Tribunale di Taranto - Sez. Lavoro- Sentenza 27/10/2016, n. 3488-

Il nesso causale tra malattia e causa lavorativa non è escluso da una precedente predisposizione morbosa del lavoratore e quindi dal concorso di altre cause aventi origine extralavorativa, ma anzi, in base al principio di equivalenza causale, non essendo possibile distinguere tra cause professionali e cause non professionali la prestazione assicurativa spettante al lavoratore deve essere riconosciuta per intero.

 

Tribunale di Taranto - Sez. Lavoro- Sentenza 27/10/2016, n. 3488- Nesso causale esposizione amianto e malattia

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO- MOTIVI DELLA DECISIONE

 

Con ricorso depositato il 22.02.2013 (...) (...) in qualità di eredi di (...) esponevano che:

 

- il de cuius era stato dipendente civile del convenuto MINISTERO, presso L'ARSENALE MARINA MILITARE di TARANTO, dal 16.10.1941 al 31.07.1982, con mansioni -da ultimo- di Apparecchiatore Elettronico Specializzato (V^ qualifica funzionale);

 

- nell'espletamento della prestazione lavorativa era rimasto continuativamente esposto all'aggressione di fumi, polveri, amianto e sostanze cancerogene varie, in mancanza di idonee protezioni eventualmente fornite dal datore di lavoro (ad esempio, idonea maschera respiratoria e/o adeguati sistemi di aspirazione e captazione delle sostanze volatili), sicché aveva contratto una grave patologia (mesotelioma pleurico adenopatia mediastinica grave insufficienza respiratoria) che in data 06.09.2010 ne aveva causato il decesso.

 

Assumendo -dunque- l'esistenza di nesso eziologico tra l'attività lavorativa espletata dal predetto e la patologia da cui era stato colpito, nonché la violazione da parte del datore di lavoro delle specifiche norme anti-infortunistiche di cui al D.P.R. n. 547 del 1955 ed alle altre disposizioni in materia, ne chiedeva la condanna - ai sensi degli artt. 2087 c/o 2043 cod. civ. - al risarcimento dei danni non patrimoniali subiti (biologico - "differenziale" rispetto a quello ottenibile dall'INAIL - morale ed esistenziale), oltre accessori e rifusione di spese e competenze del giudizio, da distrarsi ex art. 93 c.p.c..

 

Costituitosi (tempestivamente) in giudizio, il "MINISTERO DELLA DIFESA" eccepiva, in via preliminare, il difetto di giurisdizione dell'A.G.O., nonché comunque l'intervenuta prescrizione: eccepiva poi la nullità del ricorso, ne sosteneva altresì la infondatezza per insussistenza del nesso eziologico e comunque deduceva che sarebbero sempre stati posti in essere gli accorgimenti tecnici più idonei per salvaguardare la salute dei lavoratori.

 

La causa, istruita a mezzo prove documentali ed orali, è stata -previo espletamento di C.T.U.- decisa all'odierna udienza, all'esito della discussione dei procuratori delle parti e del deposito di note conclusive.

 

Deve innanzitutto rilevarsi la giurisdizione dell'A.G.O. - a norma dell'art. 69, comma settimo, del D.Lgs. n. 165 del 2001 - trattandosi di domanda di risarcimento danni proposta dagli credi di un dipendente civile nei confronti della P.A., relativamente ad un rapporto di lavoro in relazione al quale il danno si è manifestato successivamente al 1 luglio del 1998 (divenendo oggettivamente percepibile e riconoscibile: in questo caso nell'anno 2010) ovvero alla data di cessazione della permanenza della condotta assertivamente illecita (nella specie perdurata ben oltre il 1 luglio 1998 almeno secondo la prospettazione attorea, dovendosi ovviamente fare riferimento al "petitum" sostanziale, identificato in funzione della "causa petendi", ossia all'intrinseca natura della posizione dedotta in giudizio: cfr. ex plurimis CASS. SS. UU., 13 MARZO 2009 N. 6058).

 

A ciò si aggiunga l'ulteriore orientamento ermeneutico della SUPREMA CORTE, secondo il quale: "In tema di pubblico impiego contrattualizzato, la sopravvivenza della giurisdizione del giudice amministrativo, regolata dall'art. 69, comma 7, del D.Lgs. n. 165 del 2001, costituisce, nelle intenzioni del legislatore, ipotesi assolutamente eccezionale, sicché, per evitare il frazionamento della tutela giurisdizionale, quando il lavoratore deduce un inadempimento unitario dell'amministrazione, la protrazione della fattispecie oltre il discrimine temporale del 30 giugno 1998 radica la giurisdizione presso il giudice ordinario anche per il periodo anteriore a tale data, non essendo ammissibile che sul medesimo rapporto abbiano a pronunciarsi due giudici diversi, con possibilità di differenti risposte ad una stessa istanza di giustizia" (sic CASS. SS. UU. 1 MARZO 2012 N. 3183 e succ. conf.).

 

Ancora più specificamente, si veda CASS. SS. UU. 17 OTTOBRE 2014 N. 22034, secondo cui: "In materia di pubblico impiego, la domanda di risarcimento danni, proposta nei confronti della P.A. datrice di lavoro, per lesione dell'integrità psicofisica da esposizione ad amianto, appartiene, qualora la patologia sia stata diagnosticata in data successiva al 30 giugno 1998, alla giurisdizione del giudice ordinario, in quanto il fatto costitutivo del diritto, in base al quale deve essere determinata la giurisdizione "quoad tempus" ex art. 69, comma 7, del D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, va individuato nell'insorgenza della patologia".

 

Ovviamente analogo criterio discriminante deve essere utilizzato anche al fine di delibare la eccezione di prescrizione, essendo stato specificamente (c condivisibilmente) rilevato che: "La prescrizione del diritto al risarcimento del danno alla salute patito dal lavoratore in conseguenza della mancata adozione da parte del datore di adeguate misure di sicurezza delle condizioni di lavoro, ai sensi dall'art. 2087 cod. civ., decorre dal momento in cui il danno si è manifestato, divenendo oggettivamente percepibile e riconoscibile solo ove l'illecito sia istantaneo, ossia si esaurisca in un tempo definito, ancorché abbia effetti permanenti, mentre ove l'illecito sia permanente e si sia perciò protratto nel tempo, il termine prescrizionale inizia a decorrere al momento della definitiva cessazione della condotta inadempiente" (sic CASS. LAV. 30 MARZO 2011 N. 7272).

 

Sicché, nella specie, poiché il manifestarsi della patologia denunciata risale all'anno 2010 (circostanza da cui può dedursi la consapevolezza del de culus della possibile eziologia lavorativa) risulta evidente il mancato decorso del termine prescrizionale (peraltro decennale, trattandosi di responsabilità di natura contrattuale: cfr. ex plurimis CASS. LAV. 6 MAGGIO 2013 N. 10414, 28 LUGLIO 2010 N. 17629 e 1 FEBBRAIO 1995 N. 1168).

 

Tanto premesso, ritiene questo Giudice che il ricorso (che non può ritenersi nullo, essendo stati sufficientemente esposti, sia pur sinteticamente o per relationem, gli elementi di fatto e di diritto posti a base della domanda) sia fondato e, conseguentemente, debba essere accolto, per quanto di ragione.

 

In particolare all'esito della espletata C.T.U. a firma del Dott. Ludovico Arces, Specialista in Medicina del Lavoro, possibile affermare con certezza che il de cuius era affetto da un mesotelioma epitelioide pleurico e sindrome mediastinica secondaria e che la suddetta patologia riconosce etiologia professionale.

 

Orbene, le conclusioni cui il consulente è pervenuto, a seguito di accurati esami e di attento studio della documentazione prodotta, appaiono pienamente condivisibili in quanto sorrette da adeguata motivazione medico-legale, del tutto immune da vizi logico-giuridici, non essendo peraltro stati evidenziati, in maniera specifica, eventuali errori o omissioni e dovendosi ovviamente ritenere che la consulenza tecnica d'ufficio può integrare, per relationem, la motivazione in fatto della presente sentenza (cfr. CASS. LAV. 27 LUGLIO 2006 N. 17178 e le molteplici ivi citate, nonché CASS. SEZ. I, 4 MAGGIO 2009 N. 10222), Tanto, evidentemente, come nella specie, vieppiù ove manchino convicenti argomentazioni contrarie delle parti (dovendo ritenere inammissibili, perché palesemente tardive le ulteriori controdeduzioni presentate dal Ministero resistente in data 12.09.2016) tali da condurre ad una decisione diversa da quella adottata (cfr. anche CASS. SEZ. III, 30 APRILE 2009 N. 10123).

 

In particolare, sotto il profilo del nesso eziologico, le analitiche osservazioni esposte dal C.T.U. appaiono pienamente suffragate alla stregua delle espletate prove testimoniali, potendosi infatti evidenziare che il teste (...) ha confermato sia le mansioni svolte dal de cuius, collega di lavoro nei medesimi ambienti e medesimo arco temporale, sia la continuata esposizione ad amianto, sia la mancanza di idonee protezioni eventualmente fornite dal datore di lavoro (essendo stati disponibili dispositivi di protezione individuale solo dopo l'anno 1995). E ciò sebbene la potenziale cancerogenicità delle sostanze e delle polveri aerodisperse che si diffondevano nei locali ove lavorava il de cuius fosse nota al datore di lavoro, come si può evincere anche da documentazione prodotta dal Ministero convenuto, e segnatamente dalle schede di valutazioni rischi, nonché dalle dichiarazioni del teste che riferisce della consistente presenza di amianto a bordo delle navi ove venivano effettuate le operazioni di manutenzione, anche da parte del de cuius.

 

Va aggiunto che il Ministero convenuto, pur essendo provato che, quanto meno dalla fine degli anni '80 ci fosse piena consapevolezza della nocività dell'amianto, ha offerto alcuna specifica ed inequivoca prova in merito all'eventualità che nei luoghi ove il de cuius ha lavorato effettivamente si controllasse se alcun idoneo presidio venisse in concreto, fornito ed indossato dal lavoratore in questione: in particolare, il teste escusso ho dichiarato che per lungo tempo non vi è stato alcuna dispositivo di protezione e che solo dagli anni '95 in poi si è provveduto all'acquisto degli stessi, ma non anche che il ricorrente effettivamente li indossasse e/o fosse obbligato ad indossarli, né che si trattasse di presìdi idonei.

 

In particolare quanto ad eventuali presìdi atti a tutelare i lavoratori dalla possibilità di contrarre patologie non vi è prova che il datore di lavoro se ne fosse dotato in termini di idoneità e comunque, non vi è sufficiente prova che essi venissero effettivamente utilizzati né che il personale anche dell'Arsenale addetto agli specifici controlli, in tema di sicurezza, si preoccupasse di verificare se gli strumenti venissero regolarmente e costantemente adoperati dagli operai.

 

Del resto, secondo quanto rimarcato dalla Suprema Corte: "L'obbligo ex art. 2087 cod. civ. del datore di lavoro di apprestare una particolare protezione al fine di assicurare l'integrità fisica e psichica del lavoratore integra, al contempo, fonte di responsabilità contrattuale e risarcitoria (nella specie, del danno morale), in quanto la fattispecie astratta di reato è configurabile anche nei casi in cui la colpa sia addebitata per non aver fornito la prova liberatoria richiesta dall'art. 1218 cod. civ."(sic CASS. LAV. 3 FEBBRAIO 2015 N. 1918).

 

Ancora, deve rimarcarsi che, secondo i più condivisibili arresti della giurisprudenza di legittimità: "La responsabilità dell'imprenditore ex art. 2087 cod. civ. non configura un'ipotesi di responsabilità oggettiva. ma non è circoscritta alla violazione di regole d'esperienza o di regole tecniche preesistenti e collaudate, essendo sanzionata dalla norma l'omessa predisposizione di tutte le misure e cautele atte a preservare l'integrità psicofisica del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto della concreta realtà aziendale e della maggiore o minore possibilità di indagare sull'esistenza di fattori di rischio in un determinato momento storico. Pertanto, qualora sia accertato che il danno è stato causato dalla nocività dell'attività lavorativa per esposizione all'amianto, è onere del datore di lavoro provare di avere adottata, pur in difetto di una specifica disposizione preventiva, le misure generiche di prudenza necessarie alla tutela della salute dal rischio espositivo secondo le conoscenze del tempo di insorgenza della malattia, essendo irrilevante la circostanza che il rapporto di lavoro si sia svolto in epoca antecedente all'introduzione di specifiche norme per il trattamento dei materiali contenenti amianto, quali quelle contenute nel D.Lgs. 15 agosto 1991, n. 277, successivamente abrogato dal D.Lgs. 9 aprile 2008. n. 81" (sic CASS. LAV. 5 AGOSTO 2013 N. 18626), "anche se ciò imponga la modifica dell'attività dei lavoratori, assumendo in caso contrario a proprio carico il rischio di eventuali tecnopatie (sic CASS. LAV. 14 MAGGIO 2014 N. 10425).

 

Inoltre, deve anche considerarsi che la responsabilità ex art 2087 cod. civ. permane anche se il nesso eziologico è configurabile a livello di "concausa" (ovvero di "aggravamento"), sicché l'agente deve rispondere per l'intero danno, salvo che sia dimostrato (e nella specie ciò non si è verificato) che il danno si sarebbe comunque ugualmente verificato nella medesima misura (cfr. CASS. SEZ. III, 12 GIUGNO 2012 N. 9528 e CASS. LAV. 8 GIUGNO 2007 N. 13400). Va dunque rimarcato come, nel caso di specie, sia priva di concreta rilevanza la questione (relativa all'accertamento del nesso eziologico tra l'inalazione di sostanze tossiche c la patologia che ha causato il decesso di (...) se la causa lavorativa sia stata l'unica eziologicamente rilevante o una delle concause. Sia nell'uno che nell'altro caso, infatti, ciò che rileva è solo che un nesso eziologico vi sia stato, mentre sotto il profilo del quantum risarcitorio non incide in alcun modo l'esclusività o meno della causa lavorativa nell'insorgenza della patologia. Ciò che conta, infatti, è solo ed esclusivamente il fatto che il giudice abbia accertato una incidenza causale della esposizione del lavoratore a sostanze tossiche in ragione delle mansioni lavorative svolte, a nulla rilevando, invece, se questa sia stata l'unica causa di insorgenza della malattia o una delle concause.

 

A tale proposito la Suprema Corte ha affermato in numerose occasioni che "il nesso causale tra malattia e causa lavorativa non è escluso da una precedente predisposizione morbosa del lavoratore e quindi dal concorso di altre cause aventi origine extralavorativa. Ne consegue che la prestazione assicurativa spettante al lavoratore non può essere ridotta nella misura percentuale corrispondente all'entità patologica esplicata dalla sola malattia professionale, ma debba essere riconosciuta per l'intero, non essendo possibile distinguere tra cause professionali e cause non professionali, in forza del principio di equivalenza causale (Cass. Civile, 29 maggio 2004, N. 10448).

 

Ed ancora: "in caso di concorso di più cause, lavorative ed extralavorative, ivi compresa la presenza di fattori patologici predisponenti alla verificazione della patologia alla base della domanda di indennizzo assicurativo, trova applicazione il principio della equivalenza delle cause, desunto dall'art. 41 c.p., senza che possa operarsi una distinzione a seconda della prevalenza quantitativa di una causa o dell'altra" (CASS. LAV., 8 OTTOBRE 2007, N. 21021; in termini CASS. N. 6127/1998, N. 14565/99; N. 10448/04; N. 11149/04; N. 13928/04). In riferimento specifico alla responsabilità risarcitoria del datore di lavoro, si veda CASS. LAV. 9 APRILE 2003 N. 5539 (e le successive conformi).

 

E' stato inoltre diffusamente e condivisibilmente precisato (cfr. CASS. LAV. 4 MAGGIO 2012 N. 6748), operando un ampio raffronto tra i criteri di accertamento del nesso di causalità adoperati in sede civile e quelli prevalenti nel processo penale, che: "..., alla luce della giurisprudenza oggi prevalente e nel quadro di riferimento costituito dal principio di equivalenza causale, nella causalità commissiva una data azione può considerarsi come causa di un evento se ne costituisce un antecedente necessario, ovvero mentalmente non eliminabile senza alterare an e quomodo dell'evento stesso per come in concreto realizzatosi; tale antecedente va accertato secondo un metodo generalizzante, in cui il nesso tra azione ed evento sia sussumibile sotto leggi scientifiche generali di copertura universali o, in mancanza, statistiche; in tale ultima evenienza, tali leggi generali di copertura devono essere dotate di un alto grado di probabilità logica o credibilità razionale valutato ex ante, anche se non equiparabile a quello richiesto dalla giurisprudenza penalistica a partire da CASS. PEN. S.U. 10.7.02 N. 30328, DEP. 11.9.02, FRANZESE, in poi. Tale è, in sostanza, l'approdo delle sentenze delle S.U. dell'11 gennaio 2008 nn. 576. 581, 582 e 584, nelle quali si è cercato, se non di raggiungere in sede civile una vera e propria uniformità rispetto al settore penale, almeno di delineare linee di tendenza non contraddittoree, fermo restando che, come sopra anticipato, il parziale scostamento dei parametri di accertamento causale nel processo civile e in quello penale è un dato ineliminabile L'allontanamento rispetto agli ancoraggi penalistici è data dall'accoglimento della regola del 51%, detta anche del "più probabile che non" (seguita, poi, anche da tutta la giurisprudenza civilistica successiva), in virtù della quale per l'accertamento del nesso causale basta che l'ipotesi dedotta sia la più suggestiva, che goda cioè di una legge generale di copertura statistica superiore al 50% "

 

Sembra -dunque- potersi ritenere accertato che, in concreto, il de cuius, durante la propria attività lavorativa, sia stato continuativamente esposto a sostanze cancerogene (in particolare polveri di amianto) senza che i responsabili datoriali abbiano posto a sua disposizione i necessari presidi strumentali o, quanto meno, senza che essi abbiano congruamente verificato che tali presidi, laddove esistenti e disponibili, venissero effettivamente utilizzati.

 

Allo luce delle sopra esposte considerazioni, quindi, deve ritenersi che le modalità di svolgimento delle prestazioni lavorative, si come sopra descritte, evidenzino l'inosservanza, da parte del datore di lavoro, degli obblighi di protezione peraltro espressamente previsti per la tutela dei lavoratori anche dalla normativa antinfortunistica già all'epoca vigente (cfr. D.P.R. 19 marzo 1956, n. 303 e D.P.R. 27 aprile 1955, n. 547).

 

Tanto sotto il profilo della violazione dell'art. 2087 cod. civ. (responsabilità contrattuale) nonché sotto il profilo della violazione dell'art. 2043 cod. civ. (responsabilità aquiliana a titolo di colpa per omissione delle doverose cautele): èL. appena il caso di evidenziare che in entrambi E casi sussiste la "competenza" del giudice del lavoro (in verità si tratta ormai di mera corretta "distribuzione degli affari" all'interno del medesima Ufficio) e che è ammissibile il concorso dell'azione contrattuale con quella "aquiliana".

 

Sul punto, va certamente osservato -in linea generale- che l'obbligo contrattuale ex art. 2087 cod. civ., posto a carico del datore di lavoro, riguarda non solo la messa in opera dei necessari dispositivi di sicurezza ma anche l'esigere ed il verificare che i singoli lavoratori osservino le norme di sicurezza ed usino i mezzi di protezione messi a loro disposizione, e ciò attraverso una doverosa attività di controllo costante, volta anche ad impedire eventuali comportamenti dei lavoratori tali da rendere inutili o insufficienti le apprestate cautele tecniche, senza che la suddetta responsabilità resti esclusa da eventuale concorrente colpa del lavoratore nella causazione dell'evento dannoso, salva l'ipotesi in cui l'infortunio sia provocato da un comportamento del dipendente del tutto imprevedibile ed estraneo alla stessa prestazione lavorativa.

 

È stato affermato, infatti, che "il datore di lavoro, in caso di violazione delle norme poste a tutela dell'integrità fisica del lavoratore, è interamente responsabile dell'infortunio che ne sia conseguito e non può invocare il concorso di colpa del danneggiato, avendo egli il dovere di proteggere l'incolumità di quest'ultimo nonostante la sua imprudenza o negligenza; ne consegue che, in tutte le ipotesi in cui la condotta del lavoratore dipendente - in quanto attuativa di uno specifico ardine di servizio del datore di lavoro (o del dirigente preposto che ne faccia le veci) - finisca per configurarsi nell'eziologia dell'evento dannoso come una mera modalità dell'iter produttivo del danno, tale condotta, proprio perché "imposta" in ragione della situazione di subordinazione in cui il latratore versa, va addebitata al datore di lavoro, il cui comportamento, concretizzantesi invece nella violazione di specifiche norme antinfortunistiche (o di regole di comune prudenza) e nell'ordine di eseguire incombenze lavorative pericolose, funge da unico efficiente fattore causale dell'evento dannoso" (CASS. LAV 8/4/2002, n.5024. )

 

Più recentemente, è stato ribadito che le norme dettate in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, tese ad impedire l'insorgenza di situazioni pericolose, sono dirette a tutelare il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione, ma anche da quelli ascrivibili ad imperizia, negligenza ed imprudenza dello stesso: sicché il datore di lavoro è sempre responsabile dell'infortunio occorso al lavoratore, sia quando ometta di adottare le idonee misure protettive, sia quando non accerti e vigili che di queste misure venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente, non potendo attribuirsi alcun effetto esimente per l'imprenditore che abbia provocato un infortunio sul lavoro per violazione delle relative prescrizioni all'eventuale concorso di colpa del lavoratore, atteso che la condotta del dipendente può comportare l'esonero totale del datore di lavoro da responsabilità solo quando essa presenti i caratteri dell'abnormità, inopinabilità ed esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, come pure dell'atipicità ed eccezionalità, così da porsi come causa esclusiva dell'evento.

 

E' stato altresì precisato che per ritenere la sussistenza del carattere di abnormità del comportamento del lavoratore è necessaria una rigorosa dimostrazione dell'indipendenza della condotta del lavoratore dalla sfera di organizzazione e dalle finalità del lavoro, e, con essa, dell'estraneità del rischio affrontato a quello connesso alle modalità ed esigenze del lavoro da svolgere.

 

Sicché, in presenza di una acclarata situazione di pericolo esistente al momento dell'infortunio, anche la eventuale elusione del meccanismo di sicurezza da parte del lavoratore non esclude la responsabilità datoriale, atteso che la "tipicità" di un procedimento lavorativo pericoloso, nel quale l'operatore, ad esempio per maggiore libertà di movimento, manovri la macchina dopo avere reso inoperante i meccanismi di sicurezza, non esclude, né riduce, la colpa dell'imprenditore. Va anche aggiunto che l'onere del datore di lavoro di provare di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno non è assolto con la semplice dimostrazione che le cautele assunte dall'imprenditore garantiscano che ogni singolo apparecchio produttivo sia rispondente ai dettati antinfortunistici, essendo invece necessario che ad ogni parte del complessivo sistema antinfortunistico approntato nell'azienda sia preposto un soggetto di indubbia professionalità e con specifiche conoscenze di quel sistema (cfr. CASS. 14 FEBBRAIO 2005 N. 2930).

 

Del resto, avendo parte ricorrente, nel caso di specie, agito in giudizio (anche) in base alla nonna dell'art. 2087 cod. civ. (avendo in sostanza allegato l'inadempimento datoriale all'obbligo di tutelare la salute del proprio dipendente), sarebbe spettato al debitore-datore di lavoro l'onere di dimostrare di trovarsi nell'impossibilità di eseguire diligentemente la prestazione dovuta, giusta il disposto normativo di cui agli artt. 1218 e 2697 cod. civ., ovvero almeno di dimostrare la sussistenza di eventuali circostanze che avrebbero consentito, in concreto, un'attenuazione del dovere medesimo. Infatti per espressa previsione normativa, anche nell'ambito della responsabilità contrattuale è previsto che "salva diversa volontà delle parti, il debitore che nell'adempimento dell'obbligazione si vale dell'opera di terzi, risponde anche dei fatti dolosi o colposi di costoro" (art. 1228 cod. civ. - Responsabilità per fatto degli ausiliari). Tale disposizione, invero, postula, per la sua concreta applicabilità, l'esistenza di un danno causato dal fatto dell'ausiliario, l'esistenza di un rapporto tra ausiliario e committente (cd. rapporto di preposizione), l'esistenza, infine, di una relazione di causalità (rectius, di occasionalità necessaria) tra il danno e l'esercizio delle incombenze dell'ausiliario, restando comunque irrilevante che il comportamento produttivo del danno abbia eventualmente esorbitato dai limiti delle mansioni affidate all'ausiliario (con esclusione della sola condotta assolutamente anomala ed imprevedibile). Trattasi, in buona sostanza, di disciplina assimilabile a quella contenuta negli artt. 2048 e 2049 cod. civ. dalla quale, però, si differenzia in quanto mentre in ambito extracontrattuale rileva il fatto obiettivo del rapporto di preposizione in quanto tale, in ambito contrattuale, invece, sussiste tra il debitore (in questo caso il datore di lavoro, contrattualmente obbligato ex art. 2087 cod. civ. ad adottare le misure necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei lavoratori) ed il creditore un vincolo obbligatorio soggettivo in virtù del quale - alla stregua anche delle clausole generali di diligenza e buona fede nelle fasi di adempimento ed esecuzione, ex artt. 1176 e 1375 cod. civ. - il debitore è tenuto ad evitare comportamenti "propri" quali quelli di avvalersi dell'opera di terzi i quali pongano in essere condotte lesive dell'altrui posizione creditoria.

 

Non pare, quindi, possa parlarsi, nell'ipotesi di cui all'art. 1228 cod. civ., di responsabilità oggettiva, in quanto ciò che rileva, ai fini della configurabilità del comportamento come "inadempimento" contrattuale, è pur sempre il fatto proprio del debitore stesso, sicché egli non potrà che imputare a sé stesso le possibili conseguenze anche negative di tale comportamento, sia che l'attività di prestazione venga posta in essere da lui personalmente sia che venga posta in essere da "ausiliari" di cui si sia consapevolmente e discrezionalmente avvalso, in tal guisa avendo liberamente costituito una situazione di "rischio" che, ovviamente, era da lui conosciuta o conoscibile. Tra l'altro, occorre evidenziare che, secondo costante giurisprudenza, "le finalità di tutela della sicurezza del lavoro, in considerazione delle quali si richiede che determinati lavori siano eseguiti sotto la direzione o la sovraintendenza di dirigenti o preposti sono soddisfatte solo quando un soggetto, dotato dei necessari requisiti per lo svolgimento dell'incarico, sia espressamente investito di un siffatto ruolo e della conseguente responsabilità, non essendo sufficiente l'avere affidato alla prudente discrezione di operai, sia pure esperti, l'applicazione di cautele e provvidenze prescritte a tutela degli stessi operai ed essendo, a maggior ragione, escluso che detto incarico possa essere attribuito al medesimo lavoratore direttamente impegnato - tanto più se da solo - nelle operazioni della cui sicurezza si tratta".

 

Orbene, alla stregua di tutti i sopra specificati clementi, appare chiaro che la patologia di cui il de cuius soffriva (e quindi il danno biologico da essa derivante) si trovava in rapporto eziologico diretto con l'attività di lavoro, atteso che la valutazione medico-legale espressa dal C.T.U. è stata pienamente confermata dalle ulteriori acquisizioni istruttorie.

 

Tale approdo impone di esaminare l'ulteriore questione se, una volta acclarata la etiologia professionale della patologia da cui (...) cra affetto, sia ancora in vigore la regola del cosiddetto esonero parziale di cui all'articolo 10 del menzionato D.P.R. n. 1124 del 1965.

 

La richiamata disposizione prevede che l'imprenditore che provveda ad assicurare contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali il proprio lavoratore, è esonerato dalla responsabilità civile per le malattie o gli incidenti nei quali il dipendente incorra a causa della propria opera, salvi i casi nei quali vi sia responsabilità penale del datore di lavoro accertata con sentenza passata in giudicato.

 

Tale esonero è detto parziale perché, per costante orientamento della giurisprudenza, è sempre stata ammessa, pacificamente almeno fino all'entrata in vigore del D.Lgs. n. 38 del 2000, l'azione civile per la responsabilità del datore di lavoro relativa a tutti i danni non indennizzati o indennizzabili dall'INAIL.

 

Così, in seguito della sentenza 87/1991 della Corte Costituzionale, era unanimemente ritenuto consentito agire in via risarcitoria nei confronti dell'imprenditore per il ristoro del danno biologico subito dal lavoratore in conseguenza di un infortunio sul lavoro, posto che, nel sistema originario del D.P.R. n. 1124 del 1965, era stato escluso l'indennizzo di tale voce di danno. Ancora, si ammetteva l'azione civile per la differenza quantitativa tra il danno civilmente liquidabile e quello liquidato o liquidabile dall'INAIL per le medesime voci di pregiudizio (danno differenziale in senso proprio).

 

Il richiamo al giudicato penale, poi, in seguito alle sentenze della Corte Costituzionale 22/1967. 102/1981 e 118/1986, in realtà, é stato svuotato di significato concreto, poiché, ove si tratti di reato perseguibile di ufficio, ben può il giudice civile procedere all'accertamento delle eventuali responsabilità ai fini risarcitori, anche a prescindere dalla pronuncia di una sentenza penale di condanna. E, secondo la giurisprudenza, la violazione dell'articolo 2087 c.c., in nesso causale con una lesione personale, consente sempre, di per sé, di ritenere configurabile il delitto di lesioni personali, procedibile di ufficio (Cassazione, sentenza 41307/2007, tra le altre).

 

Ora, così chiariti i risultati ermeneutici relativi all'interpretazione dell'articolo 10 del D.P.R. n. 1124 del 1965, in dottrina e in giurisprudenza si è affermato che, successivamente all'entrata in vigore dell'articolo 13 del D.Lgs. 23 febbraio 2000, n. 28. il quale ha sancito l'indennizzabilità, in precedenza esclusa (a partire dalla sentenza n. 87 del 1991 della Corte di Cassazione), del danno biologico a carico dell'INAIL, non sarebbe più ammessa la domanda risarcitoria nei confronti del datore di lavoro, potendo il danneggiato domandare l'indennizzo all'Istituto previdenziale e soltanto quello.

 

La regola dell'esonero parziale (in virtù della quale, si ripete, il datore di lavoro risponde solo del danno non indennizzato o indennizzabile dall'Istituto), in sostanza, varrebbe a realizzare una sorta di transazione sociale, per effetto della quale, dei costì complessivi necessari per assicurare la copertura dei lavoratori contro il rischio di incidenti lavorativi, le imprese dovrebbero addossarsi quelli per l'assicurazione sociale e in cambio, una volta assolto il relativo onere, non potrebbero essere chiamale a rispondere di danni ulteriori rispetto a quelli indennizzali/indennizzabili dall'INAIL.

 

Tale ordine di idee, però, è stato confutato con argomenti che a questo giudice appaiono convincenti. Si è infatti osservato, in dottrina e in giurisprudenza (tra le altre. Corte di Appello di Torino, 29.11.2004), che il menzionato articolo 10 del D.P.R. n. 1124 del 1965, del quale nessuno dubita circa l'attuale vigenza, prevede altresì che il datore di lavoro possa essere chiamato a rispondere del danno c.d. differenziale, ossia della differenza tra l'Indennizzo liquidato o liquidabile dall'INAIL e il pregiudizio civilistico risarcibile. E, se la norma è tuttora in vigore, non può non esserlo in tutta la propria portata precettiva, dovendosi escludere che possa ritenersi ancora vigente la sola regola dell'esonero e non quella della risarcibilità del differenziale.

 

Del resto, la Corte Costituzionale ha affermato chiaramente, con la sentenza 485 del 1991, la necessità di una tutela integrale, sul piano risarcitorio, del diritto alla salute tutelato dall'articolo 32 della Costituzione, cosicché non sarebbe costituzionalmente legittimo l'articolo 10 del D.P.R. 1124, qualora dovesse essere interpretato nel senso di limitare il ristoro del danneggiato all'indennizzo INAIL, con esclusione di altri eventuali danni civilisticamente rilevanti.

 

Ancora, l'interpretazione che esclude l'azione per il danno differenziale, urterebbe con l'articolo 3 della Costituzione, poiché al pregiudizio biologico subito sul luogo di lavoro sarebbe assegnata una protezione minore rispetto a quello patito in qualsiasi altra occasione diversa dall'attività lavorativa, con evidente irragionevole disparità di trattamento.

 

Peraltro, sul tema della cosiddetta transazione sociale, non può non osservarsi che l'indennizzo INAIL realizza un sistema di assicurazione sociale, rilevante al fine di proteggere gli individui dal bisogno, in attuazione dei fini di cui all'articolo 38 della Costituzione. Il risarcimento integrale del danno biologico, invece, attua l'articolo 32 della Costituzione, cosicché la necessità di una piena ed effettiva tutela della salute prescinde dall'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e trac aliunde la propria giustificazione, senza che possa invocarsi il meccanismo previdenziale allo scopo di escludere il risarcimento del danno differenziale.

 

Alla stregua delle considerazioni che precedono, ritiene il giudicante che, anche in seguito all'entrata in vigore dell'articolo 13 del D.Lgs. 23 febbraio 2000, n. 38, spetti al lavoratore il risarcimento del danno differenziale per lesione dell'integrità psicofisica.

 

Alla luce delle considerazioni sinora espresse, deve essere inquadrato il caso di specie, nel quale il ricorrente ha emesso di domandare il risarcimento del danno non patrimoniale sofferto per effetto della patologia contratta nello svolgimento della propria attività lavorativa all'Inail, ma pur tuttavia liquidabile in astratto.

 

Si pone dunque il problema relativo alla quantificazione del danno stesso quale danno differenziale, da determinarsi in via equitativa atteso che non risulta dagli atti del giudizio avere il de cuius inoltrato istanza di indennizzo all'Inail.

 

Ebbene, l'espletata CTU, innanzi richiamta, ha consentito di accertare, che il ricorrente è stato affetto da patologia con percentuale di invalidità pari al 100% con decorrenza dal giugno del 2010.

 

Peraltro stante la assoluta gravità della patologia che ha condotto (...) al decesso, appare provato anche il danno non patrimoniale, diverso dal mero danno biologico.

 

Nel caso di specie, infatti, è evidente che la accertata commissione dell'illecito, nei termini sopra descritti, abbia determinato -come è ragionevolmente presumibile a causa delle lesioni subite e delle menomazioni permanenti derivatene- quel transeunte turbamento dello stato d'animo in cui si sostanzia il danno morale subiettivo, che, dunque, deve essere pure risarcito. Quanto alla prova del relativo danno la Cassazione ha di recente chiarito in maniera inequivocabile come la stessa possa essere fornita anche per presunzioni.

 

La Suprema Corte, infatti, con sentenza n.7844/11 ha affermato che "il danno, anche in caso di lesione di valori della persona, non può considerarsi in re ipsa, in quanto ne risulterebbe snaturata la funzione del risarcimento che verrebbe ad essere concesso non in conseguenza dell'effettivo accertamento di un danno bensì quale pena privata per un comportamento lesivo (così Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26973; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26974; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26975), ma va provato dal danneggiato secondo la regola generale ex art. 2697 c.c.. A tale stregua, (pure) il danno non patrimoniale va dunque sempre allegato e provato, in quanto, come osservato anche in dottrina, l'onere della prova non dipende invero dalla relativa qualificazione in termini di "danno-conseguenza", tutti i danni extracontrattuali dovendo essere provati da chi ne pretende il risarcimento, e pertanto anche il danno non patrimoniale, nei suoi vari aspetti, e la prova può essere data con ogni mezzo (v., in particolare, successivamente alle pronunzie delle Sezioni Unite del 2008, Cass., 5/10/2009, n. 21223; Cass., 22/7/2009, n. 17101; Cass., 1/7/2009, n. 15405). Trattandosi di pregiudizio (non biologico) a bene immateriale, particolare rilievo assume invero la prova presuntiva (v. Cass., Sez. Un., 15/1/2009, n. 794; Cass., 19/12/2008, n. 29832). Il giudice, si è in argomento precisato, attraverso il ricorso alle presunzioni (nonché l'esplicazione, se del caso, dei poteri istruttori attribuitigli dall'art. 421 c.p.c.) può sopperire alla carenza di prova, ma non anche al mancato esercizio dell'onere di allegazione., concernente sia l'oggetto della domanda che le circostanze in fatto su cui la stessa si fonda (cfr. Cass., Sez. Un., 6 marzo 2009, n. 6454)".

 

Ed ancora "Le presunzioni valgono invero a sostanzialmente facilitare l'assolvimento dell'onere della prova da parte di chi ne è onerato, trasferendo sulla controparte l'onere della prova contraria (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546).Come anche in dottrina posto in rilievo, la presunzione semplice o hominis si caratterizza perché il fatto che la fonda va provato in giudizio, mentre nella presunzione legale è stabilito dalla legge che, attraverso lo schema logico della presunzione, non vuole imporre conclusioni indefettibili, ma introduce uno strumento di accertamento dei fatti di causa che può anche presentare qualche margine di opinabilità nell'operata riconduzione, in base a regole (elastiche) di esperienza, del fatto ignoto da quello noto; mentre, quando queste regole si irrigidiscono, assumendo consistenza di normazione positiva, si ha un fenomeno qualitativamente diverso e dalla praesumptio hominis si trapassa nel campo della presunzione legale (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546. E già Cass., 16 marzo 1979, n. 1564; Cass., 7 luglio 1976, n. 2525).Una volta che la presunzione semplice si sia tuttavia formata, e sia stata rilevata (cioè, una volta che del fatto sul quale si fonda sia stata data o risulti la prova), essa ha la medesima efficacia che deve riconoscersi alla presunzione legale iuris tantum, in quanto l'una e l'altra trasferiscono a colui contro il quale esse depongono l'onere della prova contraria (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546: Cass., 27/11/1999, n. 13291. Diversamente v. peraltro Cass., 16/3/1979, n. 1564).A tale stregua, la presunzione solleva la parte che ex art. 2697 c.c. sarebbe onerata di provare il fatto previsto, che, come posto in rilievo in dottrina, deve considerarsi provato ove provato il "fatto base" (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546).Quando ammessa, la presunzione, in assenza di prova contraria, impone al giudice di ritenere provato il fatto previsto senza consentirgli la valutazione ai sensi dell'art. 116 c.p.c. (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546).Anche nella giurisprudenza di legittimità si è con riferimento alla prova per presunzioni semplici sottolineato che, nel dedurre dal fatto noto quello ignoto il giudice di merito incontra il solo limite del principio di probabilità (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546).Non occorre cioè che i fatti su cui la presunzione si fonda siano tali da far apparire la esistenza del fatto ignoto come l'unica conseguenza possibile dei fatti accertati secondo un legame di necessità assoluta ed esclusiva (in tal senso v. peraltro Cass., 6/8/1999, n. 8489: Cass., 23/7/1999, n. 7954; Cass., 28/11/1998, n. 12088), ma è sufficiente che l'operata inferenza sia effettuata alla stregua di un canone di ragionevole probabilità, con riferimento alla connessione degli accadimenti la cui normale sequenza e ricorrenza può verificarsi secondo regole di esperienza (v. Cass., 23/3/2005, n. 6220; Cass., 16/7/2004. n. 13169; Cass., 13/11/1996, n. 9961; Cass., 18/9/1991, n. 9717; Cass., 20/12/1982, n. 7026), basate sull'id quo plerumque accidit (v. Cass., 30/11/2005, n. 6081: Cass. 6/6/1997, n. 5082). In presenza di tale allegazione il giudice deve quindi ritenere, sulla base della presunzione fondata essenzialmente sulla base della tipicità di determinati fatti in base alla regola di esperienza di tipo statistico, provati gli effetti che da tale fatto normalmente derivano, avendo riguardo ad una "apparenza" basata sul tipico decorso degli avvenimenti. Incombe alla parte a cui sfavore opera la presunzione dare la prova contraria idonea a vincerla, con valutazione al riguardo spettante al giudice di merito (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546). Costituendo un mezzo di prova di rango non inferiore agli altri, in quanto di grado non subordinato nella gerarchia del mezzi di prova e dunque non "più debole" della prova diretta o rappresentativa, ben possono le presunzioni assurgere anche ad unica fonte di convincimento del giudice (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572, Cass., 12/6/2006, n. 13546, Cass., 6/7/2002, n. 9834), costituendo una "prova completa" (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546, E già Cass., 22 luglio 1968, n. 2643)" (Cass 7844/11).

 

Sicchè, essendo stato certamente dimostrato il verificarsi di un danno non patrimoniale, ulteriore rispetto al danno biologico, la liquidazione complessiva dello stesso dovrà ovviamente tenerne conto.

 

Venendo, ora, alla quantificazione del danno non patrimoniale c.d. differenziale, occorrerà in primo luogo calcolare il danno non patrimoniale secondo i criteri civilistici, per poi scomputare quanto percepibile dall'Inail a titolo di rendita.

 

In particolare la liquidazione del danno non patrimoniale deve essere effettuata mediante applicazione delle Tabelle del Tribunale di Milano in luogo di quelle del Tribunale di Lecce. Tanto appare opportuno alla luce di quanto affermato dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 12408 del 2011 (successivamente confermata dalla sentenza n. 14402/11) che questo giudice ritiene pienamente di condividere. In particolare la Suprema Corte ha affermato che "nella liquidazione del danno biologico, quando manchino criteri stabiliti dalla legge. l'adozione della regola equitativa di cui all'art. 1226 cod civ. deve garantire non solo una adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, ma anche l'uniformità di giudizio a fronte di casi analoghi, essendo intollerabile e non rispondente ad equità che danni identici possano essere liquidati in misura diversa sol perché esaminati da differenti Uffici giudiziari Garantisce tale uniformità di trattamento il riferimento al criterio di liquidazione predisposto dal Tribunale di Milano, essendo esso già ampiamente diffuso sul territorio nazionale - e al quote la S.C., in applicazione dell'art. 3 Cost., riconosce la valenza, in linea generale, di parametro di conformità della valutazione equitativa del danno biologico alle disposizioni di cui agli artt. 1226 e 2056 cod. civ. -, salvo che non sussistano in concreto circostanze idonee a giustificarne l'abbandono. L'applicazione di diverse tabelle, ancorché comportante liquidazione di entità inferiore a quella che sarebbe risultata sulla base dell'applicazione delle tabelle di Milano, può essere fatta valere. In sede di legittimità, come vizio di violazione di legge, solo in quanto la questione sia stata già posta nel giudizio di merito".

 

Peraltro sempre di recente la Suprema Corte ha affermato, in tema di liquidazione del danno morale con riferimento proprio alla applicazione delle Tabelle milanesi, che "In rema di liquidazione del danno, la fattispecie del danno morale, da intendersi come "voce" integrante la più ampia categoria del danno non patrimoniale, trova rinnovata espressione in recenti interventi normativi (e, segnatamente, nel d.P.R. 3 marzo 2009, n. 37 e nel D.P.R. 30 ottobre 2009, n. 181), che distinguono, concettualmente, ancor prima che giuridicamente, tra la "voce" di danno cd. biologico, da un canto, e la "voce" di danno morale, dall'altro, con la conseguenza che di siffatta distinzione, in quanto recata da fonte abilitata a produrre diritto, il giudice del merito non può prescindere nella liquidazione del danno non patrimoniale. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che, in base a motivazione esente da vizi logici e giuridici, aveva liquidato congiuntamente il danno biologico ed il danno morale secondo le tabelle "milanesi" antecedenti all'arresto delle Sezioni unite civili del 2008; la stessa S.C. ha, altresì, rilevato che le successive tabelle del Tribunale di Milano modificate nel 2009 - e applicabili dai giudici di merito su tutto il territorio nazionale - non hanno "cancellato" il danno morale, bensì provveduto ad una liquidazione congiunta del danno non patrimoniale derivante da lesione permanente all'integrità psicofisica e del danno non patrimoniale derivante dalla stessa lesione in termini di dolore e sofferenza soggettiva, e cioè "la liquidazione congiunta dei pregiudizi in passato liquidati a titolo di danno biologico standard, personalizzazione del danno biologico, danno morale").(Cass civ n. 18641/11).

 

Orbene, le citate TABELLE prevedono - in relazione alla percentuale di invalidità permanente del 100% ed all'età del lavoratore alla data dell'evento (75 anni nel 2010, anno in cui si manifesta la patologia infausta) - una quantificazione del nuovo valore (già rivalutato al 1 gennaio 2014) del c.d. "punto" (relativo alla componente di danno non patrimoniale anatomo-funzionale, c.d. danno biologico permanente, compreso l'aumento contemplato per la componente di danno non patrimoniale relativa alla "sofferenza soggettiva") pari a Euro.12.048,82, sicché moltiplicando tale valore per la percentuale di danno (100) e per il coefficiente previsto si ottiene l'importo di Euro.759.076,00.

 

Deve poi ancora rimarcarsi che sono state applicate tabelle i cui parametri già tengono conto degli aspetti "morali" e "relazionali" propri del danno non patrimoniale, dovendosi però ulteriormente considerare gli altri elementi eventualmente suscettibili di positiva valutazione ai fini di una ulteriore personalizzazione della liquidazione del danno biologico: in tal caso, devono quindi applicarsi le ulteriori percentuali di aumento (nella specie, fino al 25% in più) che la TABELLA DEL TRIBUNALE DI MILANO prevede per la c.d. "personalizzazione" relativa ad aspetti relazionali del tutto soggettivi e specifici, sulla base ovviamente delle allegazioni e prove offerte, in riferimento ad eventuali pregiudizi ulteriori, tali cioè da determinare la compromissione delle aspettative di sviluppo della personalità del lavoratore.

 

Nella specie, rileva in particolare il danno morale sub specie di danno tanatologico (peraltro sicuramente trasmissibile agli eredi: sic CASS. LAV. 7 GIUGNO 2010 N. 13672), in relazione al quale la SUPREMA CORTE ha chiarito che "il danno cosiddetto "tanatologico" va ricondotto nella dimensione del danno morale, inteso nella sua più ampia accezione, come sofferenza della vittima che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita" (CASSAZIONE CIVILE , SEZ. III, 13 GENNAIO 2009, N. 458; conforme, CASS. N. 8360/10).

 

Orbene con la citata sentenza delle SS. UU. N. 26972/08 si è affermato che "in caso di morte che segua le lesioni dopo breve tempo, la sofferenza patita dalla vittima durante l'agonia è autonomamente risarcibile non come danno biologico ma come danno morale nella sua ampia accezione. Ma tanto presuppone che "sofferenza psichica" vi sia stata e, dunque, che la vittima sia stata in condizioni tali da percepire il proprio stato (il che va escluso in caso di coma immediatamente conseguito all'evento dannoso)" (in termini anche CASS. CIV. 28423/08).

 

Né potrebbe ritenersi che il suddetto danno morale tanatologico possa essere riconosciuto a partire dal momento di insorgenza della malattia, atteso che lo stesso è risarcibile, come sopra specificato, solo e soltanto per quel lasso di tempo, apprezzabile ma tutto sommato contenuto, in cui il soggetto abbia avuto contezza dell'imminenza dell'exitus.

 

E' evidente infatti che (...) tra il marzo 2010 e il settembre 2010, ossia nel breve periodo della sua malattia, si fosse reso conto dell'imminenza del proprio decesso e quindi vedesse vieppiù incrementare la sua sofferenza in ragione del fatto che - lucidamente e consapevolmente - assisteva allo spegnersi della propria vita.

 

Sul punto, si veda CASS. LAV. 19 GENNAIO 2015 N. 777, secondo cui: "Il danno esistenziale. quale criterio di liquidazione del più generale danno non patrimoniale, risarcibile ex art. 2059 cod. civ., può essere desunto in forza dell'art. 115. secondo comma, cod. proc. civ. da massime di comune esperienza, quali la giovane età del danneggiato al momento dell'infortunio (nella specie, venticinque anni) e la gravità delle conseguenze dell'infortunio (nella specie, immobilizzazione su sedia a rotelle) incidenti sulla normale vita di relazione dell'infortunato avuto riguardo alla capacità di procreazione, alla vita sessuale, alla possibilità di praticare sport ed altre analoghe attività".

 

Ed ancora si veda CASS. LAV. 21 APRILE 2011 N. 9238, secondo cui: "In materia di risarcimento danni, in caso di lesione di un diritto fondamentale della persona, la regola: secando la quale il risarcimento deve ristorare interamente il danno subito, impone di tenere conto dell'insieme dei pregiudizi sofferti, ivi compresi quelli esistenziali, purché sia provata nel giudizio l'autonomia e la distinzione degli stessi, dovendo il giudice, a tal fine, provvedere all'integrale riparazione secondo un criterio di personalizzazione del danno, che, escluso ogni meccanismo semplificato di liquidazione di tipo automatico, tenga conto, pur nell'ambito di criteri predeterminati, delle condizioni personali e soggettive del lavoratore e della gravità della lesione e, dunque, delle particolarità del caso concreto e della reale entità del danno. (Nella specie, relativa ad una azione risarcitoria promossa dagli eredi di un lavoratore deceduto per mesotelioma pleurico per esposizione a fibre di amianto, la S.C., nel rigettare il ricorso, ha ritenuto corretta la decisione della corte territoriale, la quale, ai fini della determinazione della misura del danno esistenziale, aveva tenuto conto delle ripercussioni "massimamente penalizzanti" della malattia sulla vita dal danneggiato ed aveva valorizzato la penosità della sofferenza, le quotidiane difficoltà, le cure estenuanti e l'assenza di ogni prospettiva di guarigione, quantificando il risarcimento in misura doppia al danno biologico)" (in senso analogo, sempre in riferimento alla necessaria personalizzazione del danno, si vedano anche CASS. SEZ. III. 27 LUGLIO 2015 N. 15733. CASS. LAV. 15 GENNAIO 2014 N. 687 e CASS. SEZ. III, 12 SETTEMBRE 2011 N. 18641).

 

Sicché siffatto aspetto della vicenda deve comportare in questa sede un ulteriore incremento della liquidazione del danno, che si stima equo stabilire nella misura del 25%, rispetto all'importo in precedenza calcolato, così pervenendosi a quello di L.948.845,00.

 

E' appena il caso di rilevare, invece, che - alla stregua dell'orientamento ermeneutico prevalente in sede di legittimità, recentemente riaffermato anche dalle SEZIONI UNITE - non è risarcibile il pregiudizio conseguente costituito, in sé e per sé, dalla perdita della vita, dovendosi ritenere che: "In materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente è costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, sicché, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilità "iure hereditatis" di tale pregiudizio, in ragione - nel primo caso - dell'assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero - nel secondo - della mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo" (sic CASS. SS. UU. 22 LUGLIO 2015 N. 15350).

 

Opina inoltre questo giudice che la particolare complessità del caso di specie imponga di non applicare, sic et simpliciter, le tabelle di liquidazione del danno biologico ordinariamente utilizzate, essendo invece necessaria una più specifica valutazione equitativa ex art 1226 c.c.: con l'ovvia precisazione che, come rimarcato anche da recente condivisibile giurisprudenza della SUPREMA CORTE (CASS. 26 GENNAIO 2010 N. 1529 e CASS. LAV. 19 MAGGIO 2010 N. 12318), la valutazione equitativa del danno, in quanto inevitabilmente caratterizzata da un certo grado di approssimatività, è suscettibile di rilievi, sotto il profilo dell'eventuale vizio della motivazione, solo se difetti totalmente la giustificazione che quella statuizione sorregge, o macroscopicamente si discosti dai dati di comune esperienza, o sia radicalmente contraddittoria.

 

In particolare, non può non tenersi conto del fatto che I (...) pur affetto da patologia gravissima, è comunque deceduto in breve tempo, sicché non ha dovuto patire le conseguenze dannose della patologia nel corso degli ulteriori anni di vita "sperata" e che all'epoca dell'insorgenza della patologia avesse raggiunto 75 anni di età: pertanto, occorre distinguere tra l'invalidità permanente riconosciuta ad un soggetto in vita, che deve tenere conto anche della durata probabile della sua vita e dell'incidenza sulla qualità della stessa derivante dalla lesione alla salute, dall'invalidità permanente riconosciuta ad un soggetto deceduto a causa delle suddette lesioni. A tal proposito la giurisprudenza ha statuito che "l'ammontare del danna biologico, che gli eredi del defunto richiedono iure successionis, va calcolato non con riferimento alla durata probabile della vita del defunto, ma alla sua durata effettiva " (CASS. CIV. 23053/09; in termini CASS. CIV. 9620/03; CASS. CIV. 2775/03; CASS. CIV. 19057/03).

 

Ed ancora, "la circostanza che a distanza di un certo numero di giorni dal fatto dannoso, e proprio in conseguenza di quel fatto, il danneggiato sia deceduto deve essere tenuto presente dai giudici del merito nella valutazione del quantum del risarcimento (che, pertanto, non può essere rapportato alla durata, ipotetica, della vita del danneggiato ma deve essere liquidato tenendo conto l'effettiva durata della vita residua della parte), ma non giustifica (come operato nella specie dal giudice del merito) in alcun modo il totale azzeramento della detta voce di danno" (CASSAZIONE CIVILE , SEZ. III, 30 SETTEMBRE 2009, N. 20966). Analogamente, "In tema di danno biologico, se le lesioni hanno cagionato la morte del soggetto offeso dopo un apprezzabile intervallo di tempo, il giudice - sia se applica il criterio di liquidazione equitativa cosiddetto puro, sia se applica i criteri di liquidazione tabellare o a punto, aumentandoli o moltiplicandoli secando il suo apprezzamento equitativo (con riferimento alle peculiarità del caso concreto, in cui il danno alla salute è stato così intenso e progressivamente grave da condurre il soggetto verso la morte, in base a un indice crescente proporzionale all'aumentare del grado di invalidità che ne deriva) - non può liquidare il danno come se il soggetto fosse sopravvissuto alle lesioni per il tempo corrispondente alla sua ordinaria speranza di vita, atteso che la morte estingue ogni danno biologico futuro correlato alla probabilità statistica della durata di essa, allorché essa è ormai divenuta nota" (CASSAZIONE CIVILE , SEZ. III, 9 OTTOBRE 2009, N. 21497; conf. CASS. N. 29191/08). Si veda anche CASS. SEZ. III, 31 GENNAIO 2011 N. 2297, secondo cui: "In tema di risarcimento del danno non patrimoniale da fatto illecito, qualora, al momento della liquidazione del danno biologico, la persona offesa sia deceduta per una causa non ricollegabile alla menomazione risentita in conseguenza dell'illecito, alla valutazione probabilistica connessa con l'ipotetica durata della vita del soggetto danneggiato va sostituita quella del concreto pregiudizio effettivamente prodottosi, cosicché l'ammontare del danno biologico che gli eredi del defunto richiedono "iure successionis" va calcolato non con riferimento alla durata probabile della vita del defunto, ma alla sua durata effettiva, pur tenendo conto del fatto che nei primi tempi il patema d'animo è più intenso rispetto ai periodi successivi" (cfr. ancora CASS. SEZ. III, 14 NOVEMBRE 2011 N. 23739 e CASS. SEZ. III, 30 GIUGNO 2015 N. 13331).

 

Orbene, si pone il problema, allora, di come liquidare il suddetto danno biologico nel caso di morte intervenuta dopo un apprezzabile lasso di tempo dall'insorgenza della malattia. In particolare, se si facesse riferimento all'invalidità temporanea e all'effettivo periodo di sopravvivenza del soggetto e non alla vita media in considerazione della sua età, si rischierebbe di avere un risarcimento che non terrebbe in debito conto il fatto che vi è una compromissione temporanea della salute priva di qualsiasi capacità recuperatoria e di tale intensità ed entità da condurre a morte un soggetto(CASS. 7632/2005; CASS. 3549/2004): così facendo, infatti, si ometterebbe di considerare la componente statica del danno biologico, che nel caso di specie deve essere stata particolarmente grave, se ha condotto alla morte del soggetto, peraltro dovendosi anche tener conto del fatto che nei primi tempi il patema d'animo è più intenso rispetto ai periodi successivi.

 

D'altra parte egualmente non accettabile, per motivi diametralmente opposti, sarebbe la liquidazione di una somma a titolo di invalidità permanente rapportata alla vita media, pur in presenza di una sopravvivenza del soggetto leso limitata nel tempo: non si terrebbe, cioè, nella giusta considerazione l'aspetto dinamico del danno biologico, che è una delle componenti essenziali dello stesso, ossia la necessità di dover sopportare a livello psicofisico la lesione proiettata in un arco di tempo pari alla vita media.

 

Pertanto è necessario procedere ad una liquidazione in via equitativa del danno non patrimoniale, con dei necessari aggiustamenti rispetto alla mera applicazione delle tabelle di liquidazione del danno stesso, in considerazione della morte intervenuta in un apprezzabile lasso temporale a causa delle lesioni subite.

 

In concreto, nella fattispecie in esame, dovendosi prendere atto del già intervenuto decesso del lavoratore e del fatto che la sopravvivenza in vita (a partire dalla scoperta della patologia nel marzo 2010) è durata circa sei mesi (fino al decesso, intervenuto nel settembre 2010) - deve rilevarsi che la necessità di dover sopportare a livello psicofisico la lesione non è stata proiettata in un arco di tempo pari alla vita media, ma ha avuto una durata ridotta, e tuttavia non minima, anzi perdurata per periodo certamente rilevante.

 

Ed allora, opina questo giudicante che la sopra indicata quantificazione "teorica" debba essere rettificata applicando - ovviamente in via equitativa - una decurtazione del 50%, rispetto all'importo in precedenza calcolato, così pervenendosi alla somma di Euro. 474.422,50.

 

Deve infine ancora per quanto già detto considerarsi la necessità di determinare in concreto il danno differenziale, detraendo dal totale la quota liquidabile dall'INAIL, che non può gravare sul datore di lavoro, sussistendone evidentemente i presupposti, sulla base dei principi di diritto sopra enucleati (attesa, in particolare, l'evidente violazione degli obblighi di protezione ex art. 2087 c. c. da parte datoriale, mediante condotte che hanno determinato una malattia professionale).

 

Occorre quindi dedurre il valore dell'indennizzo del danno biologico ex L. n. 38 del 2000 liquidabile dall'INAIL (e non azionato dall'istante in vita), nella specie da quantificare in via presuntiva, tenuto conto dell'invalidità pari al 100% e quindi in misura di Euro30.000,00.

 

Vi è da precisare, altresì, che - in mancanza di diversa precisazione e/o contestazione di parte ricorrente - l'importo predetto deve essere considerato come integralmente riferito al (solo) danno biologico e, quindi, interamente detratto: è appena il caso di rilevare, infatti, che, come autorevolmente e condivisibilmente stabilito da CASS., SEZ. III, 26 GIUGNO 2015 N. 13222, quando la vittima di un illecito abbia percepito un indennizzo da parte dell'INAIL, "per calcolare il c.d. "danno biologico differenziale" è necessario:

 

(a) determinare il grado di invalidità permanente patito dalla vittima e monetizzarlo, secondo i criteri della responsabilità civile;

 

(b) sottrarre dall'importo sub (a) non il valore capitale dell'intera rendita costituita dall'INAIL, ma solo il valore capitale della quota di rendita che ristora il danno biologico".

 

Con l'ulteriore precisazione che, avendo considerato la durata concreta del periodo di sopravvivenza del de cuius ai fini del calcolo del risarcimento secondo i criteri della responsabilità civile, analogamente - per garantire la ragionevole comparabilità delle due entità economiche - deve aversi riguardo alle somme effettivamente erogabili a titolo di ratei di rendita INAIL.

 

Si perviene, pertanto ed in definitiva, all'importo di Euro. 424.422,50, somma che il Ministero convenuto deve essere condannato a pagare in favore dei ricorrenti, nella spiegata qualità di eredi e nei limiti delle rispettive quote, a titolo di risarcimento dei danni non patrimoniali cagionati al de cuius, come sopra specificati.

 

È poi appena il caso di rilevare - sempre alla stregua della predetta TABELLA - che si tratta di somma espressa in moneta al valore già aggiornato al 1 gennaio 2014 , sicché, pur essendo il risarcimento del danno un "debito di valore", come tale non soggetto al principio nominalistico, a tale somma non va aggiunta la rivalutazione monetaria, se non appunto dal 1 gennaio 2014, mentre certamente vanno aggiunti gli interessi legali che, trattandosi di risarcimento da fatto illecito e vertendosi quindi in ipotesi di "mora ex re", vanno conteggiati dalla data del fatto illecito (id est dal decesso del 6.9.2010) e sino all'effettivo soddisfo. Siffatti interessi, tuttavia, andranno applicati non sulla somma interamente rivalutata ma sulla somma come annualmente rivalutata secondo indici ISTAT: conseguentemente, ai fini del calcolo degli interessi, la somma complessiva risultante dall'applicazione delle tabelle deve essere, secondo i coefficienti in uso, dapprima riportata a) valore effettivo corrente al momento del fatto illecito (c.d. "devalutazione") e, sulla somma così ottenuta, vanno calcolati anno per anno (cioè con rivalutazione della somma anno dopo anno) gli interessi legali.

 

Infine nulla spetta a titolo di invalidità temporanea assoluta, pure richiesta dai ricorrenti, atteso che la stessa non rientra nel c.d. danno differenziale ma viene integralmente versata dall'INAIL.

 

Le spese sostenute da parte ricorrente, liquidate ai sensi del D.M. n. 55 del 2014 e distratte come da dispositivo, così come le già liquidate spese di CTU, seguono la soccombenza e vanno pertanto poste a carico del convenuto.

 

P.Q.M.

 

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, così provvede:

 

1. accoglie il ricorso e, per l'effetto, condanna il Ministero della Difesa a pagare in solido in favore dei ricorrenti, nella spiegata qualità di eredi e nei limiti delle rispettive quote, la complessiva somma di Euro. 424.422,50, a titolo di risarcimento dei danni non patrimoniali cagionati al de cuius, come specificato in motivazione, oltre a rivalutazione monetaria secondo indici ISTAT dal 1 gennaio 2014 ed interessi legali a far tempo dal 6 settembre 2010;

 

2. condanna, altresì, il convenuto alla rifusione delle spese e competenze del giudizio, che liquida in complessivi Euro.8.300,00 a titolo di compenso professionale ex D.M. n. 55 del 2014, oltre al rimborso delle spese forfetarie, dell'eventuale contributo unificato, dell'I.V.A. e del contributo integrativo, con distrazione in favore dei procuratori antistatali, Avv. ti Pietro L. Frisani ed Elena Moretti;

 

3. pone definitivamente a carico del convenuto l'onere delle già liquidate spese di C.T.U..

 

Così deciso in Taranto, il 27 ottobre 2016.

 

Depositata in Cancelleria il 27 ottobre 2016.