. 3, Sentenza n. 691 del 18/01/2012, Rv.  621357,  ha stabilito che "le allegazioni che devono accompagnare la proposizione di   una  domanda  risarcitoria  non  possono  essere  limitate  alla prospettazione  della  condotta in tesi colpevole  della  controparte (...),  ma  devono  includere  anche la  descrizione  delle  lesioni, patrimoniali e/o non patrimoniali, prodotte da tale condotta, dovendo l'attore  mettere  il  convenuto  in condizione  di  conoscere  quali pregiudizi  vengono  imputati  al  suo  comportamento,   e   cio'   a prescindere dalla loro esatta quantificazione e dall'assolvimento  di ogni  onere  probatorio  al riguardo" (nello stesso  senso,  Sez.  3, Sentenza n. 17408 del 12/10/2012, Rv. 624080). La  sentenza  d'appello,  nel  non  prendere  in  esame  una  domanda formulata  in termini inferiori alla soglia minima di ammissibilita', non ha dunque violato l'articolo 112 c.p.c.. Il  motivo  va  dunque dichiarato infondato in ossequio  al  seguente principio di diritto: Chi  domanda  in  giudizio il risarcimento del danno  ha  l'onere  di descrivere in modo concreto i pregiudizi dei quali chiede il ristoro, senza  limitarsi  a formule vuote e stereotipe come la  richiesta  di risarcimento  dei "danni subiti e subendi". Domande di  questo  tipo, quando  non  ne  sia dichiarata la nullita' ex articolo 164  c.p.c.,  non fanno  sorgere  in  capo al giudice alcun obbligo  di  provvedere  in merito  al risarcimento dei danni che fossero descritti concretamente solo in corso di causa.

 

7. Il terzo motivo del ricorso incidentale.

 

7.1.  Col  terzo  motivo  di ricorso incidentale           Am. Ev.  sostiene  che  la  sentenza  impugnata sarebbe  affetta  sia  da  una violazione  di legge, ai sensi all'articolo 360 c.p.c., n. 3, (si  assume violato l'articolo 112 c.p.c.); sia da un vizio di motivazione, ai  sensi dell'articolo 360 c.p.c., n. 5. Espone,  al riguardo, che la Corte d'appello avrebbe errato  per  non aver liquidato il danno fisiognomia).

 

7.2.  Il motivo - a prescindere da qualsiasi rilievo circa la pretesa di volere distinguere tra "danno biologico" e "danno fisiognomico"  - e' inammissibile per le medesime ragioni indicate al 6.2.1.

 

8. Le spese. La   soccombenza   reciproca  costituisce  giusto   motivo   per   la compensazione  integrale delle spese del presente grado  di  giudizio tra tutte le parti, ivi compresa la Casa di Cura Nomentana s.r.l..

 

P.Q.M.

 

la Corte di cassazione, visto l'articolo 380 c.p.c.: -) rigetta il ricorso principale; -) rigetta il ricorso incidentale; -)  compensa  tra  tutte  le parti le spese  del  presente  grado  di giudizio.

 

Cosi'  deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione  Terza Civile della Corte di Cassazione, il 26 marzo 2015.

 

Depositato in Cancelleria il 30 giugno 2015