Colpa medica: inadempimento dell'obbligo di informazione

Sussiste la responsabilità medica in caso di mancata informazione riguardo gli esami a cui verrà sottoposto il paziente e/o l'intervento chirurgico di per sè.

L'Avv. Ezio Bonanni assiste tutti coloro che hanno subito l'intervento chirurgico inutile per il risarcimento del danno.


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Legge Gelli: nuove norme per la tutela delle vittime da errore medico

L'errore medico consiste in una serie di eventi che possono accadere durante il processo sanitario di diagnosi o di cura che porta a un concreto danno alla salute del paziente, impedendo o ritardando la guarigione o migliori condizioni di salute.

Il comportamento dei sanitari deve sempre essere professionalmente adeguato alla delicatezza del bene materiale e giuridico più prezioso: la salute. Le norme sono state recentemente modificate con la Legge n. 24/2017.

Mancata informazione e risarcimento del danno

Seppur l'intervento sia stato compiuto a regola d'arte, ma dallo stesso siano derivati effetti negativi per il paziente, questi avrà diritto a essere risarcito dei danni.

Il medico può essere chiamato a risarcire il danno alla salute ove il paziente dimostri che se compiutamente informato, circa gli effetti negativi dell'intervento, egli avrebbe rifiutato di sottoporsi all'intervento stesso. 

Cassazione Civile, Sez. III, Sentenza 16-02-2016, n. 2998

Il ricorrente aveva convenuto in primo grado il medico e la ASL per sentirli condannare in solido tra loro al risarcimento del danno patito in seguito all'intervento di uncinectomia, meatomia media e setto plastica, sostenendo che in seguito a detto intervento aveva subito una frattura orbitaria con ematoma all'occhio.

Tuttavia la domanda proposta in primo grado fu rigettata e in sede di appello  veniva esclusa una condotta colposa del medico poiché si riteneva che lo stesso avesse adottato la tecnica operatoria più adeguata. Oltretutto in tale sede la Corte adita ritenne, come poi confermato nella sentenza emessa dalla Cassazione,  che l'obbligo informativo si estendesse ai soli rischi prevedibili e che pertanto il medico poteva essere chiamato a risarcire il danno alla salute solo ove il paziente avesse dimostrato che se compiutamente informato degli effetti negativi dell'intervento non si sarebbe sottoposto allo stesso.

 

La Corte di Cassazione, non avendo il ricorrente dimostrato ciò, neanche a mezzo di presunzioni e poichè allo stesso era stato presentato un modulo con la prospettiva di  ben più gravi conseguenze, se ne è presunto il consenso all'intervento, anche nel caso in cui lo stesso fosse stato informato della complicanza meno grave e, di tanto, rigettava il ricorso.

I fatti di causa

1. Sc. Ca.  convenne in giudizio l'ASL n. (OMISSIS) di Casale Monferrato  e Be. An. per sentirli condannare, in solido tra loro, al risarcimento dei danni patiti a seguito dell'intervento chirurgico  di  "uncinectomia,  meatomie  medie  e  setto   plastica" eseguito il (OMISSIS) presso l'Ospedale (OMISSIS)  dal Be., il quale, nel corso di  detto  intervento, aveva  causato la frattura orbitaria con ematoma all'occhio sinistro, con  conseguenti immediati gravi malesseri  (quali  "diplopia  nello sguardo  in  tutte  le  direzioni e continua cefalea")  ed  esiti  di "deficit  di movimento nell'occhio sinistro con paresi del  3  nervo cranico". Nel  contraddittorio  con i convenuti, l'adito  Tribunale  di  Casale Monferrato,  disposta ed espletata c.t.u. medicolegale,  rigetto'  la domanda attorea con sentenza del dicembre 2009.

 

 2. Avverso tale decisione proponeva impugnazione Sc. Ca., che la Corte di appello di Torino - respinta l'istanza di rinnovazione della c.t.u. ed assunti chiarimenti da parte dei consulenti d'ufficio nominati in primo grado - rigettava con sentenza resa pubblica il 27 dicembre 2012.

 

2.1. - La Corte territoriale - premesso di aver assunto a chiarimenti i  consulenti di primo grado in ragione delle "doglianze della difesa dell'appellante e relativi all'individuazione dei concreti elementi che avevano portato nel caso di specie ad escludere la responsabilità" del Be. - osservava che, all'"esito del supplemento di consulenza", risultava chiarito "che la complicanza intraoperatoria occorsa allo Sc." ("frattura orbitaria" provocante "ematoma OS") non era "imputabile ad una condotta colposa del chirurgo", in capo al quale era da escludere, in concreto, "qualsiasi profilo di negligenza, imperizia o imprudenza".

 

2.1.1. A tal riguardo il giudice di secondo grado evidenziava, ai fini della "valutazione dell'effettiva difficoltà chirurgica affrontata in sede operatoria e dell'esclusione di una responsabilità colposa del chirurgo", che, nel corso dell'operazione chirurgica, era emersa "una situazione talmente degenerata e compromessa dell'area di intervento" (presenza di formazioni polipoidi, di mucosa cicatriziale, di tenaci cicatrici e di abbondante sanguinamento a fronte della particolare fragilità della mina papiracea), "da rendere del tutto indipendente dall'operato del medico l'insorgenza della complicanza poi verificatasi", la' dove "l'intervento  eseguito  era quello effettivamente  indicato  per  la patologia diagnosticata (sinusite mascellare cronica e deviazione del setto)" e la "tecnica operatoria più' indicata" era proprio quella "prevista in sede di chirurgia endoscopica e denominata uncinectomia e settoplastica".

 

2.1.2. La Corte territoriale osservava, quindi, che le critiche mosse dal c.t. dell'appellante sulla natura della complicanza non ponevano, comunque, "in dubbio la coerenza ed affidabilità' della valutazione espressa dal CTU circa la non imputabilità' della stessa al chirurgo e ciò proprio in ragione della descrizione dell'effettivo stato dell'area interessata dall'intervento (in modo ben più grave di quanto descritto dalle TAC dei seni paranasali eseguite in precedenza...), delle sue conseguenze circa la predisposizione dell'appellante stesso all'insorgenza della complicanza in oggetto e della descritta ininfluenza su di essa dell'abilità del chirurgo".

 

2.1.3. Il giudice del gravame, a fronte delle critiche dello Sc. circa la necessita' di cambiare tecnica operatoria dinanzi al riscontrato quadro dell'area di intervento, rilevava, sulla scorta della  c.t.u., che "il rischio di lesione vi sarebbe stato con qualsiasi tipo di approccio chirurgico", la' dove, poi,  lo stesso appellante taceva sul fatto che veniva eseguita la  "settoplastica", venendo in rilievo, altresì, la circostanza che la stessa letteratura medica riconduceva le "alterazioni permanenti di motilità oculare" (occorrenti nello 0,1-0,3% dei casi) "ad una complicanza prevista (ma non prevenibile), piuttosto che ad un errore dell'operatore",  in ragione proprio della "peculiare situazione anatomo-patologica locale". Sicche',  la scelta  "di non cambiare tecnica operatoria nel corso dell'intervento"  non integrava "una condotta gravemente colposa, tenuto conto della particolare difficoltà occorsa in sede operatoria, nè in via prognostica" assumeva "una sufficiente consistenza causale, rispetto all'insorgenza della complicanza in esame".

 

2.1.4. La  Corte territoriale - rispetto alla  critica  di  parte appellante  per cui "il sanitario non si sarebbe neppure  accorto  di avere procurato la frattura orbitaria" giacche' in atti vi erano  due lettere di dimissioni di esso Sc. , "entrambe datate 23.1.2004, ma  in  cui solo in una di esse viene segnalata la complicanza  della frattura  orbitaria che ha provocato ematoma OS" - osservava  che  la presenza  di  due lettere di dimissioni non assumeva rilievo  alcuno, non  solo  perche' non era stata "formalmente prospettata la falsita' di  una delle due", ma, soprattutto, in quanto "solo la seconda (che contiene la segnalazione della complicanza)" era "sottoscritta  dal Dr. Be.". Peraltro, soggiungeva il giudice di appello, la complicanza era già segnalata, nella cartella clinica, "fin  dalla descrizione dell'intervento", risultando "prescritta ed effettuata nell'immediato una  visita oculistica", del cui  esito  veniva  dato conto nella anzidetta lettera di dimissioni.

 

2.1.5. Infine, sulla doglianza dello Sc. circa la "mancata specifica informativa in sede di prestazione del consenso all'intervento della possibilità di frattura orbitaria, quale complicanza dello stesso", il giudice di secondo grado, precisato che l'obbligo  informativo si estende "ai rischi prevedibili e non  anche agli  esiti  anomali", rilevava che i moduli prodotti dal Be. al fine di provare l'acquisizione del consenso dello Sc. erano due,  sebbene uno soltanto "sottoscritto e inserito in cartella clinica", non essendo però "contestata la circostanza allegata che allo Sc. fossero stati sottoposti entrambi". Sicchè, la Corte distrettuale evidenziava che in detti moduli - e in ogni caso in quello sottoscritto - erano riportate, con informazione "sufficientemente precisa", ipotesi di complicazioni "ben piu'  gravi di  quella occorsa", per cui non poteva reputarsi "presumibile che lo Sc. se compiutamente informato della specifica complicanza  in esame, avrebbe rifiutato l'intervento".

 

3. Per la cassazione di tale sentenza ricorre Sc. Ca. sulla base di cinque motivi. Resiste con controricorso, illustrato da memoria, l'Azienda Sanitaria Locale AL (gia'  Azienda  Sanitaria  Locale  n.  (OMISSIS) di Casale Monferrato). Be. An. ha depositato "richiesta di partecipare alla discussione orale ex articolo 378 c.p.c.", con allegata documentazione.

I motivi della decisione

1. Preliminarmente, va dichiarata inammissibile la costituzione in questa sede di Be. An. (destinatario del ricorso notificatogli il 15 aprile 2013) in quanto effettuata  non  già con controricorso,  bensi' con atto denominato "richiesta di  partecipare alla  discussione orale ex articolo 378 c.p.c.", pervenuto a questa Corte il 22 ottobre 2013 e non notificato alle controparti, il quale presenta una procura in calce in favore dell'avv. Marco Dagradi, senza che (come risulta dalla stessa nota di accompagno, ove sono indicati i documenti prodotti) vi sia stato deposito di separata procura speciale per atto pubblico o scrittura privata autenticata. Si  tratta, dunque, di procura invalida, che non consente neppure  la utile partecipazione del difensore alla discussione orale, giacchè non  rilasciata nelle forme di cui all'articolo 83 c.p.c., commi 2 e 3, nella sua formulazione antecedente alle modifiche introdotte dalla l. 18  giugno  2009,  n. 69, articolo 45 (in quanto dette modifiche - che avrebbero consentito un conferimento di procura come quella anzidetta - non possono trovare applicazione nella presente controversia, instaurata  nel 2005, in quanto operanti  soltanto per i giudizi introdotti dopo l'entrata in vigore delle legge stessa, alla  stregua di quanto disposto dalla medesima L. n. 69, articolo 58). Sicche', nella fattispecie, e' ancora pienamente efficace la seguente regula  iuris:  "Nel giudizio di cassazione diversamente  rispetto  a quanto  avviene  con  riguardo ai giudizi  di  merito  -  la  procura speciale  non  puo' essere rilasciata a margine o in  calce ad atti diversi dal ricorso o dal controricorso, poiche' l'articolo 83, comma  3, nell'elencare  gli  atti a margine o in calce ai  quali  puo'  essere apposta  la procura speciale, individua, con riferimento al giudizio di cassazione, soltanto quelli suindicati. Pertanto, se la procura non viene rilasciata su detti atti, è necessario  che  il  suo conferimento  si  realizzi nella forma prevista del citato  articolo  83, comma 2, cioe' con atto pubblico o con scrittura privata autenticata, facenti  riferimento  agli elementi essenziali  del  giudizio,  quali l'indicazione delle parti e della sentenza impugnata" (tra le  tante, Cass.,  5 giugno 2007, n. 13086; cfr. anche Cass., 13 febbraio  2013, n. 3554).

 

2. Con i primi due mezzi, congiuntamente sviluppati, e' dedotto, ai sensi  dell'articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in relazione al  "Capo 2 della sentenza  impugnata", "omesso esame di fatti decisivi  per  il giudizio che sono stati oggetto di discussione tra le parti", nonche' denunciata, ai sensi dell'articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3,  violazione e falsa applicazione dell'articolo 2700 c.c., articoli 167 e 112 c.p.c.. Il ricorrente, preliminarmente, deduce l'insussistenza di "una duplice valutazione conforme dei fatti di causa" tra la sentenza di primo e quella di secondo grado, rilevante ai fini del quinto comma dell'articolo 348-ter c.p.c., introdotto dal Decreto Legge n. 83 del 2012, articolo 54, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 134 del 2012. Tanto  premesso, con una prima articolata censura sub n. 3 e n. 5 dell'articolo 360 c.p.c., dopo ampie argomentazioni  (pp.  8/19  del ricorso) sui contenuti delle c.t.u. espletate in entrambi i gradi di merito  e sugli errori che avrebbero commesso i consulenti d'ufficio, posti in risalto dalle stesse difese di parte attrice/appellante, si addebita alla Corte territoriale di aver omesso "ogni valutazione" su "alcuni fatti e deduzioni difensive decisive per il giudizio", avuto riguardo alla  portata  della complicanza  derivata dall'intervento chirurgico,  anche  alla luce di quanto risultante dalla  letteratura medica  in  riferimento  alla  sua rarita', tanto da doversi essa "ricondurre nell'alveo dell'errore professionale". Con  ulteriore articolata doglianza, sempre sub n. 3 e n. 5 dell'articolo 360  c.p.c., in riferimento al "fatto", del tutto incontestato, della esistenza  di due lettere di dimissioni in data 23 gennaio  2004  con "contenuto  diametralmente  opposto",  si  assume che  la  Corte  di appello, nell'addurre l'irrilevanza della mancata proposizione della querela  di  falso  o,  comunque, di una formale contestazione della falsità, non avrebbe operato "una valutazione di merito contraria  a quella  prospettata  dalla parte appellante", bensì avrebbe finito "con non valutare un dato a causa di un presunto vizio formale  in realta' inesistente", con cio' omettendo l'esame di un fatto decisivo per il giudizio, nonchè violando l'articolo 2700  c.c.,  giacchè la formale  contestazione della falsita' di uno dei documenti non era necessaria, anche in ragione del principio di "non  contestazione", altresi' incidendo "sulla correttezza logica ed argomentativa" della motivazione. Del resto, la censura di esso appellante si "fondava proprio  sulla veridicita' ideologica dei due documenti nel distinto momento in cui erano stati redatti", non essendosi mai sostenuto che la lettera  in cui  non si menzionavano le complicanze fosse falsa; analogamente era da reputarsi  quanto  alla lettera che  segnalava  le  complicanze, giacche'  redatta - come era da evincersi anche in base ad "una più attenta  lettura  della cartella clinica" - "dopo che  lo Sc. aveva denunciato i malesseri ed il Dott. Be., dopo apposita visita oculistica (effettuata il giorno  dopo  l'intervento  e  non tempestivamente), aveva avuto contezza della complicanza".

 

1.1.  I primi due motivi, da scrutinare congiuntamente in  quanto connessi, non possono trovare accoglimento.

 

1.1.1. Preliminarmente, occorre precisare che la disposizione - richiamata dallo stesso ricorrente e in parte evocata anche nel controricorso della  Azienda  Sanitaria  Locale  AL  (ove si fa riferimento alla "esistenza del doppio giudizio conforme") - di cui dell'articolo  348-ter  c.p.c., comma 5, introdotto dal  Decreto Legge  22  giugno 2012, n. 83, articolo 54, comma 1, lettera a), convertito, con modificazione, dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, la quale  esclude  che possa essere impugnata ai sensi dell'articolo 360 c.p.c., comma 1, n.  5, la sentenza  di appello "che conferma la decisione di primo  grado", non  trova  applicazione nella presente impugnazione di legittimita', giacche', agli effetti del citato Decreto Legge n. 83 del 2012, articolo 54, comma 2, essa  e' operante per i giudizi di appello introdotti con ricorso depositato o con citazione di cui sia stata richiesta la notificazione dall'11 settembre 2012 (trentesimo giorno successivo all'entrata in vigore della legge di conversione di detto Decreto Legge), mentre, nella specie, l'appello risale all'anno 2010.

 

1.1.2. Trova,  invece,  applicazione  nel  presente giudizio  la disposizione  di  cui dell'articolo 360 c.p.c., comma 1,  n.  5,  siccome novellato del Decreto Legge n. 83 del 2012, citato articolo 54, comma 1, lettera b), che, come  previsto dello stesso articolo 54, comma 3, si  applica  alle sentenze   pubblicate  dall'11  settembre  2012 (trentesimo giorno successivo all'entrata in vigore della legge di conversione di  detto Decreto Legge), essendo la sentenza di appello impugnata in questa sede  stata pubblicata il 27 dicembre 2012.

 

1.2. Le censure si appuntano sia sulla asserita omessa valutazione di fatti e deduzioni attinenti alla portata della complicanza insorta nel corso dell'intervento chirurgico eseguito dal Be. sulla persona dello Sc. o, essendosi la Corte di appello asseritamente adagiata su erronei  e deficitari accertamenti medico-legali; sia sulla mancata, o comunque erronea, valutazione del "fatto" relativo all'esistenza di due lettere di dimissioni dello Sc. all'esito dell'intervento chirurgico, dal contenuto differente, con correlata violazione  e/o falsa applicazione di norme di diritto inerenti  alla disciplina, sostanziale e processuale, nella specie rilevante,  dello stesso anzidetto "fatto". Invero, la sostanza delle doglianze, sebbene si evochi anche il vizio riconducibile  dell'articolo  360  c.p.c.,  comma  1,  n. 3, è tutta incentrata sulla motivazione della Corte territoriale, non  assumendo effettivo  rilievo  le censure di error in iudicando, gravitando lo sviluppo  argomentativo  dei motivi sempre intorno  all'apprezzamento della quaestio facti da parte del giudice del merito. Del  resto, l'evocata violazione dell'articolo 2700  c.c.,  si  coniuga proprio  alla dedotta omessa valutazione del "fatto" delle divergenti lettere di dimissioni  (invero, ritenuto incontestato  anche  dalla Corte  territoriale), la' dove, peraltro, neppure coglie appieno la portata della ratio decidendo della sentenza impugnata, che non  solo attribuisce rilevanza unicamente alla lettera di dimissioni sottoscritta dal Be. , ma, in ogni caso, prescinde sostanzialmente dal dato - seppur indagato e oggetto di specifica motivazione - della presenza delle richiamate due lettere di dimissioni, giacchè la consapevolezza del chirurgo in ordine alla complicanza viene correlata, in definitiva, alla segnalazione della stessa complicanza nella descrizione dell'intervento in  cartella  clinica  e  nella prescrizione  ed  effettuazione di visita oculistica nell'immediato. Ciò venendo ad integrare proprio la trascrizione nella cartella clinica  -  redatta da un'azienda ospedaliera pubblica - di attivita' espletate   nel  corso  di  una terapia  o  di  un  intervento   che (diversamente  dalle valutazioni, dalle diagnosi o,  comunque,  dalle manifestazioni   di   scienza  o  di  opinione in   essa   espresse) rappresentano quelle attestazioni che assumono natura di certificazione amministrativa, cui e' applicabile lo speciale regime di cui agli articoli 2699 c.c. e segg. (tra le altre, Cass., 30 novembre 2011, n. 25568).

 

1.3. Posto, dunque, che il complesso delle censure (e, comunque, di quelle  ancora da scrutinare) denuncia un vizio di cui  al  novellato articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, occorre rammentare, alla luce della giurisprudenza di questa Corte (anzitutto Cass., sez. un., 7 aprile 2014,  n. 8053), che il vizio veicolabile in base alla predetta norma processuale  e'  "relativo  all'omesso esame  di  un  fatto  storico, principale  o  secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Ne  consegue che,  nel rigoroso rispetto delle previsioni dell'articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e articolo 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il "fatto storico", il cui esame  sia stato omesso, il "dato", testuale o extratestuale, da  cui esso risulti esistente, il "come" e il "quando" tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua "decisività", fermo restando  che  l'omesso  esame   di   elementi istruttori  non integra, di per se', il vizio di omesso esame  di  un fatto  decisivo qualora il fatto storico, rilevante  in  causa,  sia stato  comunque  preso  in considerazione dal giudice, ancorchè  la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie". Con l'ulteriore  puntualizzazione per cui  "la ricostruzione  del  fatto operata  dai giudici di merito e' sindacabile in sede di legittimita' soltanto  quando la motivazione manchi del tutto, ovvero sia affetta da vizi giuridici consistenti nell'essere stata essa articolata  su espressioni  od  argomenti tra loro manifestamente ed  immediatamente inconciliabili, oppure perplessi od obiettivamente  incomprensibili" (tra  le  altre,  Cass., 9 giugno 2014, n. 12928), esclusa, invece, qualunque rilevanza rilevanza del semplice difetto di "sufficienza" della motivazione  o  di contraddittorieta' della  stessa  (Cass.  8 ottobre  2014, n. 21257; Cass., sez. un., 23 gennaio 2015,  n.  1241; Cass., 6 luglio 2015, n. 13928).

 

1.4. Nella  specie,  come  risulta  chiaramente  dalla  sentenza impugnata (pp. 6/10 e dalla sintesi di cui al "Ritenuto in fatto" che precede),  i  fatti  storici che vengono indicati a  fondamento  dei motivi di ricorso (lamentandosene - in rubrica - l'omesso esame) sono stati,  invece,  apprezzati dal giudice di appello, il quale si è ampiamente soffermato sulla portata dell'intervento chirurgico al quale si è sottoposto lo Sc., sull'atteggiarsi della complicanza emersa nel corso di detto intervento, sulla condotta del chirurgo, sui contenuti della cartella clinica (e delle lettere di dimissioni ivi presenti), argomentando in base al tenore degli elaborati tecnici d'ufficio acquisiti nel corso dell'intero giudizio di merito, tenendo specificamente conto delle critiche ad essi mosse dall'attore/appellante. Sicche',  alla luce del predetto paradigma legale in forza del  quale sono scrutinabili, non sono affatto ravvisabili nella motivazione - presente e pienamente intelligibile - della sentenza impugnata i vizi motivazionali denunciati.

 

2. Con  il  terzo e quarto mezzo, congiuntamente sviluppati, e' prospettata, "in relazione al Capo 1 della sentenza impugnata", ai sensi dell'articolo  360  c.p.c., comma 1,  n.  3,  violazione  e  falsa applicazione degli articoli 1176, 2236, 1218, 2043 e 2049 c.c.,  nonche' dedotto, ai sensi dell'articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, "omesso  esame di  fatti  decisivi  per  il  giudizio  che  sono  stati  oggetto  di discussione tra le parti". La Corte territoriale - sebbene, nel convocare a chiarimenti  i consulenti d'ufficio, avesse preso atto delle critiche dell'appellante in ordine all'assenza di prova, gravante sul sanitario, di un fatto imprevedibile "capace di giustificare lo scostamento della regolarita' causale, ossia la soluzione,  senza complicanze, della patologia per la quale l'attore aveva deciso di sottoporsi all'intervento chirurgico" - non avrebbe,  poi chiarito, nell'aderire alle conclusioni del supplemento di c.t.u. (criticate da esso appellante), "il perche' dell'assunta inefficienza causale degli accorgimenti  e  tecniche alternative indicate dal consulente" di parte, limitandosi ad una apodittica affermazione circa la difficolta'  di "qualsiasi tipo approccio chirurgico" a fronte  della "presenza di importanti segni di flogosi". Il  giudice di appello avrebbe poi mal governato le norme di cui agli articoli  1176, 2236, 1218, 2043 e 2049 c.c., per aver ritenuto  assente la  colpa  in capo ai convenuti, "nonostante la mancanza della prova positiva dalle stesse offerte circa l'esatta esecuzione dell'intervento  chirurgico per cui e'  causa;  e  cio'  in  evidente contrasto  con l'ordinanza istruttoria emessa dalla stessa Corte  il 26.10.2010".

 

2.1. I motivi terzo e quarto, da esaminarsi congiuntamente, non possono trovare accoglimento. Anche  le censure con essi veicolate gravitano essenzialmente intorno al vizio di cui dell'articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, giacche' tramite le dedotte violazioni di legge si aggredisce piuttosto il presupposto accertamento in fatto che ricostruisce la fattispecie materiale ancor prima dell'opera ermeneutica di sussunzione nella corrispondente fattispecie legale. Peraltro, pure in questo caso le doglianze che evocano una violazione di legge non colgono l'effettiva ratio decidendi della sentenza impugnata, non essendo in essa in discussione la portata del riparto dell'onere probatorio in materia di responsabilità professionale medica,  ne' l'accertamento del nesso causale alla luce della regola di funzione del "più probabile che non" (in entrambi casi armonizzandosi le affermazioni della  Corte  territoriale  con  gli enunciati  di  principio  di questa Corte), bensi'  incentrandosi  la motivazione del giudice del merito sul concreto  atteggiarsi  della condotta  del  chirurgo, valutandone la portata ai fini del  giudizio sulla esistenza, o meno, della colpa. E, del resto, anche sotto tale specifico  aspetto  la sentenza di appello si  conforma  in  iure  ai principi della materia, evidenziando come l'apprezzamento, in  quanto correlato ad una prestazione medica in concreto divenuta di particolare difficolta', fosse guidato (per tale peculiare profilo di comportamento richiesto al sanitario) dal criterio della colpa  grave di cui all'articolo 2236 c.c.. Nel  resto,  la  motivazione adottata dalla  Corte  distrettuale  si sottrae  alle  censure  ai sensi del novellato  n.  5  dell'articolo  360 c.p.c., in quanto essa si sviluppa, peraltro ampiamente, in modo  del tutto  intelligibile su tutti i profili fattuali di cui il ricorrente lamenta  l'omesso  esame (segnatamente, rilievo della complicanza e condotta tenuta ed esigibile dal chirurgo).

 

3. Con il quinto  mezzo e' denunciata, ai sensi  dell'articolo  360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione dell'articolo 1218 c.c., articoli 13 e 32 Cost. e del "principio di non contestazione". Nella  specie  il  dovere di informazione doveva  ritenersi  violato, anzitutto, sotto il profilo del diritto del paziente, ex articoli 2 e 32 Cost., di "formulare un consenso informato all'intervento" pienamente consapevole, non essendo indicata tra i rischi dell'intervento cui si era  sottoposto  esso Sc. la "frattura orbitaria  con  ematoma all'occhio", da cui il conseguente deficit di motilita' oculare. Inoltre,    la    mancata    indicazione   di    detta    complicanza "nell'informativa  sottoposta al paziente" avrebbe  dovuto  rilevare sotto  il profilo "della prevedibilita' ed evitabilita'  dell'evento dannoso", per cui solo da un intervento non corretto di uncinectomia, meatomia media e settoplastica sarebbe derivata  una   frattura orbitaria. Tanto premesso, la Corte territoriale avrebbe errato nel valutare  il consenso  prestato da esso Sc. rispetto ad un modulo da esso non sottoscritto, cio' che neppure il Be. aveva sostenuto in giudizio. Inoltre, quanto al modulo di consenso sottoscritto, in esso si faceva riferimento, tra le "complicazioni serie e/o eccezionali", solo  alla "fistola  bucco-nasale" nel caso - non ricorrente nella specie - di "deformazione complessa o di origine mal formativa" - e non gia' alla "frattura orbitaria"; ne' di quest'ultima si faceva  comunque cenno nel modulo non sottoscritto. Sicche'  il giudice di appello avrebbe violato le norme indicate in rubrica, non potendo reputarsi che il paziente, nella descritta situazione, fosse  stato consapevolmente  informato,  là dove, peraltro, se edotto delle effettive complicanze, "avrebbe sicuramente concordato con il chirurgo", in presenza di "un qualsiasi fattore che rendesse particolarmente difficile l'intervento", con concretizzazione di "un serio aumento del rischio di lesioni  gravi", che "lo stesso chirurgo avrebbe dovuto arrestare l'intervento".

 

3.1. - Il motivo non puo' essere accolto. La Corte di appello - non mettendo in dubbio che il consenso prestato dallo Sc. non avesse avuto ad oggetto precipuo la complicanza poi insorta nel corso dell'intervento chirurgico, bensì adducendo che al medesimo paziente erano state prospettate  ben  piu'  gravi conseguenze  (anche con il modulo da esso sottoscritto)  e,  di  qui, presumendone  il  consenso  all'intervento  anche ove  fosse   stato informato   della  complicanza  meno grave  -  ha   fatto   coerente applicazione del principio, enunciato da questa Corte con la sentenza n.  2847 del 9 febbraio 2010 (e confermato con le successive sentenze n.  7237 del 30 marzo 2011 e n. 20984 del 27 novembre 2012) - per cui "in tema di responsabilita' professionale del medico, in presenza  di un  atto terapeutico necessario e correttamente eseguito in base alle regole  dell'arte,  dal  quale  siano tuttavia  derivate conseguenze dannose per la salute, ove tale intervento non sia stato preceduto da un'adeguata  informazione  del paziente  circa  i  possibili effetti pregiudizievoli non imprevedibili, il medico puo' essere chiamato a risarcire il danno alla salute solo se il paziente dimostri, anche tramite presunzioni, che, ove compiutamente informato, egli avrebbe verosimilmente rifiutato l'intervento, non potendo altrimenti ricondursi all'inadempimento dell'obbligo di informazione alcuna rilevanza causale sul danno alla salute". Dunque,  le  proposte censure di violazione di legge non aggrediscono l'effettiva ratio decidendi della sentenza impugnata, insistendo sulla circostanza (incontestata, ma non rilevante ai fini della decisione in concreto assunta) della mancata puntuale informazione circa la complicanza poi realmente insorta (frattura orbitaria e sue conseguenze pregiudizievoli), tralasciando di censurare, in modo adeguato e concludente l'inferenza che il  giudice  del  merito ha tratto  dalla  situazione di fatto accertata (meramente  limitandosi, invece, ad addurre come plausibile una contraria inferenza).

 

4. - Il ricorso, quindi, deve essere rigettato. Posto che l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato di  cui  e' stato  beneficiario il ricorrente non impedisce la condanna ai  sensi dell'articolo 385 c.p.c., comma 1 (cfr., tra le altre, Cass., 19  giugno 2012, n. 10053), lo stesso Sc. va, dunque, condannato al pagamento  delle  spese del presente giudizio di  legittimita',  come liquidate in dispositivo, nei soli confronti della parte controricorrente, essendo risultata inammissibile e priva  di  valida procura  alle liti (come innanzi rilevato) la costituzione in  questa sede del  Be.. Tuttavia, il ricorrente, proprio in ragione della sua ammissione al patrocinio a spese dello Stato, non e'  tenuto  -  nonostante  la sussistenza  dei relativi presupposti - al versamento  dell'ulteriore importo  a  titolo  di contributo unificato previsto  del  Decreto del Presidente della Repubblica  30 maggio  2002,  n.  115,  articolo  13, comma  1-quater  (cfr.,  Cass., 2 settembre 2014, n. 18523; Cass., 17 luglio 2015, n. 15091).

 

 

P.Q.M.

 

LA CORTE rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle  spese del presente giudizio di legittimità in favore della controricorrente Azienda  Sanitaria  locale  AL,  che liquida in complessivi euro  2.500,00, di cui euro 200,00  per  esborsi,  oltre spese generali ed accessori di legge.

 

Cosi'  deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione  Terza Civile della Corte suprema di Cassazione, il 10 novembre 2015.

 

Depositato in Cancelleria il 16 febbraio 2016