Cassazione Civile, Sez. III, Sentenza 04-02-2016, n. 2177

Il consenso informato è valido se preciso e specifico

Il medico ha l'obbligo di informare il paziente in maniera esaustiva ed adeguata circa i rischi conseguenti al trattamento chirurgico.

Nel caso di specie la ricorrente faceva valere il proprio diritto di autodeterminazione circa il diritto a essere informata poichè il medico che la sottopose all'intervento di cheratomia radicale  aveva  taciuto sulla regressione dell'effetto correttivo inizialmente ottenuto.  Da ciò la Cassazione ha avuto occasione di ribadire che il consenso informato, oltre ad essere prestazione autonoma e diversa rispetto all'esatta esecuzione dell'intervento, deve essere personale (fatta eccezione per i casi di incapacita' di intendere e  volere del paziente), specifico e esplicito, nonche' reale ed effettivo, non essendo consentito il consenso presunto. Oltretutto  il  consenso, per essere valido, deve essere pienamente consapevole e  completo, non essendo sufficiente  sottoporre al paziente un generico modulo, poichè questo non sarebbe idoneo a raggiungere un tale risultato.

RITENUTO IN FATTO

 

1. -             Ru. Ma. An.  convenne in giudizio      Co. Pi. , l'Azienda Ospedaliera-Policlinico Universitario  (OMISSIS)   e  l'Universita'  degli  Studi  di  Messina  per  sentirli condannare,  in  solido tra loro, al risarcimento  dei  danni  patiti (quantificati   in   L.   359.420.000)  a   seguito   dell'intervento chirurgico, eseguito dal   Co.  presso il Policlinico Universitario il  25  gennaio  1995, di cheratomia radiale all'occhio  destro,  con ritocco  di  analogo  intervento  all'occhio  sinistro  cui  si   era sottoposta   il   9   gennaio  1995  presso  la  clinica   oculistica dell'Universita' di Padova.

 

1.1.  -  A  sostegno  della domanda l'attrice  espose:  che,  essendo affetta  da  miopia  corretta  con lenti,  "attratta  da  notizie  di completa guarigione da tale affezione", aveva effettuato il 9 gennaio 1995,  presso  l'Universita'  di  Padova,  un  primo  intervento   di cheratomia radiale all'occhio sinistro; che, "rientrata a Messina  si era  rivolta"  il  20  gennaio 1995 al dott.   Co.   che  le  aveva consigliato "un ritocco all'occhio sinistro e una cheratomia  radiale anche all'occhio destro, poi eseguiti dal predetto   Co.  presso il Policlinico  universitario di (OMISSIS)"; che, dopo qualche  iniziale beneficio,  aveva  avuto  un peggioramento delle  condizioni  visive, "registrando  varie complicanze" (comparsa di astigmatismo,  tendenza alla   ipermetropizzazione,  fluttuazione   diurna   della   visione, astenopia e, successivamente, insorgenza di cataratta), "con  residuo visivo  di  2/10  in occhio destro e di 3/10 in occhio  sinistro"  ed invalidita'  permanente  del 60%; che "non  era  stata  adeguatamente informata dal   Co.  sulla natura e i rischi dell'intervento a  cui non  si  sarebbe sottoposta se fosse stata informata delle insorgenza delle intervenute complicanze"; che, inoltre, l'intervento chirurgico era  stato  "negligentemente e frettolosamente  eseguito  sull'occhio sinistro  con appiattimento completo della cornea"; che, infine,  "il complessivo  peggioramento visivo provocava  difficolta'  nella  vita sociale  e  lavorativa  di essa insegnante", per  la  "necessita'  di utilizzare nel corso della giornata diversi occhiali".

 

1.2.  - Nel contraddittorio con le parti convenute, l'adito Tribunale di  Messina, all'esito dell'istruttoria (consistita nell'espletamento di  c.t.u.  medico-legale e di prova orale), con sentenza  del  marzo 2006  rigetto' la domanda attrice, con compensazione per meta'  delle spese  di  lite,  ponendo la restante meta'  a  carico  della  stessa    Ru.

 

2.  -  Avverso  tale decisione proponeva impugnazione       Ru. Ma.        An. ,  che  la  Corte  di appello  di  Messina  -acquisito  il "depliant   informativo"  consegnato  dal    Co.   alla      Ru.  all'epoca  dei fatti - con sentenza resa pubblica il 27  marzo  2012, accoglieva   soltanto  in  punto  di  regolamentazione  delle   spese processuali tra l'appellante e l'Universita' degli Studi  di  Messina (che dichiarava interamente compensate), con conferma nel resto della sentenza  impugnata e compensazione per meta' delle spese  del  grado tra  la     Ru.  (sulla quale gravava la restante  meta'  di  dette spese),  il    Co.  e l'Azienda Ospedaliera, nonche'  compensazione integrale  delle  medesime spese tra l'appellante e l'Universita'  di Messina.

 

2.1.   -   Per  quanto  ancora  rileva  in  questa  sede,  la   Corte territoriale,  sulla  scorta delle risultanze  della  c.t.u.  medico- legale,  escludeva, anzitutto, che la cataratta bilaterale  lamentata dalla    Ru.  fosse causalmente correlata all'intervento chirurgico eseguito dal   Co.

 

 2.2. - Il giudice di appello - ancora assumendo come propri gli esiti della  c.t.u.  -  evidenziava, altresi', che "i disturbi  manifestati dalla     Ru.   (regressione dell'effetto  correttivo  inizialmente ottenuto, fotofobia, lacrimazione, senso di corpo estraneo e  visione fluttuante)",  insorti due anni dopo l'intervento  chirurgico,  erano "conseguenza diretta dell'intervento subito in Padova e  Messina"  ed erano   "eventi  possibili  di  rilevanza  statistica  in  interventi eseguiti,  come quello in esame, correttamente" (come del  resto  non contestato  dallo stesso consulente di parte appellante),  avendo  il   Co.     effettuato   una   "corretta   valutazione    diagnostica preoperatoria seguita da tecnica chirurgica corretta..., in modo tale da   escludere   negligenza,  imperizia   e   imprudenza   da   parte dell'operatore". In particolare, l'intervento all'occhio destro era stato "terapeutico in   quanto   diretto   a   correggere   la   anisometropia   causata dall'intervento effettuato a Padova", mentre l'intervento  all'occhio sinistro  era  stato "determinato dalla volonta'  della  paziente  di liberarsi  dalla  schiavitu'  degli  occhiali,  che  peraltro   erano assolutamente idonei a correggere la miopia".

 

2.3.  -  La  Corte territoriale escludeva, poi, che la    Ru.   non fosse  stata adeguatamente informata dal   Co.  sui "disturbi"  poi manifestatisi,  giacche',  nel  corso  della  visita   medica   prima dell'intervento,  lo  stesso    Co.   le  ebbe  a   consegnare   un "depliant",  redatto dal medesimo oculista, nel quale si evidenziava: "rientrano  nella normalita', e sono piu' o meno transitoria  fastidi quali  lacrimazione,  fotofobia anche intensa,  fluttuazioni  visive, abbagliamento.  Tutti  questi problemi  tendono  a  scomparire  entro qualche  settimana. Il vero limite dell'intervento  e'  una  relativa imprevedibilita' che potrebbe comportare un residuo  difetto  visivo, seppure di molto inferiore a quello di partenza" (...) "non si tratta di  un  intervento  di chirurgia estetica per cui  se  non  si  hanno problemi  con  l'uso degli occhiali o si tollerano bene  le  lenti  a contatto non e' il caso di sottoporsi ad operazione". Il  giudice  di  secondo  grado riteneva,  quindi,  che  la  consegna dell'opuscolo alla paziente, "persona di idoneo livello  culturale  e che   aveva  deciso  di  affrontare  analogo  intervento  sull'occhio sinistro  alcune  settimane  prima in un  centro  come  quello  della clinica oculistica dell'Universita' di Padova (dove e' verosimile che abbia pure ricevuto le piu' opportune informazioni)", integrasse "uno standard  informativo  adeguato", la' dove non falsava  il  contenuto dell'informazione il riferimento alla transitorieta' dei disturbi  ed alla loro tendenza a scomparire, evidenziante comunque "i rischi  che comporta l'intervento anche se ridotti", mentre il chiarimento  circa la  natura  di intervento non di chirurgia estetica, con l'avvertenza di  non  sottoporsi  all'operazione in caso di uso  non  problematico degli occhiali, rendeva "completa e dettagliata l'informazione".

 

2.4.  -  Ne'  -  soggiungeva  infine la Corte  di  appello  -  poteva "attribuirsi  rilievo probatorio alla deposizione  del  teste   So.   Ma.   (teste  de relato actoris) che ha riferito  di  aver  appreso dalla  stessa sua amica che ella si era determinata all'intervento  a seguito delle assicurazioni forni tele dal medico   Co.  che non vi erano pericoli e che avrebbe risolto i suoi problemi".

 

3.  -  Per  la  cassazione  di tale sentenza ricorre        Ru. Ma.        An.  affidandosi a cinque motivi, illustrati da memoria. Resistono  con  separati controricorsi l'Universita' degli  Studi  di Messina e      Co. Pi. ; quest'ultimo ha anche depositato memoria. Non   ha   svolto  attivita'  difensiva  in  questa  sede   l'Azienda Ospedaliera Policlinico Universitario (OMISSIS).

 

CONSIDERATO IN DIRITTO

 

1. - Con il primo mezzo e' denunciata, ai sensi dell'articolo 360 c.p.c., comma  1,  n.  3, violazione e falsa applicazione degli  articoli  1175, 1176,  1218, 1223, 1337, 2043, 2230 e 2236 cod. civ., articoli 13  e  32 Cost.,  L.  n.  833  del 1978, articolo 33, articolo 5 della  Convenzione  di Oviedo  recepita  con L. n. 145 del 2001 e articolo 3  della  "Carta  dei diritti fondamentali dell'Unione europea", nonche' dedotto, ai  sensi dell'articolo  360  c.p.c.,  comma  1, n. 5,  vizio  di  insufficiente  e contraddittoria motivazione. La  Corte  territoriale avrebbe omesso di valutare le prove acquisite o,  comunque,  le  avrebbe valutate erroneamente  e  con  motivazione illogica  e  contraddittoria, giacche', in base ad esse,  era  emerso che,  durante  la  visita del 20 gennaio 1995,  tramite  la  consegna dell'opuscolo  e  verbalmente (come riferito dal teste   So. ),  il   Co.   aveva assicurato ad essa    Ru.  che avrebbe  risolto  "i suoi  problemi  visivi"  e  che l'intervento  non  avrebbe  provocato complicanze  alla  paziente  fatta  eccezione  dei  fastidi  indicati nell'opuscolo stesso, peraltro solo transitori, mentre aveva  taciuto sulla "regressione dell'effetto correttivo inizialmente ottenuto"  e, quindi,   sulla  "regressione  del  visus,  cui  non  vi  era   cenno nell'opuscolo". Sicche', da tanto doveva evincersi che se la paziente avesse  ricevuto  "la  esatta informazione che le  complicanze  ed  i postumi   fossero  stati  permanenti  e/o  che  avesse   subito   una regressione   della  vista,  di  certo  non  si  sarebbe   sottoposta all'intervento di cheratomia radiale". La   Corte  di  appello,  con  una  decisione  contrastante  con   le disposizioni  indicate in rubrica e con i principi  giurisprudenziali della  materia,  avrebbe, pertanto, errato  a  ritenere  la  liceita' dell'intervento eseguito correttamente dal   Co. , in  quanto  cio' non  avrebbe  rilievo alcuno "ai fini della sussistenza dell'illecito per  violazione  del consenso informato", che sussiste  per  il  solo fatto del deficit di informazione.

 

 2.  -  Con  il  secondo mezzo e' prospettata, ai sensi dell'articolo  360 c.p.c.,  comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione  degli  articoli 1175,  1176,  1218, 1223, 1337, 1338, 1429, 1453, 2230, 2236  e  2727 cod.  civ.,  nonche' (anche ai sensi del n. 5 del  citato  articolo  360) degli articoli 115 e 116 cod. proc. civ.. La  ricorrente - assumendo, per le considerazioni svolte con il primo motivo,  che  sia "incontrovertibile" che il   Co. ,  pur  avendone l'obbligo,  non l'aveva informata "in maniera esaustiva  ed  adeguata dei  rischi  conseguenti  al  trattamento  chirurgico  di  cheratomia radiale"  -  sostiene che la Corte di appello avrebbe  errato  a  non ritenere  il medico responsabile per la violazione della  buona  fede nella  formazione del contratto, inducendo la    Ru.  "ad esprimere un  consenso  assolutamente  non  consapevole  e  disinformato",  con conseguente  "lesione  della  situazione  giuridica  della   paziente inerente   alla  salute  ed  all'integrita'  fisica",  da  risarcirsi indipendentemente dall'esecuzione corretta dell'intervento.

 

2.1.  - I primi due motivi - da esaminarsi congiuntamente per la loro stretta connessione - sono fondati per quanto di ragione.

 

2.1.1.  -  I profili di censura che risultano pertinenti e  rilevanti rispetto  alla  ratio  decidendi della sentenza  impugnata  attengono all'ambito  della prestazione del consenso informato alla prestazione medica  ed  ai caratteri che esso deve assumere per essere tale,  la' dove   le   ulteriori  asserite  violazioni  di  legge  si   palesano eccentriche  rispetto  allo sviluppo argomentativo  che  sorregge  la decisione,  la  quale non pone affatto in discussione  la  necessita' dell'obbligo  informativo  del medico  nei  confronti  del  paziente, adducendo, invece, che detto obbligo sia stato adeguatamente  assolto dall'oculista  che ha eseguito l'intervento chirurgico sulla  persona della    Ru.

 

 2.1.2.  - Inoltre, occorre precisare che - alla luce di quanto emerge dalla  stessa  sentenza  di  appello - la  "questione"  del  consenso informato  della     Ru.   si correla esclusivamente  alla  domanda risarcitoria  per lesione del diritto alla salute (costituzionalmente tutelato in base all'articolo 32 Cost.), quale unica pretesa che -  dalla stessa  sentenza  - risulta esser stata azionata in  giudizio  e  che (come  messo  in rilievo piu' volte da questa Corte:  tra  le  altre, Cass.,  9  febbraio 2010, n. 2847; Cass., 12 giugno 2015,  n.  12205) rimane,  quindi, ben distinta dalla domanda risarcitoria che  postula la  lesione del diritto fondamentale all'autodeterminazione a seguito della  mancata  informazione  da parte  del  sanitario.  Distinzione, questa,   che  assume  uno  specifico  rilievo  effettuale,  giacche' soltanto  in riferimento alla pretesa di risarcimento del danno  alla salute  derivato  da  atto  terapeutico  necessario  e  correttamente eseguito  in  base alle regole dell'arte si impone, ove  sia  mancata l'adeguata   informazione   del  paziente   sui   possibili   effetti pregiudizievoli  non imprevedibili, la verifica  circa  la  rilevanza causale  dell'inadempimento  dell'obbligo  informativo  rispetto   al predetto  danno,  gravando  sullo stesso  paziente  la  prova,  anche presuntiva,   che,   ove   compiutamente  informato,   egli   avrebbe verosimilmente rifiutato l'intervento (cosi, tra le altre, la  citata Cass. n. 2947 del 2010). Invero,  nello  stesso  ricorso la    Ru.  ribadisce  di  non  aver potuto  esprimere  un  consenso consapevole e informato,  patendo  di conseguenza  la  "lesione della situazione giuridica  della  paziente inerente alla salute ed all'integrita' fisica", ne', in ogni caso, da contezza  (nel rispetto dell'articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 6,  tramite l'indicazione  puntuale  degli  atti  processuali  rilevanti  e   dei relativi  contenuti)  di  dove e quando sarebbe  stata  proposta  nel giudizio  di  merito la (eventuale) pretesa risarcitoria per  lesione del diritto all'autodeterminazione.

 

2.1.3.  - Cio' precisato, giova rammentare, quanto alle modalita'  ed ai  caratteri del consenso alla prestazione medica, che - come  messo in  risalto da questa Corte (tra le altre, Cass., 23 maggio 2001,  n. 7027;  Cass.,  16 ottobre 2007, n. 21748; Cass. 9 febbraio  2010,  n. 2847;  Cass., 27 novembre 2012, n. 20984; Cass., 28 luglio  2011,  n. 16453;  Cass.,  20  agosto 2013, n. 19220) -  esso,  anzitutto,  deve essere  personale (salvo i casi di incapacita' di intendere e  volere del paziente), specifico e esplicito, nonche' reale ed effettivo, non essendo consentito il consenso presunto. Infine,  il  consenso deve essere pienamente consapevole e  completo, ossia  deve  essere  "informato",  dovendo  basarsi  su  informazioni dettagliate  fornite dal medico, cio' implicando la piena  conoscenza della natura dell'intervento medico e/o chirurgico, della sua portata ed  estensione, dei suoi rischi, dei risultati conseguibili  e  delle possibili conseguenze negative. A  tal  riguardo, si e' puntualizzato che non adempie all'obbligo  di fornire un valido ed esaustivo consenso informato il medico il  quale ritenga di sottoporre al paziente, perche' lo sottoscriva, un  modulo del  tutto  generico, da cui non sia possibile desumere con  certezza che il paziente medesimo abbia ottenuto in modo esaustivo le suddette informazioni (Cass., 8 ottobre 2008, n. 24791). Inoltre,   la  qualita'  del  paziente  non  rileva  ai  fini   della completezza  ed effettivita' del consenso, bensi sulle modalita'  con cui  e'  veicolata l'informazione, ossia nel suo dispiegarsi in  modo adeguato  al livello culturale del paziente stesso, in forza  di  una comunicazione che adotti un linguaggio a lui comprensibile in ragione dello stato soggettivo e del grado delle conoscenze specifiche di cui dispone (cfr. Cass. n. 19220 del 2013, cit.).

 

2.1.4. - La motivazione della sentenza impugnata in questa sede devia dall'alveo dei richiamati principi, avendo ritenuto sussistente (cfr. pp. 12/13 di detta sentenza, nonche' sintesi al p. 2.3. del "Ritenuto in  fatto"  che precede) la completezza dell'informazione  in  ordine all'intervento chirurgico di cheratosi radiale, anche  per  cio'  che atteneva  alle  relative  conseguenze  pregiudizievoli,  in  evidente contraddizione,   pero',  con  l'effettiva  portata   del   contenuto dell'opuscolo consegnato alla paziente, da porsi in correlazione  con gli  esiti  dell'accertamento medico d'ufficio - che la stessa  Corte territoriale   fa  propri,  come  premessa  dell'ulteriore   sviluppo argomentativo,  a  fondamento  della  decisione  -  la'  dove   detto accertamento   era   nel  senso  che  anche  la   complicanza   della "regressione  dell'effetto correttivo inizialmente ottenuto"  era  da ascriversi  tra  gli  "eventi possibili di  rilevanza  statistica  in interventi eseguiti, come quello in esame, correttamente" (pp.  10/11 della sentenza impugnata). La  Corte  territoriale, infatti, ha evidenziato che,  attraverso  la consegna  da  parte  del    Co.  alla     Ru.   di  un  "depliant informativo,  dallo stesso oculista redatto", la paziente  era  stata adeguatamente informata sulla portata e sui rischi dell'intervento di cheratomia   radiale  (poi  eseguito  del  tutto  correttamente   dal   Co. ) e, segnatamente, sulle complicanze successivamente  insorte a carico della stessa    Ru. , mancando pero' di considerare quella della  regressione  del visus - quale conseguenza pregiudizievole  di maggior  rilievo occorsa alla    Ru.  -, che nel predetto  depliant non veniva indicata, essendo evento diametralmente opposto quello  di un  possibile "residuo difetto visivo, seppure di molto  inferiore  a quello di partenza". Ne'   potrebbe  assumere  rilievo  il  fatto  che  l'opuscolo   fosse pienamente  comprensibile dalla    Ru. , anche per il  suo  "idoneo livello  culturale", giacche' profilo diverso da quest'ultimo  e'  la completezza  dell'informazione, seppur pienamente  intelligibile  nei contenuti veicolati. Rimane, infine, su un piano di una mera, ed inanimissibile, presuntio de  presumpto,  in  quanto del tutto sfornita di oggettivo  riscontro come  fatto  noto,  la circostanza che la paziente,  in  quanto  gia' sottopostasi ad analogo intervento chirurgico poche settimana  prima, fosse stata adeguatamente informata su tutte le relative complicanze. In  ogni  caso,  ove  pure  (in  ipotesi)  riscontrabile  l'anzidetta circostanza,   cio'   non   esimerebbe  il  medico   che   interviene successivamente  ad acquisire il consapevole, completo  ed  effettivo consenso  del  paziente  tramite  una  rinnovata  informazione  sulla prestazione medica che si va ad effettuare o, comunque, a saggiare la reale  portata del bagaglio di conoscenze specifiche che il  paziente medesimo dispone nell'immediatezza di tale prestazione (nella specie, intervento chirurgico oculistico).

 

3. - Con il terzo mezzo e' denunciata, ai sensi dell'articolo 360 c.p.c., comma  1,  n.  3, violazione e falsa applicazione degli  articoli  1175, 1176,  1218,  1223, 1337, 1338, 2230, 2236 e 2727 cod. civ.,  nonche' (anche ai sensi del n. 5 del citato articolo 360) degli articoli 115  e  116 cod. proc. civ.. La  Corte di appello non avrebbe considerato che il   Co.  - avendo riferito alla    Ru.  "che avrebbe risolto i suoi problemi"  -  "si era  assunto  l'obbligo  del risultato avendo garantito  il  positivo esito  della  operazione",  rispetto al  quale  era,  pero',  rimasto inadempiente. 4.  -  Con il quarto mezzo e' dedotta, ai sensi dell'articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e n. 5, violazione e falsa applicazione degli articoli 115 e 116 cod. proc. civ.. La  Corte  di appello avrebbe erroneamente ritenuto, "per inesistenza del presupposto", che la teste    So. Ma.  fosse de relato actoris, in quanto essa "era presente al colloquio del 20 gennaio 1995" tra il   Co.  e la    Ru. , assumendo, quindi, "conoscenza diretta della conversazione tra il medico e la paziente". Peraltro,  essa     Ru.   non avrebbe  riferito  alla   So.   "un fatto",  bensi'  "manifestato una sua volonta' della quale  la  teste ebbe  contezza  diretta",  ossia  la  "sua  decisione  di  sottoporsi all'intervento  chirurgico a seguito delle assicurazioni  datele  dal   Co. ".

 

4.1.  -  Il  terzo  e quarto mezzo, da scrutinarsi congiuntamente  in quanto connessi, sono in parte infondati e in parte inammissibili. L'assunto  per  cui  il    Co.  si sarebbe obbligato  al  risultato dell'esito  positivo  dell'intervento si fonda  sul  contenuto  della deposizione  del teste  So. , che avrebbe riferito in  ordine  alle assicurazioni fornite dall'oculista alla paziente, in occasione della visita del 20 gennaio 1995, sulla risoluzione dei problemi visivi che la affliggevano. Tuttavia,  la Corte territoriale - alla quale e' riservato il  potere di valutazione delle prove - ha ritenuto irrilevante la testimonianza anzidetta,  in  quanto  proveniente  da  parte  di  una  amica  della    Ru.  su circostanze da quest'ultima riferitele. Si tratta, dunque, di motivazione che esclude, in modo plausibile, la credibilita'  del teste in rapporti di amicizia con l'attrice  e  che riferisce  de  relato actoris (sulla inconsistente rilevanza  di  una tale  deposizione,  cfr., tra le tante, Cass., 15  gennaio  2015,  n. 569),  senza che la ricorrente evidenzi in questa sede - in  funzione di un eventuale vizio motivazionale ex articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5 - l'esistenza di ulteriori circostanze probatorie acquisite nel corso del  giudizio di merito, idonee a scalfire l'intrinseca logicita'  di detto convincimento. Quanto,  poi, al rilievo della presenza del teste alla visita  medica del  20  gennaio 1995, esso confligge con la valutazione della  prova operata  dalla  Corte territoriale (e ad essa unicamente  spettante), senza   che  venga  data  alcuna  contezza  del  vizio  motivazionale eventualmente  commesso,  posto  che  dal  contenuto  (peraltro  solo parziale)  della deposizione riportata in ricorso (p. 17) non  emerge affatto l'evidenza di quanto asserito dalla ricorrente.

 

5.  -  Con  il  quinto mezzo e' prospettata, ai sensi  dell'articolo  360 c.p.c.,  comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione dell'articolo  91 cod. proc. civ.. "Alla luce delle considerazioni esposte nei motivi che precedono", la Corte  territoriale avrebbe dovuto porre interamente a  carico  delle parti convenute/appellate le spese processuali e non gia' compensarle per meta'.

 

5.1.  -  Il  motivo,  attenendo  alla  statuizione  sulle  spese,  e' assorbito  dalla  cassazione  della  sentenza  in  forza  dei  motivi accolti, con conseguente necessita' di una rinnovata regolamentazione delle spese di lite all'esito del giudizio di rinvio. 6.  -  Vanno,  dunque, accolti per quanto di ragione il primo  ed  il secondo motivo del ricorso, mentre devono essere rigettati il terzo e quarto motivo, con assorbimento del quinto. La  sentenza impugnata va, quindi, cassata in relazione  e  la  causa rinviata  alla  Corte di appello di Messina, in diversa composizione, la  quale, alla luce dei principi e dei rilievi evidenziati ai pp. da 2.1.  a  2.1.4  che precedono, dovra' procedere, in riferimento  alla domanda  risarcitoria per lesione del diritto  alla  salute,  ad  una nuova  e  preliminare  delibazione in  ordine  alla  sussistenza  del consenso  informato  della     Ru.   all'intervento  di  cheratomia radiale eseguito dal   Co. . Il  giudice  del rinvio provvedere anche alla regolamentazione  delle spese del presente giudizio di legittimita'.

 

P.Q.M.

 

LA CORTE accoglie,  nei termini di cui in motivazione, il primo ed il  secondo motivo di ricorso; rigetta  il terzo ed il quarto motivo, nonche' dichiara assorbito  il quinto motivo del medesimo ricorso; cassa in relazione la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte di  appello  di  Messina,  in  diversa  composizione,  anche  per  la regolamentazione delle spese del presente giudizio di legittimita'.

 

Cosi'  deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione  Terza civile della Corte suprema di Cassazione, il 10 novembre 2015.

 

 Depositato in Cancelleria il 4 febbraio 2016