Cassazione Civile, Sez. III, Sentenza 20-05-2016, n° 10414

Il paziente ha il diritto all'autonoma voce del danno derivante dal mancato consenso informato

 Il diritto del paziente ad essere informato costituisce un'autonoma fonte di obbligazione rispetto all'esatta esecuzione dell'intervento.

Il medico ha l'obbligo, non solo di svolgere esattamente l'intervento, ma anche di informare il paziente circa le conseguenze dello stesso.

Pertanto, in caso di inadempimento, il paziente potrà richiedere il risarcimento, non solo dell'inesatto adempimento, ma anche dell'autonoma voce del danno derivante dalla mancata informazione.

Ebbene i ricorrenti convenivano in giudizio la casa di cura per ottenere il risarcimento dei danni derivanti, quali postumi di un intervento chirurgico lamentando, non solo la inadeguatezza della scelta terapeutica, ma anche la lesione del diritto ad una adeguata e completa informazione sui rischi dell'intervento stesso.

I ricorrenti, nello specifico, impugnavano la sentenza di merito nella parte in cui viene esclusa, quale autonoma voce di danno, la mancanza di informazione, pur nel caso in cui l'intervento appaia ex ante necessario sul piano terapeutico e ex post risolutivo, risultando, comunque, violata l'autodeterminazione del paziente stesso.

La Cassazione, pertanto, accoglieva il su esposto motivo e  rinviava alla Corte di Appello.

 

Svolgimento del processo.

 

1.  Nel  dicembre  del 2002, Anna Ni. ,     Be. Se.   e    Mi.  convennero  in  giudizio il prof.        B.  e la  casa  di  cura Piacenza s.p.a. per ottenere il risarcimento dei danni derivanti dai postumi di un intervento chirurgico. Espose l'attrice che nel 1993, a causa  delle  crisi  di cefalee di cui soffriva  sin  da  quando  era bambina, si era rivolta al        B. , noto specialista in materia di  cefalee,  che gli aveva consigliato un intervento  chirurgico  di settoetmoidosfenectomia   decompressiva  neurovascolare   entronasale radicale  di  terzo grado con l'obiettivo di risolvere con  altissima probabilita'  la sua patologia. Ma l'intervento, eseguito  presso  la casa di cura Piacenza, non solo non aveva guarito la Ni.  ma anzi aveva  aggravato  la  situazione, creando problemi  di  respirazione, diminuzione  di  olfatto, infiammazioni della rinofaringe  e  sintomi depressivi, fenomeni del tutto inesistenti prima e neanche  eliminati a  seguito  delle  numerose e lunghe cure cui si  era  sottoposta  la paziente su indicazione del        B. . Pertanto,  ritenuta  inadeguata la scelta del trattamento  chirurgico posto  in essere dal sanitario, fortemente aggressivo tanto  da  aver comportato   l'asportazione  di  strutture  anatomiche   integre,   e prospettata  una lesione del diritto della paziente alla completa  ed adeguata  informazione sui rischi dell'intervento  subito,  l'attrice chiese  la  condanna dei convenuti in solido fra loro al risarcimento di  tutti danni non patrimoniali patiti da lei e dai propri congiunti (marito  e  figlia) per un importo complessivo di euro  1.000.000,00, danni  che  venivano  ricondotti  a svariate  tipologie  quali  danno biologico,  morale, esistenziale, estetico, alla vita  di  relazione, alla liberta' personale, alla salute. Si  costituirono in giudizio i convenuti per resistere e chiedere  il rigetto  delle  avverse  pretese ritenute  infondate  sull'an  e  sul quantum. Su  richiesta del        B.  veniva esteso il contraddittorio alla RAS  Assicurazioni, indicata quale compagnia  della  casa  di  cura contrattualmente obbligata anche alla copertura della responsabilita' civile  dei  medici  operanti nella struttura.  Tuttavia  nessuno  si costitui' per la terza chiamata. Il  Tribunale di Piacenza con la sentenza numero 687/2009, accolse la domanda  attorea  ritenendo che ancorche'  l'intervento  fosse  stato eseguito senza errori la terapia chirurgica non era adeguata rispetto alle  concrete condizioni patologiche in cui versava la paziente che, tra l'altro, non era stata neanche compiutamente informata dei rischi cui  sarebbe andata incontro. Pertanto ritenne responsabili in solido sia il        B.  che la Casa di Cura riconoscendo sussistenti  in capo  alla Ni.  i danni accertati a mezzo di c.t.u. (pari a 18%  di danno  biologico, oltre sei mesi di invalidita' temporanea 50% e  sei mesi  di  invalidita'  temporanea al 25%)  giudicandoli  esaustivi  e comprensivi  della sofferenza morale patita dalla  danneggiata  e  di ogni  altro  profilo  di  danno  non patrimoniale  dedotto  in  atto. Provvedeva  quindi  alla  relativa  liquidazione  sulla  base   delle cosiddette tabelle di Milano, con interessi sul capitale computati  a decorrere  da  una  data  intermedia tra  il  fatto  e  la  sentenza. Rigettava  la  domanda  risarcitoria proposta  dai  congiunti   Be.    Se.   e    Mi.  in quanto infondata, cosi' come  la  domanda  di manleva avanzata dal        B.  nei confronti della Ras. 2. La decisione e' stata confermata dalla Corte d'Appello di Bologna, con sentenza n. 2506 del 16 dicembre 2014. 3.  Avverso  tale decisione,  Ni. An. ,     Be. Se.   e    Mi.  propongono  ricorso in Cassazione sulla base di 4 motivi,  illustrati da memoria. 3.1 Resistono con controricorso autonomi, il        B.  e la Casa di Cura Piacenza. Il        B.  ha depositato memoria.

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

 

4.1.  Con  il  primo motivo, i ricorrenti deducono la  "violazione  e falsa   applicazione  dei  criteri  di  valutazione  dei   danni   da invalidita' permanente ai sensi dell'articolo 360 c.p.c., n. 3". Lamentano  che i giudici del merito avrebbero negato l'esistenza  del danno  morale  al  di fuori ed oltre il danno biologico,  ritenendolo ricompreso nelle tabelle in uso presso il Tribunale di Milano, che il giudice di primo grado avrebbe adottato per la liquidazione dei danni patiti  dalla  Ni. . E che a tale conclusione  sarebbero  pervenuti interpretando  in  maniera fuorviante ed errata la nota  sentenza  di questa Corte la numero 26972/2008. Il motivo e' infondato. E' principio di questa Corte che il danno biologico (cioe' la lesione della salute), quello morale (cioe' la sofferenza interiore) e quello dinamico-relazionale   (altrimenti   definibile   "esistenziale",   e consistente  nel  peggioramento delle condizioni di vita  quotidiane, risarcibile  nel  caso  in  cui  l'illecito  abbia  violato   diritti fondamentali della persona) costituiscono pregiudizi non patrimoniali ontologicamente  diversi e tutti risarcibili;  ne'  tale  conclusione contrasta  col  principio di unitarieta' del danno non  patrimoniale, sancito  dalla sentenza n. 26972 del 2008 delle Sezioni  Unite  della Corte  di cassazione, giacche' quel principio impone una liquidazione unitaria  del  danno, ma non una considerazione atomistica  dei  suoi effetti. I  giudici del merito in linea con tale principio hanno liquidato sia il  danno biologico sia quello morale perche' nella valutazione della percentuale  di invalidita' permanente effettuata dal  ctu  e'  stato esplicitato che nella percentuale assegnatale del 18% dovevano  dirsi ricompresi  tutti  i  postumi di natura fisica e  latamente  psichica derivanti dall'inappropriato trattamento chirurgico subito. 4.2.   Con  il  secondo  motivo,  denunciano  il  danno  da  mancanza dell'informazione  da parte del medico e' mancanza  del  consenso  da parte della signora Ni. . I  ricorrenti  sostengono  che sono errate  le  sentenze  del  merito laddove  non  ravvisano come autonoma e distinta voce di risarcimento la  mancanza  di  informazione e di consenso informato  della  Ni.  assumendo che la mancanza del consenso informato costituisca  di  per se'  un  danno  nei  confronti  della paziente  che  deve  essere  di risarcito in maniera autonoma ed a prescindere dal danno alla  salute e dagli altri danni ad esso connessi. Il motivo e' fondato. E'  principio  consolidato di questa Corte che in tema  di  attivita' medico-chirurgica,  e' risarcibile il danno cagionato  dalla  mancata acquisizione   del   consenso  informato  del  paziente   in   ordine all'esecuzione di un intervento chirurgico, ancorche' esso apparisse, "ex  ante",  necessitato sul piano terapeutico e sia pure  risultato, "ex   post",  integralmente  risolutivo  della  patologia  lamentata, integrando  comunque tale omissione dell'informazione una  privazione della  liberta'  di  autodeterminazione del  paziente  circa  la  sua persona, in quanto preclusiva della possibilita' di esercitare  tutte le   opzioni   relative  all'espletamento  dell'atto  medico   e   di beneficiare della conseguente diminuzione della sofferenza  psichica, senza   che   detti  pregiudizi  vengano  in  alcun  modo  compensati dall'esito favorevole dell'intervento (Cass. n. 12205/2015). Infatti   in   materia  di  responsabilita'  per  attivita'   medico- chirurgica,  il  consenso informato, inteso quale  espressione  della consapevole  adesione al trattamento sanitario proposto  dal  medico, impone  che  quest'ultimo fornisca al paziente, in modo  completo  ed esaustivo,   tutte   le   informazioni   scientificamente   possibili riguardanti   le   terapie  che  intende  praticare  o   l'intervento chirurgico  che  intende  eseguire,  con  le  relative  modalita'  ed eventuali  conseguenze, sia pure infrequenti,  col  solo  limite  dei rischi  imprevedibili,  ovvero degli esiti  anomali,  al  limite  del fortuito,  che  non  assumono rilievo secondo  l'"id  quod  plerumque accidit",  in quanto, una volta realizzatisi, verrebbero comunque  ad interrompere  il  necessario nesso di casualita' tra  l'intervento  e l'evento lesivo (Cass. n. 27751/2013). L'acquisizione  del  consenso informato del paziente,  da  parte  del sanitario, costituisce prestazione altra e diversa rispetto a  quella avente  ad  oggetto  l'intervento terapeutico,  di  talche'  l'errata esecuzione  di  quest'ultimo da' luogo ad un  danno  suscettibile  di ulteriore  e  autonomo risarcimento rispetto a quello dovuto  per  la violazione  dell'obbligo  di informazione,  anche  in  ragione  della diversita' dei diritti rispettivamente, all'autodeterminazione  delle scelte  terapeutiche  ed  all'integrita' psicofisica  -  pregiudicati nelle due differenti ipotesi. (Cass. n. 2854/2015). Nel   caso  di  specie  la  motivazione  della  corte  d'appello   e' contraddittoria ed ha violato i principi sopra espressi  nella  parte in cui prima afferma che la Ni.  non e' stata debitamente informata e  poi  ha  tratto  la  conclusione che sebbene  l'inadempimento  del sanitario  si  sia caratterizzato nel caso specifico per  negligenza, imprudenza  o  imperizia  sia nella scelta della  terapia  chirurgica effettuata  che  nell'omissione di adeguata  preventiva  informazione della  paziente e sui rischi del trattamento, non sussistono  profili di  danno  non patrimoniale che la Ni.  abbia patito che non  siano stati  gia'  ricompresi  e valutati nella quantificazione  in  misura percentuale  del  18%  del danno permanente riscontrato  in  sede  di c.t.u. e fatto proprio dal giudice di primo grado. 4.3.   Con  il  terzo  motivo,  i  ricorrenti  lamentano  la  mancata liquidazione  dei danni a     Be. Se.  e   Mi. ,  rispettivamente marito e figlia della signora Ni. . Lamentano  col suddetto motivo l'iniquita' della sentenza  di  merito per  aver  negato il risarcimento al marito della ricorrente  e  alla figlia,  titolari di diritti costituzionalmente garantiti, in  quanto costretti    a    subire    le    ingiuste   conseguenze    derivanti dall'inqualificabile comportamento del medico sulla  persona  a  loro piu' cara, comprensibilmente stressata, delusa e incattivita da tutto tale patire. Il motivo e' infondato. La corte d'appello ha rigettato il motivo di gravame rilevando che il danno  lamentato non sia stato provato. Infatti non sono  state  date indicazioni  specifiche  su  quali in  concreto  sarebbero  state  le modifiche   peggiorative  della  loro  condizione  soggettiva   anche riferimento al rapporto coniugale filiale che rispettivamente li lega alla  ricorrente. La Corte d'Appello infatti ha affermato che in sede istruttoria  i  familiari della Ni.  non hanno neanche  offerto  di provare il danno da loro solo apoditticamente lamentato. 4.4. Con il quarto motivo lamentano la liquidazione dell'interessi. Si dolgono i ricorrenti che le sentenze di merito errano visibilmente anche nella liquidazione dell'interessi legali inspiegabilmente fatti decorrere  dalla  data intermedia rispetto alla data  dell'intervento chirurgico da cui invece dovrebbero decorrere correttamente. Il motivo e' assorbito dall'accoglimento del secondo motivo. 5.  Pertanto la Corte rigetta il primo e il terzo motivo del ricorso, accoglie  il secondo e dichiara assorbito il quarto motivo, cassa  in relazione  la  sentenza impugnata e rinvia alla  Corte  d'Appello  di Bologna  in  diversa composizione che decidera' anche in merito  alle spese di questo giudizio.

 

P.Q.M.

 

la  Corte rigetta il primo e il terzo motivo del ricorso, accoglie il secondo e dichiara assorbito il quarto motivo, cassa in relazione  la sentenza  impugnata  e  rinvia alla Corte  d'Appello  di  Bologna  in diversa  composizione  che decidera' anche in merito  alle  spese  di questo giudizio. Cosi'  deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione  Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 18 dicembre 2015. Depositato in Cancelleria il 20 maggio 2016.