Corte di Cassazione, Ordinanza n°17077 del 10.07.2013: responsabilità professionale, corretta formulazione del petitum e requisiti del ricorso ex art. 366 c.p.c.

Commento dell'Avv. Ezio Bonanni


Responsabilità Medica

La Corte di Cassazione Civile, sezione sesta, con ordinanza n. 17077 del 10 Luglio 2013 si pronuncia in tema di responsabilità professionale, in ordine alla corretta formulazione del petitum e i requisiti del ricorso ex art. 366 c.p.c., e stabilisce che l'attore che si attiva al fine di richiedere il risarcimento del danno causato da negligenza ed imperizia del professionista deve formulare chiaramente e specificamente le proprie doglianze.

Nel caso di specie, a seguito di un primo accoglimento della 


domanda proposta dai danneggiati da parte del Tribunale e di una successiva radicale riforma ad opera della Corte d'Appello, la Suprema Corte si è pronunciata in merito al ricorso di due coniugi, obbligati al versamento di una somma di denaro al fine di liberare un bene oggetto di pignoramento, bene a suo tempo destinato afondo patrimoniale la cui annotazione è stata a suo tempo omessa dal notaio.

Pur essendo palese l'imperizia e la negligenza del professionista, la Cassazione ha rigettato il ricorso poiché i danneggiati si sono limitati a richiedere la condanna del professionista ancorando e quantificando la stessa nel "valore di stima" del bene oggetto di pignoramento. La Suprema Corte avalla le motivazioni già addotte dalla Corte d'Appello, in particolare come "il danno ingiusto, conseguente all'inadempimento del notaio, non poteva individuarsi nell'esborso effettuato dagli attori a citazione dei loro creditori (...); il danno eziologicamente riconducibile alla mancata annotazione della convenzione dovesse identificarsi (...) con quello conseguente la sottrazione ai bisogni della famiglia dei beni costituiti in fondo patrimoniale". Sottolinea inoltre come i ricorrenti avessero violato il requisito della specificità dei motivi ex art. 366 co6 cod. civ., essendosi gli stessi limitati nel ricorso a far generico riferimento ai documenti allegati già in sede d'appello.

Il ricorso viene quindi rigettato e considerato "ai limiti dell'inammissibilità".


L'ORDINANZA NEL SUO TENORE LETTERALE

 

E' stata depositata in cancelleria la seguente relazione:

1. Con sentenza n. 108/2009 il Tribunale di Brindisi accoglieva, per quanto di ragione, la domanda proposta da A.M. e M.M.M. nei confronti del notaio P. B. per il risarcimento del danno conseguente alla mancata annotazione di un atto di costituzione di fondo patrimoniale rogato dal convenuto e, per l'effetto, condannava il convenuto al pagamento della somma di Euro 100.239,17, corrispondente alla somma versata dagli attori per liberare il bene oggetto dalla convenzione dal pignoramento su di esso trascritto in seguito alla mancata annotazione.

Con sentenza n. 68/2011 la Corte di appello di Lecce - in accoglimento dell'appello proposto da P.B. - in totale riforma della sentenza impugnata, rigettava la domanda attrice, compensando le spese processuali.

La Corte territoriale, pur confermando le valutazioni del primo giudice in punto di inadempimento contrattuale del notaio, non riteneva raggiunta la prova del danno; in particolare, precisava che il danno ingiusto, conseguente all'inadempimento del notaio, non poteva individuarsi nell'esborso effettuato dagli attori a tacitazione dei loro creditori (esborso, peraltro, tardivamente documentato sulla base di assegni che andavano espunti dal materiale probatorio, perchè prodotti oltre il termine concesso per l'articolazione dei mezzi istruttori e in forza della rimessione sul ruolo istruttorio della causa dopo il passaggio in decisione, su irrituale sollecitazione del giudice) e - ritenuto invece che il danno eziologicamente riconducibile alla mancata annotazione della convenzione, dovesse identificarsi, in considerazione della finalità del fondo, con quello conseguente alla sottrazione ai bisogni della famiglia dei beni costituiti in fondo patrimoniale - evidenziava come sul punto fosse mancata qualsiasi allegazione da parte degli originari attori.

2. Avverso detta decisione hanno proposto ricorso per cassazione A.M. e M.M.M. formulando due motivi.

P.B. ha resistito con controricorso.

3. Il ricorso può essere trattato in camera di consiglio, in applicazione degli artt. 376, 380 bis e 375 c.p.c., in quanto appare destinato ad essere rigettato.

4. Con i motivi di ricorso si denuncia:

a) violazione o falsa applicazione degli artt. 1218, 1223, 1226, 1362 e segg. 2697 e segg., 2729 c.c., artt. 112, 115 e 191 c.p.c. (art. 360 c.p.c., n. 3) e omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (art. 360 c.p.c., n. 5) per avere escluso la sussistenza e/o allegazione di un danno quale conseguenza dell'accertata responsabilità professionale del notaio rogante riguardo all'omessa annotazione dell'atto pubblico costitutivo del fondo patrimoniale tra coniugi (art. 162 c.c., e art. 34 disp. att. c.c.); a parere dei ricorrenti tale danno andava individuato nello stesso atto di pignoramento, eseguito sul bene oggetto della convenzione, in conseguenza della mancata annotazione, e nei successivi atti di intervento, identificandosi con il valore del bene secondo la stima operata dal c.t.u. nella relativa procedura esecutiva (secondo la principale richiesta svolta in primo grado) ovvero nell'importo degli assegni, in quanto la somma versata per evitare la vendita forzata aveva lasciato certamente insoddisfatti comprensibili bisogni famigliari;

b) insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (art. 360 c.p.c., n. 5) con espresso riferimento alle valutazioni compiute dal primo giudice tra il tipo di inadempimento ascrivibile al notaio e il danno risarcito in prime cure e segnatamente per non avere tenuto conto il giudice del gravame che la liberazione degli immobili dal pignoramento era inevitabilmente correlata all'estinzione dei diritti di credito e ai conseguenti disagi patiti.

4.1. I due motivi, che si esaminano congiuntamente per la stretta connessione, risultano al limite dell'inammissibilità e vanno comunque rigettati, atteso che:

innanzitutto parte ricorrente - genericamente richiamando il valore di stima del bene pignorato e l'importo degli assegni corrisposti anche "a ridosso della costituzione in giudizio degli attori" - non ha assolto l'onere di cuiall'art. 366 c.p.c., n. 6, dal momento che la norma, secondo l'interpretazione patrocinata dalle Sezioni Unite di questa Corte (cfr. sentenze 2 dicembre 2008, n. 28547 e 25 marzo 2010, n. 7161), ponendo come requisito di ammissibilità "la specifica indicazione degli atti processuali, dei documenti e dei contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda", richiede la specificazione della loro avvenuta produzione in sede di legittimità, accompagnata dalla doverosa puntualizzazione del luogo all'interno di tali fascicoli, in cui gli atti o documenti evocati sono rinvenibili;

in ogni caso il riferimento al suddetto "valore di stima" del bene pignorato non è conducente in considerazione del giudicato interno sul rigetto della principale domanda attrice intesa al risarcimento del danno in misura corrispondente a tale "valore", non risultando proposto appello incidentale sul punto;

altrettanto non conducente è il riferimento agli esborsi effettuati per liberare il bene oggetto della convenzione dal vincolo del pignoramento, in considerazione della rilevata irritualità della produzione documentale, dichiaratamente "espunta" dalle acquisizioni probatorie, con statuizione che non è oggetto di specifica censura in questa sede;

meramente assertiva è la deduzione della certa sottrazione di una disponibilità monetaria (corrispondente a quanto utilizzato per liberare l'immobile pignorato) ai bisogni della famiglia, perchè - anche a prescindere dal rilievo di inammissibilità della produzione documentale - risulta, comunque, incensurata l'argomentazione svolta nella decisione impugnata in ordine al difetto, prima ancora che di prova, di allegazione sul punto. Sotto quest'ultimo profilo il ricorso - al di là della congiunta deduzione del vizio della violazione di legge e motivazionale - appare strumentale ad un'inammissibile revisione del "ragionamento decisorio, contrariamente alla funzione assegnata dall'ordinamento al giudice di legittimità".

A seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella Camera di consiglio, il Collegio - esaminati i rilievi contenuti nella memoria che non hanno evidenziato profili tali da condurre ad una decisione diversa da quella prospettata nella relazione - ha condiviso i motivi in fatto ed in diritto esposti nella relazione stessa. In particolare osserva: che l'indicazione in ricorso del numero d'ordine dei documenti non è sufficiente ai fini della "specifica indicazione" di cui all'art. 366 c.p.c., n. 6, occorrendo anche l'individuazione del fascicolo al cui indice tale numerazione si riferisce, nonchè la specificazione della produzione di detti documenti in sede di legittimità, all'uopo non essendo sufficiente l'indicazione in ricorso del deposito dei fascicoli dei precedenti gradi; che, in ogni caso, è assorbente il rilievo dell'inconferenza, per le ragioni espresse in relazione, vuoi del riferimento al "valore di stima", vuoi dell'importo degli assegni, "espunti" dal materiale documentale.

In conclusione il ricorso va rigettato.

Le spese del giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo alla stregua dei parametri di cui al D.M. n. 140 del 2012, seguono la soccombenza.

 

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in Euro 7.700,00 (di cui Euro 200,00 per esborsi) oltre accessori come per legge.

Così deciso in Roma, il 5 giugno 2013.

Depositato in Cancelleria il 10 luglio 2013