Cassazione  Civile , Sez. lavoro, Sentenza 29-04-2016, n. 8565 –

Cassazione  Civile , Sez. lavoro, Sentenza 29-04-2016, n. 8565 – I lavoratori con orario part-time verticale ciclico, ai fini dell’acquisizione del diritto alla pensione, hanno diritto all’inclusione anche dei periodi non lavorati, incidendo la contribuzione ridotta sulla misura della pensione e non sulla durata del rapporto di lavoro

Tutto ciò, in conformità al principio di non discriminazione di cui all’art. 4 direttiva n. 97/81/Ce,  così come applicato dalla corte di giustizia Ue nella sentenza del 10 giugno 2010 C-395/08 e C-396/08, nonché ai sensi dell’art. 7, 1º comma, d.l. n. 463 del 1983, convertito con modificazioni dalla l. n. 638 del 1983 (massima dell'Avv. Ezio Bonanni).

 

Cassazione  Civile , Sez. lavoro, Sentenza 29-04-2016, n. 8565- Lavoro part-time e diritto alla pensione

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

 

Ca. St.  esponeva al Tribunale di Roma di essere dipendente della compagnia aerea Alitalia s.p.a. dal 1.4.1986, con mansioni di assistente  di  volo, e di essere iscritto, come tutto  il  personale navigante  aeronautico, al Fondo volo, istituto quale fondo  speciale INPS  ex  lege n. 859 del 1965; di aver trasformato dal  1.3.1995  il proprio  rapporto  di  lavoro da tempo pieno in  part  time  di  tipo verticale ciclico L. n. 863 del 1984, ex articolo 5, secondo le modalita' specificamente  indicate in ricorso; di aver rilevato dall'esame  del proprio estratto conto contributivo, "nella colonna contributi  utili pensione" che per il periodo di lavoro in regime di part time, l'Inps gli  riconosceva  solamente  le settimane  lavorate  e  non  l'intera anzianita'  pari alle 52 settimane contributive annue. Lamentava  che I'Inps utilizzava un trattamento immotivatamente differenziato per  i lavoratori  che effettuano un part time verticale ciclico rispetto  a quelli che effettuano il part time orizzontale, riconoscendo a questi ultimi   l'intera  anzianita'  contributiva  ed  ai  primi  la   sola anzianita'  relativa  ai  periodi  lavorati,  realizzando  cosi'  una evidente discriminazione tra lavoratori, contraria ai principi di cui agli  articoli  3, 36 e 38 Cost., nonche' alla direttiva comunitaria  n. 97/81; manifestava di avere interesse a vedersi riconosciuta l'intera anzianita' contributiva atteso che in mancanza ne sarebbe derivato un evidente  allontanamento  del momento di maturazione  del  diritto  a pensione;   chiedeva  pertanto  al  Tribunale   adito   la   condanna dell'Istituto a riconoscergli l'intera anzianita' contributiva  anche per gli anni di lavoro con part time verticale. Si costituiva l'INPS resistendo al ricorso. Il Tribunale respingeva la domanda. Proponeva appello il lavoratore; resisteva l'INPS. Con  sentenza  depositata il 29 dicembre 2009, la Corte d'appello  di Roma  accoglieva il gravarne dichiarando il diritto del    Ca.   al calcolo dell'intera anzianita' contributiva su base annuale anche per i  periodi  di  lavoro svolti in regime di part time  verticale  (dal 1.3.95 al 1.3.2000). Per  la  cassazione di tale sentenza propone ricorso l'INPS, affidato ad unico motivo. Resiste il    Ca.  con controricorso.

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

 

1.- L'Istituto ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione del Decreto Legislativo 25 febbraio 2000, n. 61; del Decreto Legge n. 726 del 1984, articolo 5, comma 11 e del Decreto Legge n. 463 del 1983, articolo 7, comma 1, convertito  con modificazioni  in  L.  11 novembre 1983, n.  638,  oltre  ad  omessa, insufficiente   e   contraddittoria  motivazione   circa   un   fatto controverso e decisivo della controversia (articolo 360 c.p.c., comma  1, nn. 3 e 5). Lamenta  che le modalita' di computo dell'anzianita' contributiva  ai fini  del  riconoscimento  del diritto a pensione,  con  riguardo  ai periodi di lavoro a tempo parziale verticale ciclico, non possono che essere considerati se non con riguardo ai periodi in cui vi e'  stato effettivo  svolgimento dell'attivita' lavorativa, con  corresponsione della    retribuzione   e   del   versamento   della    contribuzione previdenziale,  senza  possibilita' di distribuire  su  tutto  l'anno (anche per i periodi non lavorati) i contributi versati per i periodi lavorati, cio' in base alla L. n. 638 del 1983, articolo 7.

 

1.1-  Il  ricorso e' infondato (cfr., in identica fattispecie,  Cass. 24.11.2015 n. 23948), pur essendo la pronuncia impugnata erroneamente basata  del  Decreto Legislativo n. 61 del 2000, articoli 1, 4 e 5,  sicche'  occorre correggerne la motivazione. Deve premettersi che l'INPS, nella prima parte del ricorso, si limita a  richiamare la disciplina contrattuale collettiva in materia, senza inferirne  uno spedfico vizio della sentenza impugnata  ex  articolo  360 c.p.c., con conseguente irrilevanza delle relative asserzioni. Deve ancora rilevarsi che l'esposizione della disciplina inerente  il cd.  Fondo  Volo,  di cui alla L. 13 luglio 1965, n.  859,  parimenti risulta  irrilevante  per non essere stata tale normativa  denunciata come violata nell'unico motivo di ricorso. Risulta invece infondata, anche per le ragioni di seguito esposte, la doglianza dell'Istituto con cui si lamenta linapplicabilita' al  caso di  specie  del  Decreto Legislativo 25 febbraio 2000, n. 61,  per  riguardare  la fattispecie in esame fatti anteriori all'entrata in vigore del Decreto Legislativo suddetto. Cio' premesso, si osserva. 1.2  - In materia e' intervenuta una pronuncia di questa Corte (Cass. 5.6.2012  n.  9039)  secondo cui "In tema di anzianita'  contributiva utile  per il conseguimento di prestazioni previdenziali da parte  di lavoratori part-time, il tenore letterale del Decreto Legge n. 338  del  1989, articolo  1,  comma  4, conv. nella L. n. 389 del 1989 e  la  sua  stessa riproposizione in termini immutati nel Decreto Legislativo n. 61 del 2000, articolo  9 (basato  sul  criterio  della  riparametrazione  dei  contributi  nel passaggio  dal tempo pieno al part time), escludono, con la  puntuale indicazione  che  l'ambito  disciplinato attiene  alla  "retribuzione minima  oraria  da  assumere quale base di calcolo per  i  contributi previdenziali dovuti per i lavoratori a tempo parziale", la possibile estensione,  in  via  interpretativa, del meccanismo  adeguativo  ivi previsto all'ipotesi del tutto diversa e disciplinata dal Decreto Legge n. 463 del  1983,  articolo 7, conv. nella L. n. 638 del 1983 (che  in  generale considera  il  numero  di settimane lavorate,  con  retribuzione  non inferiore  al  30%  del  trattamento  minimo  di  pensione)  la   cui legittimita' era stata valutata positivamente dalla Corte  Cost.  con la  sentenza n. 36 del 2012, non essendo configurabile un criterio di calcolo   costituzionalmente  obbligato  -  del  sistema  di  calcolo dell'anzianita' contributiva utile per il conseguimento  del  diritto alla  prestazione  previdenziale  nel  settore  del  lavoro  a  tempo parziale". Osserva   tuttavia  il  Collegio  che  la  questione   del   minimale contributivo (ed in generale del numero dei contributi settimanali da accreditare ai dipendenti), di cui alla sentenza n. 36/2012 della  C. Cost.   e   di  questa  Corte  n.  9039/12,  e'  questione   distinta dall'anzianita' previdenziale tout court, con particolare riferimento ai lavoratori part time e dunque dalla relativa durata (anche ai fini previdenziali) dell'attivita' lavorativa (che il nostro  ordinamento, peraltro,  in  piu'  occasioni  svincola  dall'effettiva  prestazione lavorativa,  ex aliis articoli 2110 e 2111 c.c., ed anche  dalla  misura dei  contributi,  es. contribuzione figurativa,  c.i.g.;  periodi  di astensione dal lavoro per maternita', percepimento dell'indennita' di disoccupazione  (Decreto del Presidente della Repubblica  26  aprile  1957,  n.  818);   maggiorazione dell'anzianita' contributiva ai sensi della L. n. 388 del 2000,  articolo 80,   comma  3,  per  gli  invalidi  con  invalidita'  superiore   al settantaquattro  per cento; accredito contributivo per  i  lavoratori esposti  all'amianto, L. 27 marzo 1992, n. 257, etc.). La  precedente pronuncia di questa Corte, poi, non ha affatto esaminato la questione della  compatibilita' della normativa nazionale (L. n. 638 del  1983, articolo 7) con la disciplina europea (direttiva n. 97/81) in materia. Deve  quindi  rilevarsi  che  la CGUE e' stata  investita  (ai  sensi dell'articolo 234 CE) dalla Corte d'appello di Roma (ord. 11 aprile 2008) della  questione pregiudiziale interpretativa della direttiva europea n.  97/81,  con  specifico  riferimento  al  calcolo  dell'anzianita' contributiva dei lavoratori part time (ed in particolare  con  orario part  time verticale ciclico dei dipendenti Alitalia) nei  seguenti termini: "1) Se sia conforme alla direttiva (n.97/81), e segnatamente alla  clausola  sub  4  (dell'accordo quadro ad  essa  allegato)  sul principio  di non discriminazione, la normativa dello Stato  Italiano (L.  n.  638  del 1983, predetto articolo 7, comma 1) che conduce  a  non considerare  quale  anzianita' contributiva utile per  l'acquisizione della pensione, i periodi non lavorati nel part time verticale; 2) se la  predetta  disciplina nazionale sia conforme  alla  direttiva  (n. 97/81)  e  segnatamente: alla clausola sub 1 (dell'accordo quadro  ad essa allegato) - laddove e' previsto che la normativa nazionale debba facilitare  lo  sviluppo del lavoro a tempo parziale-; alla  clausola sub  4  ed  alla clausola sub 5 (del summenzionato accordo quadro)  - laddove impone agli Stati Membri di eliminare gli ostacoli di  natura giuridica  che  limitino  l'accesso al lavoro  part  time  -  essendo indubitabile  che  la  mancata considerazione ai  fini  pensionistici delle  settimane non lavorate costituisca una importante remora  alla scelta del lavoro part time - nella forma del tipo verticale -; 3) se la clausola 4 (del summenzionato accordo quadro) sul principio di non discriminazione  possa  estendersi  anche  nell'ambito  delle   varie tipologie di contratto part time, atteso che nell'ipotesi di lavoro a tempo  parziale  orizzontale, a parita' di un monte  ore  lavorato  e retribuito nell'anno solare, sulla base della legislazione nazionale, vengono  considerate  utili  tutte  le  settimane  dell'anno  solare, differentemente dal part time verticale". La  CGUE,  con  seni 10/6/2010 (procedimenti riuniti  C-395/08  e  C- 396/08), considerato che dal testo della clausola 1, lettera a), dell'accordo quadro risulta che uno degli oggetti di quest'ultimo  e' "di  assicurare la soppressione delle discriminazioni  nei  confronti dei  lavoratori  a  tempo parziale e di migliorare  la  qualita'  del lavoro  a  tempo parziale" e che, analogamente, al suo  comma  2,  il preambolo  dell'accordo quadro precisa che quest'ultimo  "rappresenta la  volonta'  delle parti sociali di definire un quadro generale  per l'eliminazione delle discriminazioni nei confronti dei  lavoratori  a tempo parziale e per contribuire allo sviluppo delle possibilita'  di lavoro  a  tempo parziale, su basi che siano accettabili  sia  per  i datori  di lavoro, sia per i lavoratori", obiettivo questo che  viene sottolineato  anche  dall'undicesimo  considerando  della   direttiva 97/81; evidenziato il riferimento operato dalla clausola 4, punto  2, dell'accordo quadro, al principio del pro rata temporis (che consente una  riduzione proporzionata delle spettanze pensionistiche,  v.,  in tal senso, le sentenze Schtinheit e Becker, cause riunite C- 4/02 e C- 5/02,  punti  90 e 91, nonche' Gomez-Union Sanchez-Camacho,  sentenza del  4.12.08,  causa  537/07, punto 59), ha  affermato,  proprio  con riferimento  ai  lavoratori  a  part  time  ciclico  dei   dipendenti Alitalia, che il principio di non discriminazione tra lavoratori  a tempo  parziale  e  lavoratori a tempo pieno (di cui  alla  direttiva europea n. 97/91) implica che l'anzianita' contributiva utile ai fini della  determinazione  della data di acquisizione  del  diritto  alla pensione  sia  calcolata per il lavoratore a tempo parziale  come  se egli  avesse occupato un posto a tempo pieno, prendendo integralmente in considerazione anche i periodi non lavorati, posto che il lavoro a tempo  parziale  costituisce un modo particolare  di  esecuzione  del rapporto di lavoro, caratterizzato dalla mera riduzione della  durata normale  del  lavoro. Tale caratteristica non puo', peraltro,  essere equiparata alle ipotesi in cui l'esecuzione del contatto di lavoro, a tempo  pieno o a tempo parziale, e' sospesa a causa di un impedimento o  di un'interruzione temporanea dovuta al lavoratore, all'impresa  o ad   una  causa  estranea.  Infatti,  i  periodi  non  lavorati,  che corrispondono  alla riduzione degli orari di lavoro  prevista  in  un contratto  di  lavoro  a  tempo parziale,  discendono  dalla  normale esecuzione di tale contratto e non dalla sua sospensione. La CGUE  ha anche   chiarito  che  il  lavoro  a  tempo  parziale   non   implica un'interruzione dell'impiego (v., per analogia con l'impiego a  tempo frazionato,  sentenza  17  giugno  1998,  causa  C-243/95,   Hill   e Stapleton, Racc pag. I-3739, punto 32). Ha  quindi  concluso che la clausola 4 dell'accordo quadro dev'essere interpretata, con riferimento alle pensioni, nel senso  che  osta  ad una  normativa nazionale la quale, per i lavoratori a tempo  parziale di tipo verticale ciclico, escluda i periodi non lavorati dal calcolo dell'anzianita' contributiva necessaria per acquisire il diritto alla pensione,   salvo   che  una  tale  differenza  di  trattamento   sia giustificata da ragioni obiettive. A  tal  riguardo deve considerarsi che esse non possono  individuarsi nella  corrispondente contribuzione ridotta, propria del lavoro  part time, incidendo cio' peraltro sulla misura della pensione e non sulla durata  del  rapporto,  valutato altresi' che  le  considerazioni  di politica sociale, di organizzazione dello Stato, di etica, o anche le preoccupazioni di bilancio che hanno avuto o possono  aver  avuto  un ruolo  nella  determinazione di un regime da  parte  del  legislatore nazionale,  non  possono  considerarsi  prevalenti  se  la   pensione interessa  soltanto una categoria particolare di  lavoratori,  se  e' direttamente proporzionale agli anni di servizio prestati e se il suo importo  e'  calcolato in base all'ultima retribuzione  (v.  sentenza Schonheit e Becker). La  CGUE  ha  del  resto evidenziato che risulta discriminatorio  (in quanto  basata  sul  solo motivo del lavoro a  tempo  parziale),  che sebbene  i  loro  contratti di lavoro abbiano  una  durata  effettiva equivalente,  il  lavoratore  a  tempo parziale  maturi  l'anzianita' contributiva utile ai fini della pensione con un ritmo piu' lento del lavoratore  a tempo pieno, con la conseguenza che una normativa  come quella  di  cui trattasi nella causa principale (L. n. 638 del  1983, predetto  articolo 7, comma 1), tratta i lavoratori a tempo  parziale  di tipo verticale ciclico in modo meno favorevole dei lavoratori a tempo pieno  comparabili, e cio' per il solo motivo che  lavorano  a  tempo parziale, inducendo a differire nel tempo la data di acquisizione del loro  diritto alla pensione in una proporzione uguale a quella  della riduzione  del loro orario di lavoro, rispetto a quello di lavoratori a  tempo  pieno  comparabili.  Questi effetti  sono  stati  parimenti ritenuti  dalla  CGUE  manifestamente in  contrasto  con  l'obiettivo dell'accordo  quadro,  che consiste nell'agevolare  lo  sviluppo  del lavoro a tempo parziale. Deve quindi concludersi che, al di la' della misura della pensione, i lavoratori  con  orario  di lavoro part time verticale  ciclico,  non possono  vedersi esclusi dall'anzianita' contributiva  tout  court  i periodi  non lavorati nell'ambito del programma negoziale  lavorativo concordato,  e  che  in tal senso, in conformita'  del  principio  di supremazia della normativa comunitaria rispetto a quella nazionale in contrasto   con  essa  (ex  articoli  11  e  117  Cost.),  deve   essere interpretato  (deve infatti considerarsi che il primato  del  diritto europeo  non incide sulla validita' delle norme interne, ma  riguarda la loro applicazione) la L. n. 638 del 1983, ridetto articolo 7, comma 1, con  riferimento  all'anzianita'  previdenziale  dei  lavoratori  con orario part time verticale. Ne' occorre sollevare alcuna questione di legittimita'   costituzionale  della  norma  in   esame,   prevalendo senz'altro l'applicazione del diritto europeo (C. Cost. n. 284/07). Alle  considerazioni che precedono, deve aggiungersi che col  recente Decreto Legislativo  n.  81 del 2015, e' stato definitivamente chiarito,  in  modo conforme  al diritto comunitario, che il lavoratore a tempo  parziale ha  i medesimi diritti di un lavoratore a tempo pieno comparabile  ed il  suo  trattamento  economico  e normativo  e'  riproporzionato  in ragione  della ridotta entita' della prestazione lavorativa (articolo  7, comma  2);  in particolare, per quanto qui interessa, che  (articolo  11, comma  1) "Nel caso di trasformazione del rapporto di lavoro a  tempo pieno  in  rapporto di lavoro a tempo parziale e viceversa,  ai  fini della  determinazione dell'ammontare del trattamento di  pensione  si computa per intero l'anzianita' relativa ai periodi di lavoro a tempo pieno   e,   in   proporzione   all'orario   effettivamente   svolto, l'anzianita'  inerente  ai periodi di lavoro a  tempo  parziale",  ed ancora  che  (comma 4): "Nel caso di trasformazione del  rapporto  di lavoro  a  tempo  pieno  in rapporto di lavoro  a  tempo  parziale  e viceversa,   ai   fini   della  determinazione   dell'ammontare   del trattamento  di pensione si computa per intero l'anzianita'  relativa ai  periodi  di  lavoro  a  tempo pieno e, in proporzione  all'orario effettivamente svolto, l'anzianita' inerente ai periodi di  lavoro  a tempo parziale". Trattasi  di  normativa di adeguamento della disciplina nazionale  al diritto  comunitario  in  materia,  che  conforta  la  soluzione  qui adottata. La  sentenza impugnata, cosi' correttane la motivazione, deve  essere pertanto confermata ed il presente ricorso rigettato. Considerato che quest'ultimo  risulta  proposto  in  epoca  successiva  alla   citata sentenza  della  CGUE, le spese di lite seguono la soccombenza  e  si liquidano come da dispositivo.

 

 

P.Q.M.

 

 

La Corte rigetta il ricorso. Condanna l'INPS al pagamento delle spese del  presente giudizio di legittimita', che liquida in euro100,00 per esborsi, euro 3.000,00 per compensi professionali, oltre accessori di legge. Cosi' deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 9 febbraio 2016. Depositato in Cancelleria il 29 aprile 2016