Cassazione Civile, Sez. lav., Sentenza 26-03-2015, n. 6105

 

 

Per quanto concerne le malattie professionali e gli infortuni sul lavoro,  trova applicazione la regola contenuta nell’art. 41 c.p., ossia il principio dell’equivalenza delle cause. Per cui va riconosciuta  efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito, anche in maniera indiretta e remota, a determinare l’evento e  solo qualora possa ritenersi con certezza che l’intervento di un fattore estraneo all’attività lavorativa sia stato di per sé sufficiente a produrre la infermità deve escludersi l’esistenza del nesso eziologico richiesto dalla legge (massima dell'Avv. Ezio Bonanni).

 

 

Cassazione Civile, Sez. lav., Sentenza 26-03-2015, n. 6105 – malattie professionali e il principio di equivalenza delle cause.


SVOLGIMENTO DEL PROCESSO


1.  La  Corte di Appello di Lecce, con la sentenza n. 175  del  2007, decidendo  sull'impugnazione  proposta dall'INAIL  nei  confronti  di              Di. Co. ,         Ro. Wa. ,              Ro. Ni. ,         Ro. Ma.  e        Ro. Ti. , eredi di          Ro. Fr. , avverso la sentenza emessa del Tribunale di Taranto n. 5947 del 2005, accoglieva l'appello proposto dall'INAIL e per l'effetto, in  riforma della  impugnata decisione, rigettava la domanda proposta con ricorso depositato il 3 marzo 2003. 2.  Il  Tribunale  di  Taranto,  con  la  sentenza  impugnata,  aveva riconosciuto  che  la morte di          Ro. Fr.  era  avvenuta  per malattia professionale e aveva condannato l'INAIL al pagamento  della rendita per i superstiti dal giugno 1994. 3.  Per la cassazione della sentenza resa in grado di appello ricorre            Di. Co. , prospettando due motivi di ricorso,  assistiti da memoria depositata in prossimita' dell'udienza. 4. Resiste l'INAIL con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

 

1.  Occorre premettere che          Ro. Fr.  decedeva "per collasso cardio-circolatorio  in  soggetto affetto da  carcinoma  polmonare  e cardiopatia  ischemica  con  grave  insufficienza  respiratoria";  lo stesso  era stato dipendente dell'ILVA spa di Taranto dal  1964,  per oltre   venti  anni,  prestando  attivita'  lavorativa  nel   reparto acciaieria.

 

2. Gli eredi, nel ricorso di primo grado (come riportato nel presente ricorso   per   cassazione   e   non   contestato   dall'INAIL    nel controricorso),   avevano  chiesto  al  Tribunale   di   Taranto   il riconoscimento  in  loro favore della rendita ai  superstiti  per  la morte  del  congiunto  dovuta  a  malattia  professionale,  contratta nell'ambito  lavorativo,  esponendo  che  il  de  cuius   era   stato dipendente  dello stabilimento siderurgico tarantino (ILVA  spa)  dal 1964,  per  oltre  un ventennio, prestando attivita'  lavorativa  nel reparto   acciaieria,  e  deducendo  che  lo   stesso   era   rimasto giornalmente e continuativamente esposto a fumi, polveri, inquinanti, acidi, veleni e sostanze cancerogene quali catrame, acido cianidrico, acido solforico, amianto, ammoniaca.

 

 3.   La  CTU  svolta  nel  giudizio  di  primo  grado,  tenuto  conto dell'attivita' del ricorrente, delle sostanze cui era  stato  esposto (gas  e  vapori), della localizzazione della malattia  neoplastica  e della  circostanza  che  il     Ro.  era fumatore,  aveva  concluso dichiarando che l'esposizione professionale non poteva essere esclusa come   concausa   nel   determinare   l'insorgenza   della   malattia neoplastica.

 

4. La Corte d'Appello nel richiamare le conclusioni della CTU afferma che  non  sono  stati  acquisiti  dati  di  fatto  inoppugnabili  per sostenere  che si sia di fronte ad una probabilita' qualificata,  dal momento  che  era  pacifico che il lavoratore aveva  lavorato  presso l'ILVA  poco  piu'  di venti anni e aveva l'abitudine  del  fumo  con trenta  sigarette al giorno, tanto da essere costretto ad un ricovero nel 1994. Si  poteva  dunque affermare che la causa della morte  era  altamente probabile  che  fosse stata non l'esposizione a  fattori  di  rischio connessi  all'attivita' lavorativa, quanto piuttosto  l'abitudine  al fumo  che,  specialmente se praticato con un  numero  consistente  di sigarette, come nel caso di specie, espone ad un rischio elevatissimo di contrarre il carcinoma polmonare. Tra  l'altro, precisava la Corte d'Appello, non andava trascurato che mentre e' certo che fumare trenta sigarette al giorno rende altamente probabile  il  rischio  di  contrarre  un  carcinoma  polmonare,  non altrettanto  puo'  dirsi  quanto  alle  polveri  indicate   nell'atto introduttivo,  anche perche' non e' stato indicato ne'  accertato  il quantitativo  di  esse  e,  come visto,  il  periodo  di  esposizione lavorativa non pare sia stato particolarmente lungo. 5. Tanto premesso, puo' passarsi all'esame dei motivi di ricorso. 6.  Con il primo motivo di ricorso e' dedotta la violazione dell'articolo 360 c.p.c., n.

 

5. Espone la ricorrente che la Corte d'Appello avrebbe motivato in  modo insufficiente e parzialmente omissivo circa le ragioni per  le  quali aveva   ritenuto   che  il  decesso  di            Ro. Fr.    fosse conseguenza  esclusiva  dei  fatto che lo  stesso  fosse  fumatore  e perche'  tale  abitudine fosse il motivo predominante dell'insorgenza del tumore. Il  rilevo  del  lungo  tempo di lavoro trascorso  all'ILVA,  la  non riconducibilita'  del ricovero del 1994 al tabagismo,  le  risultanze della  CTU,  costituivano elementi rispetto ai quali si  palesava  il suddetto vizio di motivazione.

 

7.  Con  il  secondo motivo di ricorso e' dedotto  il  vizio  di  cui all'articolo 360 c.p.c., n. 3. La  Corte d'Appello avrebbe violato l'articolo 416 c.p.c., comma 3 e articolo 420   c.p.c.,   non  ritenendo  acquisiti  i  fatti  di   causa   non specificamente e tempestivamente contestati. In  mancanza di contestazioni della CTU in primo grado, non  potevano trovare ingresso in appello note di un medico non nominato consulente di parte ne' dinanzi al Tribunale ne' alla Corte di appello. La  Corte  d'Appello  avrebbe  dovuto  ammettere  i  mezzi  di  prova richiesti  nelle due fasi del giudizio con riguardo all'abitudine  al tabagismo, alla presenza di polveri, acidi ecc. presenti sui posto di lavoro, alle mansioni del lavoratore. 8. I suddetti motivi devono essere trattati congiuntamente in ragione della loro connessione. Gli  stessi sono fondati e devono trovare accoglimento nei limiti  di seguito precisati. Questa Corte, con giurisprudenza consolidata affermato (cfr., fra  le altre, Cass. n. 23990 del 2014, n. 23207 del 2014, Cass. n. 14770 del 2008;  Cass.  n. 13361 del 2011) che in materia di nesso causale  tra attivita'   lavorativa  e  malattia  professionale,   trova   diretta applicazione  la  regola contenuta nell'articolo  41  c.p.,  per  cui  il rapporto  causale  tra  evento e danno  e'  governato  dal  principio dell'equivalenza delle condizioni, secondo il quale  va  riconosciuta l'efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito, anche in  maniera  indiretta e remota, alla produzione dell'evento,  mentre solamente se possa essere con certezza ravvisato l'intervento  di  un fattore  estraneo  all'attivita'  lavorativa,  che  sia  di  per  se' sufficiente  a  produrre l'infermita' tanto da  far  degradare  altre evenienze a semplici occasioni, deve escludersi l'esistenza del nesso eziologico richiesto dalla legge. Nella  specie, la Corte d'Appello non ha fatto corretta  applicazione del  suddetto principio, atteso che essa stessa ha riconosciuto, come affermato dalla CTU, la compresenza di due cause, rigettando, quindi, la  domanda  in base ad un giudizio di alta probabilita'  fondato  su affermazioni non adeguatamente motivate e generiche ("mentre e' certo che  fumare  trenta sigarette al giorno rende altamente probabile  il rischio  di  contrarre un carcinoma polmonare, non  altrettanto  puo' dirsi  quanto  alle  polveri indicate nell'atto  introduttivo,  anche perche'  non e' stato indicato ne' accertato il quantitativo di  esse e,  come  visto, il periodo di esposizione lavorativa  non  pare  sia stato   particolarmente  lungo"),  che  danno  luogo  a   motivazione insufficiente e contraddittoria, atteso che solamente se possa essere con   certezza   ravvisato  l'intervento  di  un   fattore   estraneo all'attivita'  lavorativa,  che sia per se'  sufficiente  a  produrre l'infermita'  tanto  da  far  degradare altre  evenienze  a  semplici occasioni, deve escludersi l'esistenza del nesso eziologico richiesto dalla  legge,  valutazione nella cui effettuazione  va  adeguatamente presa in considerazione l'attivita' lavorativa svolta dal lavoratore, con  riguardo  all'esposizione a fattori  nocivi  in  relazione  alla malattia contratta, ed il tempo dello stessa. 9. La Corte accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia anche  per  le spese del presente giudizio alla Corte di  Appello  di Bari che dovra' attenersi ai sopra esposti principi.

 

 

P.Q.M.

 

 

La  Corte  accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e  rinvia anche  per  le spese del presente giudizio alla Corte di  Appello  di Bari.

 

Cosi' deciso in Roma, il 27 novembre 2014.

 

Depositato in Cancelleria il 26 marzo 2015