Cassazione Civile- Sezione III, Sentenza 13-01-2016, n. 343

Ritardo diagnostico e prova liberatoria del medico

La Cassazione riconosce il risarcimento del danno derivante da ritardo diagnostico.

Nel caso il medico non  dimostri la totale inutilità dell'intervento, ove lo stesso fosse stato svolto anticipatamente, il medesimo risponderà del danno derivante dal ritardo diagnostico della malattia.

Nel caso di specie la danneggiata proponeva in primo grado domanda di risarcimento danni derivanti da responsabilità professionale medica da ritardo diagnostico, di sei mesi, di una patologia tumorale. Tale domanda veniva, tuttavia, rigettata dal Tribunale e successivamente dalla Corte di Appello, sul presupposto che tale ritardo non determinava in capo all'attrice un autonomo danno risarcibile.

Ebbene, proposto ricorso avverso tale sentenza, la Cassazione accoglieva la domanda della danneggiata sulla base del fatto che il ritardo diagnostico non poteva non determinare un aggravamento della patologia, con diffusione metastatica e che, ove non si affermi la totale inutilità dell'intervento, non pare possibile affermare che la sua anticipazione non avrebbe modificato la storia clinica della ricorrente.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

 

Tu. Cl.  convenne in giudizio      Bo. Gi.  - medico - per sentirne   affermare  la  responsabilita'  professionale  per   avere ritardato  di sei mesi la diagnosi di una patologia tumorale  da  cui ella  era affetta e per sentirlo condannare al risarcimento dei danni patrimoniali  e  non patrimoniali conseguenti all'aggravamento  della patologia e alla necessita' di procedere a linfoadenectomia ascellare radicale. Il  Tribunale di Milano accerto' che la condotta del convenuto  aveva determinato  un  ritardo di un mese nella diagnosi,  ma  rigetto'  la domanda  di  risarcimento  sul rilievo che  tale  ritardo  non  aveva prodotto all'attrice "un danno autonomamente risarcibile". Pronunciando  sul gravame proposto da       Mo. Ma. ,  erede  della   Tu. ,  la  Corte di Appello di Milano ha confermato integralmente la sentenza, con compensazione delle spese di lite. Ricorre  per  cassazione  il      Mo.  affidandosi  a  sei  motivi; resiste il  Bo.  a mezzo di controricorso.

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

 

1.  La  Corte  di Appello ha condiviso la valutazione dei  consulenti tecnici  d'ufficio  che,  distinguendo fra  le  condotte  tenute  dal  Bo.   nel mese di marzo e in quello di luglio 1998, hanno ritenuto corretta l'attivita' compiuta in occasione del primo contatto (quando il  medico, informato telefonicamente della presenza di un  linfonodo dolente  in sede ascellare, prescrisse una cura antibiotica),  mentre hanno  ravvisato  una  responsabilita' omissiva  in  occasione  della visita  effettuata  il 23.7.1998, quando il medico  non  informo'  la paziente  della gravita' dei sospetti che consigliavano  il  prelievo bioptico. Confermata, pertanto, la valutazione gia' compiuta dal primo  giudice circa  l'imputabilita' di un ritardo diagnostico di un mese, la Corte ha  tuttavia  escluso che la condotta del medico  abbia  "fornito  un contributo  causalmente rilevante all'eziologia del  danno  lamentato dall'attrice",  giacche'  l'intervento  di  linfoadenectomia  sarebbe stato necessario anche in caso di diagnosi anticipata (e finanche ove la  diagnosi  fosse stata effettuata nel mese di marzo  1998)  e  non sarebbe variata neppure la prognosi quoad valetudinem e quoad vitam. La  Corte ha sottolineato - da ultimo - che la richiesta relativa  al danno  da  perdita di chances (proposta al momento della precisazione delle   conclusioni  in  sede  di  gravame)  investiva   un   profilo risarcitorio nuovo ed era comunque priva di fondamento "non essendosi dimostrato  determinante un solo mese di ritardo  nella  progressione dannosa del tumore".

 

2.  Col  primo  motivo (che deduce "violazione e  falsa  applicazione degli  articoli 1218 e 2697 c.c., articolo 115 c.p.c., nonche' insufficiente e  contraddittoria motivazione"), il ricorrente censura  la  sentenza per avere erroneamente ritenuto scusabile il comportamento del medico che, a fronte dei sintomi lamentati, non aveva visitato la paziente e si era limitato a prescrivere un antinfiammatorio; assume inoltre che l'accertamento  - contenuto nella stessa sentenza impugnata  -  della progressione della stadiazione della malattia nel periodo  precedente l'estate 1998 "rende manifestamente contraddittoria l'assoluzione del  Bo.  per non aver prescritto accertamenti nel marzo 1998".

2.1.   Il   secondo  motivo  censura  la  Corte,  sotto  il   profilo dell'insufficienza della motivazione, per non aver tenuto  conto  dei rilievi mossi alla C.Testo Unico dal c.t.p. dell'attrice.

 

2.2.   Col   terzo  motivo,  si  censura  la  sentenza  ("motivazione insufficiente  e  contraddittoria") per avere negato  rilevanza  alla circostanza  attestata dai consulenti d'ufficio -  che,  nel  periodo intercorso fra il mese di marzo 1998 e il momento della diagnosi,  la malattia  della   Tu.  era progredita dallo stadio 2  allo  stadio 4, con significative differenze di prognosi e di sopravvivenza.

 

 2.3.  Col  quarto motivo ("violazione e falsa applicazione  dell'articolo 1218  c.c. e segg. e dell'articolo 112 c.p.c.. Conseguente nullita' della sentenza ex articolo 360 c.p.c., nn. 3 e 4"), il ricorrente si duole,  in relazione al danno esistenziale e al profilo della perdita di chances di  guarigione,  che la Corte abbia "disatteso il  principio  che  il ritardo nelle cure da sempre luogo ad un danno di natura esistenziale sia per il tormento che affligge il malato a causa del tardivo inizio della  terapia  sia  perche' viola il diritto del malato  alle  cure, anche eventualmente palliative"; si duole, altresi', che la Corte non abbia  pronunciato  su  tutte le ragioni  di  danno  enunciate  nelle conclusioni riportate nell'epigrafe della sentenza, evidenziando  che era  stato richiesto anche il risarcimento del danno patrimoniale per la cessazione dell'attivita' lavorativa.

 

2.4. Il quinto motivo (espressamente subordinato all'accoglimento del primo  e/o  secondo  motivo)  censura la sentenza  -  per  violazione dell'articolo 1218 c.c. e "motivazione insufficiente e contraddittoria" - nella  parte in cui afferma che, anche in caso di diagnosi effettuata nel  mese  di  marzo 1998, la prognosi non sarebbe significativamente variata   in   melius,  senza  motivare  sulla  equiparazione   cosi' effettuata  fra "prognosi conseguente a una diagnosi di carcinoma  al 2  stadio  nel  marzo 1998" e "quella conseguente alla  diagnosi  di carcinoma al 4 stadio avvenuta nel settembre 1998".

 

2.5.  Il sesto motivo (espressamente subordinato all'accoglimento  di uno dei primi quattro) censura - sotto il profilo della "violazione e falsa  applicazione  dell'articolo  1218  c.c.  e  articolo  112  c.p.c."   - l'affermazione secondo cui la richiesta di risarcimento del danno per la perdita di chance di guarigione costituiva un profilo risarcitorio nuovo e, quindi, inammissibile.

 

3.  Il  ricorso e' fondato, nei termini che seguono, alla luce  delle evidenti  aporie motivazionali in punto di esclusione di  profili  di colpa  nella  prestazione  svolta  nel  mese  di  marzo  1998  e   di affermazione della irrilevanza causale del ritardo diagnostico di  un mese  verificatosi nell'estate 1998, alla luce del dato - pacifico  - della  rapida  progressione  della  malattia,  che  ne  comporto'  il repentino passaggio dal 2 al 4 stadio. Deve considerarsi, infatti, che: -  a  fronte del dato - evidenziato dalla C.Testo Unico - che le tumefazioni ascellari  risultano maligne in 1/3-1/4 dei casi,  la  Corte  non  ha congruamente  motivato  la  propria  adesione  alle  conclusioni  dei consulenti  circa  il  fatto  che fosse  "ragionevole"  presumere  un disturbo  infiammatorio  e  che  "non potesse  ravvisarsi  un  quadro sintomatologico  tale  da  rendere prevedibile  la  presenza  di  una malattia maligna"; atteso che, per quanto emerge dal dato statistico, sussisteva  una probabilita' tutt'altro che trascurabile (nell'ordine del  25-30%)  che  ricorresse una patologia  maligna,  la  Corte  non avrebbe  potuto  ritenere senz'altro corretta  la  mera  prescrizione telefonica della terapia antibiotica senza spiegare perche' il medico non fosse tenuto a verificare (quantomeno a mezzo di una visita della paziente)  le caratteristiche del nodulo prima di escludere l'ipotesi della patologia neoplastica; -  non  appare  sufficiente, a tal fine,  la  considerazione  che  la diagnosi  del disturbo infiammatorio trovo' conferma nella  scomparsa del  dolore  a  seguito  del  trattamento antibiotico  giacche'  tale circostanza non e' idonea - da sola - ad escludere che al  dolore  di natura  infiammatoria  si  accompagnasse la  presenza  di  un  nodulo metastatico; -  ne'  puo'  ritenersi che, a fronte della gravita' della  patologia alternativamente ipotizzabile, il medico fosse esonerato dal compiere qualsiasi  accertamento (anche minimo) per il  sol  fatto  che  fosse statisticamente prevalente l'ipotesi della patologia non neoplastica; -  parimenti  non  adeguatamente motivata (se non col  richiamo  alle conclusioni  dei  c.t.u.) e' l'affermazione dell'irrilevanza  causale del  ritardo  diagnostico di un mese, pur accertato dalla  Corte  con riferimento alla condotta tenuta dal  Bo.  nel luglio 1998; -  tale  conclusione si pone in patente contrasto col dato  oggettivo nel  rapido  sviluppo della patologia (che, per quanto attestato  dai consulenti,  passo' dal 2 al 4 stadio nel breve periodo  precedente l'estate 1998), che depone - al contrario - nel senso che il  ritardo di  un  mese  non  possa non aver determinato un  aggravamento  della patologia,  con  un'ulteriore  diffusione  metastatica  alle  regioni linfonodali; -  ne'  appare sufficiente ad escludere la rilevanza causale di  tale aggravamento la considerazione - svolta dalla Corte - che, quale  che fosse  stata  l'epoca  di accertamento della patologia  tumorale,  la   Tu.   avrebbe  dovuto  comunque subire lo  stesso  intervento  di linfoadenectomia  radicale, costituente "elettiva terapia  chirurgica del   caso";   nulla  si  dice,  infatti,  circa  gli   effetti   che un'anticipazione  della diagnosi (e dell'intervento)  avrebbe  potuto avere sul decorso della malattia e non appare decisiva l'affermazione che  la  prognosi non sarebbe "significativamente variata in melius", giacche' - ove non si affermi la totale inutilita' dell'intervento  - non  pare sostenibile che la sua anticipazione non potesse modificare in  nulla  (ancorche' soltanto quoad valetudinem e  non  anche  quoad vitam) la storia clinica della   Tu.

 

 4. Ritenute dunque fondate, nei termini illustrati, le censure svolte dal  ricorrente, deve cassarsi la sentenza impugnata, con rinvio alla Corte territoriale, che dovra' riesaminare la controversia alla  luce degli evidenziati vizi motivazionali.

 

5.  La  Corte  di rinvio provvedera' anche sulle spese  del  presente giudizio.

 

P.Q.M.

 

la  Corte accoglie il ricorso per quanto di ragione, cassa e  rinvia, anche  per  le  spese di lite, alla Corte di Appello  di  Milano,  in diversa composizione.

Cosi' deciso in Roma, il 10 novembre 2015.

Depositato in Cancelleria il 13 gennaio 2016