Malasanità: risarcimento vittime errore medico

Sussiste la responsabilità medica in caso di mancata prescrizione di esami clinici e, quindi, si può e si deve richiedere il risarcimento dei danni.

L'Avv. Ezio Bonanni assiste tutti coloro che hanno subito l'intervento chirurgico inutile per il risarcimento del danno.

Assistenza legale per i casi di responsabilità medica

L'Avv. Ezio Bonanni è uno specialista nell'assistenza di tutti coloro che hanno subito dei danni per colpa medica. Tutti coloro che ritengono di aver subito dei danni a fronte di responsabilità contrattuale ed extracontrattuale, possono rivolgersi all'Avv. Ezio Bonanni. 

 

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Legge Gelli: nuove norme per la tutela delle vittime da errore medico

L'errore medico consiste in una serie di eventi che possono accadere durante il processo sanitario di diagnosi o di cura che porta a un concreto danno alla salute del paziente, impedendo o ritardando la guarigione o migliori condizioni di salute.

Il comportamento dei sanitari deve sempre essere professionalmente adeguato alla delicatezza del bene materiale e giuridico più prezioso: la salute. Le norme sono state recentemente modificate con la Legge n. 24/2017.

Errato riconoscimento della malattia

Indipendentemente dalla propria specializzazione, il sanitario deve diligentemente diagnosticare la malattia del paziente.

Il chirurgo, e'  gravato,  al  di  la'  ed  a prescindere  dal  tipo  di intervento che e'  chiamato  ad  eseguire, dall'onere di una attenta, diligente e corretta lettura di tutti  gli accertamenti, radiologici, radiografici e di laboratorio, che egli ha disposto e che devono essere sottoposti al suo esame.

Cassazione Civile, sez. III, sentenza 23/05/2014 n° 11522

Nel caso di specie, a seguito di intervento di gonartosi il paziente veniva sottoposto a consueti esami di routine tra cui la radiografia al torace, da cui emergeva una sospetta nodulazione della regione intercleidollare. Tuttavia il chirurgo ometteva  di valutare tempestivamente il dimagrimento improvviso del paziente e la dicitura della radiografia. Successivamente, per mezzo di una radiografia prescritta dal medico di base, al paziente stesso veniva riscontrato un tumore al polmone ,non operabile. Sulla base di ciò il paziente proponeva domanda di risarcimento danni dinanzi al Tribunale la quale veniva rigettata ritenendo il medico esente da colpa perché in virtù della sua specializzazione (chirurgo ortopedico), non poteva conoscere della patologia.

Orbene l'attore, vedendo rigettata la propria domanda anche in sede di gravame, presentava ricorso in Cassazione e in tale occasione la Suprema Corte condannò il sanitario al risarcimento del danno da perdita di chance poiché, nonostante la propria specializzazione, era gravato dall'obbligo di diligentemente riscontrare la malattia al paziente.

I fatti di causa: danno al paziente

Ba. Gi., nel ricoverarsi presso la  Casa  di  Cura (OMISSIS) per un intervento di gonartrosi, venne sottoposto ai  consueti esami di routine, tra cui una radiografia del torace, il cui referto, redatto  in data (OMISSIS), recava la dicitura sospetta nodulazione della regione intercleidoilare di sinistra meritevole di ulteriore valutazione TAC. Tale indicazione diagnostica sarebbe nuovamente comparsa nel foglio di consenso informato all'anestesia (nella parte relativa all'apparato cardiocircolatorio) che il paziente aveva sottoscritto il giorno precedente l'intervento al ginocchio. Operato dal Dott. Ma. il (OMISSIS), e dimesso il successivo (OMISSIS), attestane la completa guarigione clinica,  il Ba. - che nel frattempo era dimagrito di 12 chili ed accusava dolori al torace - venne sottoposto, il (OMISSIS), ad un visita  di controllo  dallo  stesso chirurgo, che non dette alcun  peso  ne'  al dimagrimento ne' ai dolori lamentati dal paziente. Il  (OMISSIS),  su  prescrizione del proprio  medico  curante,  il Ba. eseguì una radiografia al torace, che evidenziò un tumore al polmone - confermato dalle successive analisi di laboratorio - non operabile per l'avanzato stato in cui si trovava, e che lo avrebbe condotto alla morte due mesi dopo. I figli Al. e Le., nel dicembre dello stesso anno, convennero dinanzi al Tribunale di Brescia il Dott. Ma. e  la Casa  di  Cura, addebitando loro la omessa comunicazione della  grave malattia  già diagnosticata l'11 marzo 1996, che ne aveva provocato in anticipo la morte, anche perché l'intervento al ginocchio aveva avuto un sicuro effetto debilitante, come dimostrato dalla considerevole perdita di peso ad esso successiva. Il giudice di primo grado, ammessa la chiamata in causa della Unipol, compagnia assicurativa della (OMISSIS), respinse la domanda, ritenendo il Ma. esente da colpa perché', da chirurgo ortopedico, non conosceva ne' poteva conoscere la patologia tumorale da cui era stato colpito il paziente - non rientrando l'esame specifico da eseguire nella sua competenza professionale - mentre  la visita  di  controllo  aveva riguardato i soli esiti post-operatori dell'intervento al ginocchio. Venne assolta dalla domanda risarcitoria anche la struttura sanitaria, per avere il CTU concluso il proprio accertamento nei sensi della impossibilità di pervenire ad una dimostrazione scientifica dello stato della neoplasia al momento dell'intervento, e della conseguente impredicabilità di un ragionevole rapporto tra  la patologia  ortopedica  e quella tumorale dal  punto  di  vista  della reciproca interazione. La  Corte  di  appello di Brescia, dinanzi alla quale venne  proposta impugnazione  della  sentenza di primo grado  da  parte  degli eredi Ba., la rigetto' (ad eccezione del capo riguardante le spese, che vennero integralmente compensate in entrambi i gradi di giudizio) osservando: Che la problematica posta dal processo non atteneva, sotto  alcun profilo, alla  mancanza o inesattezza del consenso informato, ma a quella ben diversa della omessa diagnosi relativa ad una  patologia tumorale  che nulla aveva a che vedere con quella per la quale il Ba. era  stato operato, scoperta del tutto  causalmente nel corso degli esami di routine; Che occorreva pertanto accertare se ed in che termini l'omessa diagnosi avesse influito sul decorso e sulla successiva morte del paziente; Che, in particolare, andava verificato se una tempestiva diagnosi ne avrebbe permesso la sottoposizione a cure mediche o chirurgiche che gli avrebbero salvato o quantomeno prolungato la vita; Che la questione era stata affrontata dal CTU il quale,  dopo approfondito esame e puntuale valutazione di tutti i  dati  clinici, aveva concluso nel senso che "nulla poteva dirsi circa la possibilità che sarebbe stata offerta al paziente se la patologia polmonare fosse stata indagata dal primo momento"; Che, mancando la prova (spettante agli appellanti) del nesso causale fra l'omessa diagnosi e il verificarsi - o anche la semplice anticipazione - dell'evento morte, la domanda risarcitoria non poteva essere accolta. La sentenza della Corte territoriale e' stata impugnata da Ba. Al. e Le. con ricorso per cassazione sorretto da due motivi di censura. Resistono con controricorso illustrato da memorie la Casa di Cura (OMISSIS), la Unipol e Ma. Lu., che propone altresì ricorso incidentale condizionato (cui resiste con controricorso la Casa di Cura).

Le ragioni della decisione

I ricorsi devono essere riuniti. II ricorso incidentale e' infondato. Il ricorso principale e' fondato quanto al suo secondo motivo. IL RICORSO PRINCIPALE. Con il primo motivo, si denuncia omessa pronuncia, violazione del principio di necessaria corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato. Violazione dell'articolo 112 c.p.c. (articolo 360 c.p.c., n. 3). La censura e' corredata dal seguente quesito di diritto (formulati ex art  366  bis c.p.c. applicabile ratione temporis, essendo  stata  la sentenza d'appello depositata nel vigore del Decreto Legislativo n. 40 del 2006): Se  il  giudice di merito sia tenuto a giudicare su ogni domanda  che venga  proposta  nel  corso del giudizio e se la violazione  di  tale obbligo,  e  dunque l'omessa pronuncia, imponga la  cassazione  della sentenza  di  merito. Inoltre, se il giudice di merito, nel  decidere tutte le domande proposte, possa riconoscere i petita reclamati dalle parti anche qualificando diversamente le azioni proposte. Il  motivo e' inammissibile per patente inammissibilità del  quesito che ne conclude l'esposizione. La risposta astrattamente positiva che può conseguirne, difatti, non giova al ricorrente, considerato che questo giudice di legittimità ha già avuto più volte modo di affermare come il quesito di diritto vada  formulato, ai sensi dell'articolo 366 bis  cod.  proc. civ., in termini tali da costituire una sintesi logico-giuridica unitaria della  questione, con conseguente inammissibilità del motivo di ricorso  tanto se sorretto da un quesito la cui formulazione sia  del tutto  inidonea a chiarire, in concreto, l'errore di diritto imputato alla sentenza impugnata in relazione alla concreta controversia (Cass. 25-3-2009, n. 7197), quanto che sia destinato a risolversi (Cass. 19-2-2009, n. 4044) in una richiesta del tutto generica (quale risulta  quelle  di  specie) rivolta al giudice  di  legittimità di stabilire se sia stata o meno violata - o disapplicata o erroneamente applicata, in astratto, - una norma di legge. Il quesito deve,  di converso, investire ex se la ratio decidendi della sentenza impugnata con  riferimento, sia pur sintetico, ai fatti essenziali di causa, proponendone una alternativa di segno opposto destinata ad una soluzione che, partendo dalla fattispecie concreta, e poi trascendendo la medesima, come sottoposta all'esame del giudice di legittimità, ne dia specifico conto ed esaustiva esposizione: le stesse sezioni unite di questa corte hanno chiaramente specificato (Cass.  ss.uu.  2-12-2008, n. 28536) che deve ritenersi inammissibile per violazione dell'articolo 366 bis cod. proc. civ., il ricorso per cassazione nel quale l'illustrazione dei singoli motivi sia accompagnata dalla formulazione di un quesito di diritto che si risolve in una tautologia o in un interrogativo circolare, e che gia' presupponga la risposta senza peraltro consentire un utile riferimento alla fattispecie in esame. Tali appaiono, nella specie, i quesiti illustrati poc'anzi. La corretta formulazione del quesito esige, di converso (ex multis, Cass. 19892/09), che il ricorrente dapprima indichi in esso la fattispecie concreta, poi la rapporti ad uno schema normativo tipico, infine formuli, in forma interrogativa e non (sia pur implicitamente) assertiva, il principio giuridico di cui si chiede  l'affermazione; onde, va ribadito (Cass. 19892/2007) l'inammissibilità del motivo di ricorso il cui quesito si risolva (come nella specie) in una generica istanza  di  decisione sull'esistenza di una astratta violazione di legge. Con il secondo motivo, si denuncia violazione di legge in relazione all'articolo 2697 c.c., articolo 112 e 115 c.p.c.. Omessa pronuncia e violazione del principio di necessaria  corrispondenza  tra  il chiesto e il pronunciato (articolo 360 c.p.c., n. 3). Difetto di motivazione. La censura è corredata dal seguente quesito di diritto: Se nell'ambito della responsabilità contrattuale da  inadempimento di una prestazione sanitaria la prova del nesso causale tra l'omessa diagnosi (nel che consiste l'inadempimento) ed il verificarsi o anche la semplice anticipazione dell'evento dannoso (morte) gravi il creditore attore, tenuto a dare la prova positiva, o il debitore convenuto, tenuto invece a dare la prova liberatoria. Ed inoltre se il danno derivante dall'errata o intempestiva od omessa diagnosi medica possa essere determinato anche in termini di  perdita di  chance di sopravvivenza o guarigione e se la prova della  perdita di ciance gravi l'attore o il convenuto. Il motivo e' fondato. La decisione della Corte di appello contrasta, di fatto, con il dictum di queste sezioni unite che, con la sentenza n. 577 del 2008, si sono pronunciate funditus sulla questione del riparto degli oneri probatori in tema di nesso causale, risolvendola nel senso esposto dai ricorrenti (non senza considerare che, nella specie, si discorre di responsabilità contrattuale "pura", e non da contatto sociale). Quanto al tema dell'an e del quantum del danno risarcibile, questa stessa Corte ha  avuto in piu' occasioni modo di affermare (Cass. 23846/2008 ex multis), che, in tema di danno alla persona conseguente a  responsabilità medica, l'omissione della diagnosi di un  processo morboso  terminale, sul quale sia possibile intervenire soltanto  con un  intervento  cosiddetto palliativo, determinando un ritardo della possibilità di esecuzione di tale intervento, cagiona al paziente un danno  alla  persona per il fatto che nelle more egli non ha potuto fruire di tale intervento e, quindi, ha dovuto sopportare le conseguenze del processo morboso e particolarmente il dolore, posto che la tempestiva esecuzione dell'intervento palliativo avrebbe potuto, sia pure senza la risoluzione del processo morboso, alleviare le sue sofferenze. Non  essendosi  attenuta a tali principi, la sentenza d'appello va pertanto riformata.

 

IL RICORSO INCIDENTALE.

 

Con il primo motivo, si denuncia omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su di un fatto controverso e decisivo (articolo 360 c.p.c., n. 5). Violazione e falsa applicazione di norme di diritto - articoli 183, 189, 345 c.p.c. (articolo 360 c.p.c., nn. 3 e 4). La censura e' corredata dal seguente quesito di diritto: Dica la Corte se, nella qualificazione della domanda risarcitoria formulata dalla parte, il giudice debba fare necessario riferimento ai  fatti  causativi del danno che la parte stessa pone a  fondamento del  suo  diritto e in nesso causale con il pregiudizio asseritamente sofferto; dica se la normativa processuale vigente (articoli 183, 189  e 345 c.p.c.) escluda la possibilità di mutare in sede di precisazione delle conclusioni causa petendi e petitum, determinando modificazione o ampliamento del thema decidendum. Il motivo e' inammissibile. Sotto un duplice, concorrente aspetto. Il primo, quanto al (contestualmente) denunciato difetto di motivazione,  poiché, la relativa esposizione  non  tiene conto  di quanto  più volte affermato da questo giudice di  legittimità  sul tema  della sintesi necessaria per il relativo esame, tema affrontato dalle stesse  sezioni  unite di questa Corte,  che  hanno  all'uopo specificato (Cass.  ss.uu. 20603/07) l'esatta portata  del  sintagma "chiara  indicazione del fatto controverso" in relazione al quale  la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a  giustificare la decisione: si e' cosi' affermato che  la  relativa censura deve contenere un momento di sintesi omologo del quesito  di diritto (c.d. "quesito di fatto) - che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità. E tale momento di  sintesi, formulato in veste di quesito di fatto, nella  specie risulta del tutto omesso, in aperta  violazione  della norma di cui all'articolo 366 bis c.p.c.. Il  secondo, quanto al lamentato vizio di violazione di legge, per le stesse  ragioni esposte in sede di esame del primo motivo del ricorso principale, risultando i quesiti dianzi riportati caratterizzati  dai medesimi vizi di totale astrattezza e irredimibile genericità. Con il secondo motivo, si denuncia omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su di un fatto controverso e decisivo (articolo 360 c.p.c., n. 5). Violazione e falsa applicazione di norme di diritto - articoli 2043 e 1218 c.c. (articolo 360 c.p.c., n. 3). La censura e' corredata dal seguente quesito di diritto: Dica la Corte se il giudice, vista la partecipazione di più soggetti alla erogazione della prestazione medica, debba scrutinare i diversi ambiti di attività affidati all'organizzazione della struttura ai diversi specialisti, individuando quali di essi avrebbero dovuto valutare l'indicazione diagnostica contenuta nel referto radiografico. Dica comunque se, nella valutazione della condotta  del sanitario  inserito  in una organizzazione complessa sia necessario valutare la specializzazione dello stesso  e  se  il   sanitario incaricato  dell'esecuzione  di una parte  soltanto  del  trattamento medico  possa  e  debba  fare affidamento sulla correttezza delle condotte dei colleghi svolgenti le restanti operazioni diagnostiche e terapeutiche. La doglianza non può essere accolta. Va, difatti, in proposito osservato che il chirurgo, quale primo  e terminale operatore sul paziente, è gravato, al di là ed a prescindere dal tipo di intervento che è chiamato ad eseguire, dall'onere di una attenta, diligente e corretta lettura di tutti  gli accertamenti, radiologici, radiografici e di laboratorio, che egli ha disposto e che devono essere sottoposti al suo esame. Nel caso di specie, la mancata osservanza di un elementare obbligo di diligenza  da parte del Dott. Ma. emerge palesemente ex actis, atteso che già il primo referto radiografico aveva evidenziato la possibilità una ipotesi tumorale da approfondire, senza che, di ciò, il Ma. abbia tenuto alcun conto, ne' in continenti, ne', soprattutto, ex intervallo, al momento della visita di  controllo  e nonostante la sintomatologia accusata e riferita in quella  sede  dal paziente

 

P.Q.M.

 

La Corte, riuniti i ricorsi, rigetta il ricorso incidentale, accoglie il  secondo motivo del ricorso principale, dichiara inammissibile  il primo,  cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto  e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla Corte  di appello di Brescia in altra composizione.

 

Cosi' deciso in Roma, il 6 febbraio 2014.

 

Depositato in Cancelleria il 23 maggio 2014