Cassazione Civile, Sezione III, Sentenza  27-11-2015, n. 24220

Violazione del diritto di autodeterminazione della gestante ad interrompere la gravidanza

Il medico che non informa correttamente la paziente circa i possibili esami effettuabili per conoscere la salute del feto deve risarcire il danno derivante dalla violazione del diritto di informazione.

Nel caso di specie la Cassazione ha avuto occasione  di ribadire come l'obbligo di informare la paziente circa gli esami diagnostici effettuabili per conoscere le patologie fetali si pone a monte della esecuzione della prestazione stessa, costituendo pertanto prestazione altra e diversa rispetto all'esatto trattamento sanitario.

Da ciò ne deriva che nel caso in cui il paziente lamenti una violazione del proprio diritto di autodeterminazione, questi non è gravato dall'onere di dimostrare  che se correttamente informato avrebbe rifiutato l'intervento, ma incombe sul medico di dimostrare di aver informato il paziente circa i possibili accertamenti diagnostici utili o necessari, diversamente restando a suo carico la lesione del diritto di autodeterminazione del paziente stesso.

A tal fine è stato precisato come il medico ha l'obbligo di informare la paziente di ricorrere ad un centro di più elevata specializzazione al fine di esercitare il diritto di interrompere la gravidanza.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

 

1.-  I  coniugi          Su. Li.  e        Co. Ma.   citavano  in giudizio   dinanzi  al  Tribunale  di  Mantova  il  dottor      Po.      Ma. ,  ginecologo, per sentirlo condannare al  risarcimento  dei danni,   che   assumevano  essere  loro  derivati  per   la   mancata informazione  circa  le  indagini prenatali  da  effettuarsi,  ovvero comunque  effettuabili, nonche' per la mancata diagnosi  delle  gravi patologie da cui era affetto il feto di sesso femminile, partorito al termine  della gravidanza, che dichiaravano di non aver  riconosciuto quale loro figlia a causa delle suddette patologie.

 

1.1.-  Si  costituiva il convenuto, eccependo di avere  informato  la paziente  che per essere certi in merito all'assenza di malformazioni del feto, era necessario sottoporsi ad esami invasivi, comportanti un rischio abortivo e con costo a carico della paziente, la quale  aveva preferito non farli. Interveniva volontariamente in giudizio, ai sensi dell'articolo 105  cod. proc.  civ.,  la  societa' Lloyd Adriatico S.p.A., compagnia  con  la quale  il  Dott.    Po.  aveva stipulato contratto di assicurazione per  la  responsabilita' civile professionale. L'intervenuta  aderiva alla  richiesta  di  rigetto  della  domanda  degli  attori  ed,   in subordine,  eccepiva  l'inoperativita' della  garanzia  e,  comunque, chiedeva che l'obbligo dell'istituto assicuratore fosse contenuto nei limiti del massimale, considerata la franchigia.

 

1.2.-  Il Tribunale - esperita istruttoria orale ed espletata CTU  -, con sentenza del 6 febbraio 2006, rigettava la domanda compensando le spese processuali.

 

2.-  Avverso  la sentenza i coniugi     Su. -   Co.   proponevano appello,  a cui resistevano entrambi i convenuti; il Dott.     Po.  avanzava appello incidentale condizionato. Con  la  sentenza qui impugnata, pubblicata il 16 febbraio  2011,  la Corte  d'Appello  di Brescia ha rigettato l'appello, condannando  gli appellanti  al  pagamento delle spese del grado in favore  del  Dott.    Po.  e compensando tra le parti tutte le altre spese. 3.-  Contro  questa  sentenza         Su. Li.   e        Co. Ma.  propongono ricorso affidato a tre motivi. Il dottor         Po. Ma.  si difende con controricorso. La   societa'   Allianz  S.p.A.  (gia'  S.p.A.  R.A.S.   conferitaria dell'azienda  Lloyd Adriatico S.p.A.) si difende, a  sua  volta,  con controricorso e memoria.

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

 

1.-  Col primo motivo si critica l'affermazione della Corte d'Appello secondo  cui  la  questione relativa alla legittimazione  attiva  del    Co. ,  marito della gestante e padre della nascitura, presuppone la responsabilita' professionale del sanitario e diventa attuale solo nel  caso  in  cui questa venga riconosciuta. Percio',  la  Corte  ha ritenuto  che fosse rimasta implicitamente assorbita dalla  pronuncia di primo grado di rigetto della domanda risarcitoria. L'affermazione - a prescindere dal merito (per il quale cfr. Cass. n. 2354/10, tra le altre) - non e' validamente censurata. I  ricorrenti  denunciano un vizio di motivazione ai sensi  dell'articolo 360  c.p.c., n. 5, che attiene esclusivamente alla ricostruzione  del fatto, laddove, nella specie, la questione posta e' di diritto. Il motivo e' quindi inammissibile.

 

 2.-  Nel  merito,  la  Corte d'Appello, condividendo  la  valutazione compiuta  dal giudice di primo grado, ha respinto l'impugnazione  per le seguenti ragioni: -  a)  quanto all'addebito di non aver diagnosticato le malformazioni del  feto, prescrivendo l'amniocentesi o l'analisi dei villi coriali, impedendo  percio'  l'esercizio  del diritto  all'interruzione  della gravidanza,  la  Corte ha ritenuto che: per come  emerso  dalla  CTU, l'indagine  sul  cariotipo, unico metodo per una  diagnosi  prenatale della  sindrome  di  Down, non era consigliata  nel  caso  specifico, stante  la  giovane  eta'  della madre,  il  suo  basso  rischio  per patologie cromosomiche fetali e l'esito di altre indagini, effettuate nel  corso  della  gravidanza. Ha percio' condiviso il  giudizio  del primo  giudice  di  insussistenza  di  errori  tecnico  professionali imputabili  al ginecologo ed ha concluso per l'avvenuta dimostrazione che  la  mancata  diagnosi era derivata da causa  non  imputabile  al medico; -  b)  quanto  all'addebito di non avere adeguatamente  informato  la madre  circa  tutti  i possibili metodi che avrebbero  potuto  essere adottati  al  fine di pervenire alla diagnosi di gravi  malformazioni e/o  patologie  del  feto, facendo perdere il diritto  di  scelta  di interrompere la gravidanza, la Corte ha ritenuto che: fermo  restando che  incombe  sul sanitario l'onere della prova di aver  fornito  una completa  informazione sulla situazione e sugli  interventi  sanitari utili  o  necessari, incomberebbe invece al paziente, che  deduca  la violazione dell'onere di informazione da parte del medico, dimostrare che,  ove l'informazione fosse stata fornita, avrebbe optato per quel trattamento  sanitario. Ha quindi considerato che  questa  prova  non sarebbe  stata mai nemmeno dedotta dall'appellante, mentre  -  tenuto conto  delle  circostanze del caso concreto - il medico  non  sarebbe stato  tenuto ad informarla di tutti i trattamenti noti alla  scienza medica,  ma solo di quelli indicati per chi si trovi nella condizione di  salute della paziente. Ha aggiunto che con la trascrizione  sulla cartella   clinica  del  referto  negativo  del  bi-test,   corredato dall'indicazione che il risultato positivo o negativo dell'esame  non significa  affatto presenza o assenza delle patologie menzionate,  ma piuttosto un'aumentata o diminuita probabilita' del loro verificarsi, il  medico avrebbe assolto l'onere probatorio a suo carico  di  avere informato  la  gestante  che  l'esame effettuato  non  escludeva  con certezza l'esistenza di una patologia cromosomica; -  c) quanto all'addebito di avere prescritto l'ecografia morfologica alla  fine  della  24A  settimana di gestazione,  quando  oramai  non sarebbe  stato  possibile praticare l'interruzione  volontaria  della gravidanza  ai sensi della L. n. 194 del 1978, la Corte  ha  ritenuto che: fosse evidente la mancanza di nesso causale con l'evento dannoso prospettato,  cioe' con la mancata interruzione della gravidanza.  E' giunta a questa conclusione richiamando la CTU, da cui risultava  che l'ecografia  non aveva messo in evidenza alcuna patologia  del  feto, sicche',  quand'anche fosse stata eseguita alla  22A  settimana,  non avrebbe  potuto  indurre  la  madre a chiedere  l'interruzione  della gravidanza,  che si svolgeva normalmente e con un feto apparentemente sano.

 

3.-  Il  secondo  ed  il  terzo motivo vanno  trattati  unitariamente perche' connessi e riguardanti tutte e tre dette affermazioni. Essi  non  sono  meritevoli  di accoglimento  per  la  parte  in  cui censurano quelle sopra riportate sub a) e sub c). Col  secondo  motivo,  che e' basato sulla  violazione  di  norme  di diritto  (di una serie di articoli del Codice di Deontologia  Medica, in vigore dal 3 ottobre 1998, e degli articoli 2, 29, 30, 31 e 32 Cost., indicati  in epigrafe, nonche' vi degli articoli 1218 e 2236 cod.  civ., indicati  al  termine  dell'illustrazione), i ricorrenti  propongono, soprattutto,  censure concernenti la violazione da parte  del  medico dell'obbligo  di  informazione (di cui si dira' ai punti  5  e  seg., infra). In  merito  a quanto affermato dalla Corte d'appello riportato  sopra sub  a),  si limitano a sostenere che "non e' vero che non vi fossero indicazioni  per gli approfondimenti"; che "il risultato del  bi-test era  tale  da suonare quale campanello d'allarme..." perche'  avrebbe evidenziato un rischio doppio rispetto alla norma; che, a partire dal secondo  trimestre  di  gravidanza, i riscontri ecografici  avrebbero mostrato percentuali di crescita del feto non congrui. In  merito  a quanto affermato dalla Corte d'appello riportato  sopra sub c), riconoscono l'esattezza, in punto di fatto, dell'affermazione che  non  fossero  emerse  particolari patologie,  ma  insistono  nel sostenere  che l'esito dell'ecografia morfologica sulla crescita  del feto  inferiore  alla  norma  "avrebbe dovuto  indurre  ad  ulteriori approfondimenti". I  ricorrenti concludono con il perentorio assunto che, per  entrambi gli aspetti considerati (oltre che per la violazione dell'obbligo  di informazione,  su  cui infra), si sarebbe avuto un inadempimento  del medico  al  contratto  intercorso con la paziente/gestante  ai  sensi degli articoli 1218 e 2236 cod. civ..

 

3.1.-   Col   terzo  motivo  si  lamenta  il  vizio  di   motivazione relativamente all'interpretazione che il giudice del merito  ha  dato alle  risultanze  della CTU ed alla mancata considerazione  da  parte dello  stesso giudice delle critiche mosse dal consulente tecnico  di parte. 4.-  Con  riferimento alla denuncia di responsabilita'  professionale del  medico  per  errore  nella prescrizione e nell'esecuzione  degli esami  diagnostici e per la mancata diagnosi, i motivi sono in  parte inammissibili ed in parte infondati. Sono  inammissibili nella parte in cui criticano la  ricezione  della Corte d'Appello degli esiti della consulenza d'ufficio. Allo  scopo,  vengono  riportate in  ricorso  parti  di  testo  della relazione tecnica del tutto compatibili e coerenti con le conclusioni tratte  dai  giudici  di  merito,  sicche'  le  censure  si  riducono all'inammissibile  richiesta di una differente lettura  -  nel  senso preteso   dai  ricorrenti,  a  se'  favorevole  -  delle  conclusioni peritali.   Con  motivazione  congrua,  e  comunque  non  validamente censurata,  il  giudice  ha  condiviso i  seguenti  accertamenti  del proprio consulente tecnico: -  quanto  alla  mancata diagnosi delle patologie,  non  vi  era  una situazione  di  rischio  specifico,  che  avrebbe  imposto,  o  anche soltanto consigliato, l'amniocentesi o la villocentesi; -   quanto   all'esecuzione  dell'ecografia  morfologica   alla   24 settimana,  a  questa  data non erano emerse anomalie  significative, sicche',  a  maggior  ragione, non sarebbe stato decisivo  effettuare prima lo stesso esame diagnostico. Sono  questi  i  dati di fatto fondamentali ai fini del  giudizio  in merito  alla  responsabilita'  medica  per  omessa  diagnosi,  che  i ricorrenti non riescono a scalfire.

 

4.1.-  Conseguentemente, per l'aspetto in esame, i motivi di  ricorso sono  infondati  in  diritto.  La  decisione  della  Corte  d'appello risponde al seguente principio regolatore della materia, alla stregua della  costante  giurisprudenza di questa  Corte:  "nel  giudizio  di risarcimento  del  danno conseguente ad attivita' medico  chirurgica, l'attore  danneggiato ha l'onere di provare l'esistenza del contratto (o  del  contatto  sociale) e l'insorgenza (o  l'aggravamento)  della patologia,  nonche'  di  allegare  l'inadempimento  qualificato   del debitore, astrattamente idoneo a determinare (quale causa o  concausa efficiente) il danno lamentato, restando, invece, a carico del medico e/o   della  struttura  sanitaria  l'onere  di  dimostrare  che  tale inadempimento  non  vi  e' stato, ovvero che  esso  non  abbia  avuto incidenza causale sulla produzione del danno" (cosi' da ultimo  Cass. n.  8473/15  e  n.  12690/15, conformi a  Cass.  Sez.  Un.  n.577/08, n.27855/13,  n.  20547/14);  cui va  aggiunto  quello  per  il  quale "costituisce  onere  del  medico, per evitare  la  condanna  in  sede risarcitoria, provare che l'insuccesso dell'intervento e'  dipeso  da fattori  indipendenti dalla propria volonta' e tale prova va  fornita dimostrando  di  aver  osservato  nell'esecuzione  della  prestazione sanitaria la diligenza normalmente esigibile da un medico in possesso del  medesimo  grado di specializzazione" (cosi' Cass.  n.  24791/08; cfr.  anche Cass. n. 12274/11 e n. 15993/11), vale a dire dimostrando l'assenza   di   colpa   nella  prestazione  dell'attivita'   medico- chirurgica, in questa compresa l'attivita' diagnostica. Nella  specie,  come detto, e' risultata dimostrata,  per  un  verso, l'assenza  di  colpa del sanitario per la mancata  prescrizione  alla gestante  di  esami diagnostici non imposti dalle sue  condizioni  di salute  ne'  suggeriti dai protocolli medici nel caso specifico;  per altro  verso,  si  e'  constatata  l'assenza  di  nesso  causale  tra l'esecuzione asseritamente tardiva dell'ecografica morfologica  e  la perdita  del  diritto di interrompere la gravidanza, in quanto  anche l'esecuzione  tempestiva  del  detto  accertamento  diagnostico   non avrebbe consentito di evidenziare le malformazioni e le patologie del feto. Per  tali ragioni, la sentenza impugnata va reputata corretta  e  non meritevole  di censure, quanto all'esclusione di responsabilita'  del medico,  odierno  resistente,  per omessa  o  tardiva  esecuzione  di indagini diagnostiche e per mancata od erronea diagnosi.

 

5.- I due motivi di ricorso dei quali si e' fin qui detto sono invece fondati  per  la  parte  in cui censurano il  rigetto  della  domanda risarcitoria  per  violazione  degli  obblighi  di  informazione  che avrebbero  consentito  alla  gestante di autodeterminarsi,  in  primo luogo,   in   merito  all'esecuzione  dell'amniocentesi  e,   quindi, eventualmente, anche in merito all'interruzione della gravidanza. Le  ragioni esposte dalla Corte d'Appello sono quelle riassunte sopra al punto 2 sub b). Avverso queste ragioni, i ricorrenti deducono: -  col  secondo motivo, che, in forza del contratto stipulato con  la gestante,  il medico avrebbe dovuto mettere a sua disposizione  tutte le sue conoscenze, non solo per consentirle una gravidanza serena, ma anche  per  prevenire/impedire la nascita di  un  figlio  affetto  da patologie; che lo stesso Dott.    Po. , nel costituirsi in giudizio in  primo  grado,  aveva  dedotto di avere  interrogato  la  gestante sull'atteggiamento  che  avrebbe assunto  in  caso  di  malformazioni fetali  e  di  averla  informata  di  tutti  i  possibili  mezzi  per diagnosticarle  preventivamente;  che  pero'  la  deduzione   sarebbe rimasta  sfornita di prova; che il medico avrebbe impedito ai coniugi di  autodeterminarsi nella scelta del trattamento sanitario;  che  la signora      Su.   non avrebbe potuto fornire la  prova  -  pretesa dalla  Corte  d'Appello - che, se fosse stata informata,  si  sarebbe sottoposta  all'amniocentesi,  perche'  non  sarebbe  stata  messa  a conoscenza  della  possibilita' Co della  necessita')  di  effettuare l'esame;  che il mancato riconoscimento della figlia nata affetta  da sindrome  di  Down  e  da altre patologie avrebbe  dovuto  indurre  i giudici  di  merito ad inferire che, ove informata,  la  gestante  si sarebbe  sottoposta  all'esame  diagnostico,  tanto  piu'  che  nella comparsa  di risposta del convenuto era riconosciuto che la  gestante aveva  dichiarato  che non avrebbe "accettato" un figlio  affetto  da quella sindrome; che l'informazione stampata in calce al referto  del bi-test  - valorizzata dalla Corte d'Appello- non sarebbe sufficiente a  far ritenere assolti i doveri imposti al medico dagli articoli 18, 30 e 32 del codice deontologico (riportati in ricorso); -  col terzo motivo, denunciando il vizio di motivazione, si ripetono le  argomentazioni  che fanno leva sulle ammissioni  contenute  nella comparsa  di  risposta del convenuto e sulla non  esaustivita'  delle indicazioni riportate in calce al referto del bi-test.

 

6.-  Le  censure sono fondate sia quanto alla violazione di norme  di legge  (non  delle norme deontologiche, a rilevanza disciplinare,  ma piuttosto  degli  articoli 1218 e 2236 cod. civ.,  in  riferimento  agli obblighi  di  informazione che incombono sul sanitario in  forza  del contratto  stipulato  con la paziente), che quanto  all'insufficienza della motivazione. La  sentenza  e'  errata perche' fa gravare sulla paziente  un  onere probatorio che non le compete. Giova  precisare che il ricorso non pone immediatamente la  questione del  riparto degli oneri probatori, su cui l'ordinanza interlocutoria di  questa  Corte  n.  3569/15 ha rimesso la decisione  alle  Sezioni Unite,  vale  a  dire  la  questione della prova  della  correlazione causale  fra l'inadempimento dei sanitari - che si assume  consistito nell'omissione di approfondimenti diagnostici - e il mancato  ricorso all'aborto,  nonche' della prova della sussistenza  delle  condizioni comunque  necessarie per procedere ali1 interruzione della gravidanza dopo il novantesimo giorno di gestazione (in relazione alla L. n. 194 del 1978, articolo 6). Nella  specie,  e'  in  discussione  la  violazione  dell'obbligo  di informare  la  paziente  degli  esami  diagnostici  effettuabili  per conoscere  preventivamente le patologie fetali; obbligo, questo,  che si  pone  a  monte dell'esecuzione della prestazione medica ulteriore consistente  nella  verifica degli esiti di esami gia'  effettuati  e nella valutazione della necessita' di approfondimenti. Tanto e'  vero che,  nel  caso  in  esame, come detto sopra, si e'  escluso  che  il sanitario  sia  stato  negligente od  imperito  nel  prescrivere  gli accertamenti  diagnostici  o nel valutarne  gli  esiti.  La  condotta omissiva  che gli si imputa riguarda la mancanza di informazioni  nei confronti della paziente gestante.

 

6.1.-  Il principio regolatore dell'onere della prova da cui prendere le   mosse   e'   allora  quello  per  il  quale  la  responsabilita' professionale del medico - ove pure egli si limiti alla  diagnosi  ed all'illustrazione  al  paziente delle  conseguenze  della  terapia  o dell'intervento  che  ritenga  di  dover  compiere,  allo  scopo   di ottenerne il necessario consenso informato - ha natura contrattuale e non  precontrattuale; ne consegue che, a fronte dell'allegazione,  da parte  del paziente, dell'inadempimento dell'obbligo di informazione, e'  il  medico gravato dell'onere della prova di aver adempiuto  tale obbligazione  (Cass.  n. 2847/10; cfr. anche Cass.  n.  20984/12,  n. 19220/13). Non  e'  invece  pertinente  il richiamo  della  Corte  d'Appello  ai precedenti  costituiti da Cass. n. 2847/10 e Cass. n.  16394/10,  dai quali  ha tratto l'errato convincimento che ogniqualvolta il paziente alleghi  la  violazione  dell'obbligo di informazione  da  parte  del medico, ha l'onere (di allegare e) di provare che, ove l'informazione fosse stata fornita, avrebbe evitato un certo intervento ovvero, come nella  specie, vi si sarebbe sottoposto, anche in presenza di rischi. Si  tratta  di un onere di allegazione, e men che meno di prova,  che non e' in alcun modo riferibile al caso in cui il danneggiato lamenti la violazione del proprio diritto di autodeterminarsi. Va  infatti tenuto presente che il diritto all'autodeterminazione  e' diverso dal diritto alla salute e che vanno trattate diversamente  le fattispecie in cui il danneggiato lamenti la lesione del primo e/o la lesione  del secondo (cfr. da ultimo, Cass. 2854/15); ed,  a  maggior ragione,  le  fattispecie, come quella in esame, in cui  lamenti  che dalla  lesione del diritto all'autodeterminazione in tema  di  scelte diagnostiche,  sia  conseguita la lesione  di  altro  diritto,  quale quello   di   interrompere  volontariamente  la  gravidanza,   o   di autodeterminarsi in merito alla scelta di procedere o meno a siffatta interruzione. I precedenti richiamati dal giudice di merito attengono ad ipotesi in cui  non  era (o non era piu') in discussione la lesione  del  (solo) diritto   all'autodeterminazione,  quanto  piuttosto  la,   sia   pur connessa, lesione del diritto alla salute. Questa   Corte  di  recente  ha  avuto  modo  di  ribadire   che   la responsabilita'   del  sanitario  per  violazione   dell'obbligo   di acquisire  il  consenso informato discende dal solo fatto  della  sua condotta  omissiva, rilevando soltanto che, a causa  del  deficit  di informazione,  il  paziente  non sia stato  messo  in  condizione  di assentire al trattamento sanitario con una volonta' consapevole delle sue  implicazioni  (cfr. Cass. n. 16543/2011  e  n.12205/15,  tra  le altre)  e  che  l'inadempimento dell'obbligo di  informazione  assume autonomo  rilievo  nel  rapporto contrattuale,  a  prescindere  dalla correttezza  o meno del trattamento sanitario eseguito o dalla  prova che  il  danneggiato avrebbe rifiutato l'intervento se  adeguatamente informato (cosi', da ultimo, Cass. n. 14642/15). Corollario di quanto fin qui esposto e' che il sanitario, cui incombe l'obbligo  di  informare  il paziente circa i possibili  accertamenti diagnostici utili o necessari in una determinata situazione e circa i rischi ed i vantaggi a ciascuno connessi, deve dare la prova di avere adempiuto  a tale obbligo, restando a suo carico, in caso  contrario, la   responsabilita'   per   lesione   del   diritto   del   paziente all'autodeterminazione anche in merito alle scelte diagnostiche.

 

7.-  Va  a  questo  punto  delibata  l'ulteriore  affermazione  della sentenza  secondo cui, nel caso di specie, il ginecologo, non  avendo l'obbligo   di   procedere,  in  mancanza   di   rischio   specifico, all'effettuazione dell'amniocentesi, nemmeno avrebbe avuto  l'obbligo di informare la gestante della possibilita' di sottoporsi all'esame. Trattasi  di assunto che si scontra con un'affermazione gia' presente nella  giurisprudenza  di  legittimita', per  la  quale  in  tema  di responsabilita'  medica,  il sanitario che formuli  una  diagnosi  di normalita' morfologica del feto anche sulla base di esami strumentali che  non  ne  hanno  consentito, senza sua colpa, la  visualizzazione nella  sua  interezza,  ha l'obbligo d'informare  la  paziente  della possibilita'  di  ricorrere ad un centro di piu' elevato  livello  di specializzazione, in vista dell'esercizio del diritto della  gestante di  interrompere  la  gravidanza, ricorrendone i  presupposti  (cosi' Cass. n. 15386/11). Nella   specie,  il  principio  e'  viepiu'  applicabile  perche'   i ricorrenti assumono di aver manifestato al proprio medico di  fiducia che  non  avrebbero  "accettato" la nascita di un figlio  affetto  da gravi  patologie  e questo sarebbe stato riconosciuto  negli  scritti difensivi del convenuto. Per  questo  aspetto,  la motivazione e' insufficiente,  perche'  non tiene  conto  -  anche  soltanto al fine  di  confutarne  la  portata confessoria  sostenuta  dai  ricorrenti  -  di  quanto  dedotto   dal sanitario nella propria comparsa di risposta.

 

 8.-  La  decisione  e'  inoltre viziata nella  parte  in  cui  reputa comunque   idonea   all'assolvimento  dell'obbligo  di   informazione gravante  sul  medico  la  trascrizione nella  cartella  clinica  del referto negativo del bi-test. La Corte d'Appello riconosce che questo dato  era sufficiente ad informare la paziente del fatto che "l'esame effettuato  non escludeva con certezza l'esistenza di  una  patologia croraosomica". Tuttavia, il giudice non considera che si  tratto'  di un'informazione,  pur  apprezzabile,  ma  comunque  parziale.   Essa, infatti,  consentiva  ai destinatari di non fare  totale  affidamento sull'esito  dell'accertamento diagnostico, ma non li  rendeva  edotti della  possibilita'  di  ricorrere ad altro esame  dagli  esiti  piu' certi, anche se comportante dei fattori di rischio.

 

 8.1.-  Il  consenso  ad eseguire ovvero, come  nella  specie,  a  non eseguire  un determinato intervento medico o chirurgico va  acquisito previa  informazione completa ed effettiva delle possibilita' offerte dalla scienza medica in relazione alla situazione del paziente ed  ai suoi   bisogni  di  cura  o  di  assistenza.  Compete  al   sanitario l'individuazione   degli  esami  diagnostici  e  delle   terapie   (o dell'intervento  chirurgico) da praticare nel  caso  concreto,  ma  - contrariamente  a quanto ritenuto dal giudice di merito  -  egli  non puo' esimersi dal prospettare la possibilita', nota alla scienza,  di esami  o terapie (o interventi) alternativi o complementari,  pur  se comportanti  dei  costi  e dei rischi maggiori,  essendo  rimessa  al paziente  la  valutazione  dei costi e  dei  rischi  (cfr.  Cass.  n. 19731/14), previa adeguata prospettazione degli uni e degli altri  da parte del medico. In  conclusione, il ricorso va accolto limitatamente alle censure dei ricorrenti   riguardanti  la  violazione,  da  parte  del  resistente    Po. ,  del diritto della paziente di autodeterminarsi  e  quindi limitatamente   all'addebito   di  responsabilita'   per   violazione dell'obbligo  di informazione. La sentenza impugnata va  cassata  nei limiti di questo accoglimento. La  causa  va  rinviata alla Corte d'Appello di Brescia,  in  diversa composizione,  affinche'  accerti, alla stregua  dei  principi  sopra enunciati,  se vi sia stata una corretta informazione  da  parte  del ginecologo, che avrebbe consentito alla gestante di autodeterminarsi, in  primo  luogo,  in merito all'esecuzione dell'amniocentesi.  Resta demandato al giudice del rinvio anche l'accertamento del distinto, ed eventualmente consequenziale, profilo di responsabilita', e quindi di danno,  concernente la lesione del diritto di autodeterminarsi  anche in   merito  all'interruzione  della  gravidanza  e  del  diritto  di procedervi   (previa   verifica   dell'assolvimento   dell'onere   di allegazione  e di prova sui presupposti di questo ulteriore  diritto, gravante  in  capo  alla gestante: cfr. Cass.  ord.  n.  3569/15,  su menzionata). Si rimette al giudice di rinvio anche la decisione sulle spese del giudizio di legittimita'.

 

P.Q.M.

 

La  Corte  dichiara  inammissibile il primo  motivo  ed  accoglie  il secondo  ed il terzo nei limiti specificati in motivazione  e,  negli stessi  limiti,  cassa  la  sentenza  impugnata.  Rinvia  alla  Corte d'Appello di Brescia, in diversa composizione, anche per la decisione sulle spese del giudizio di legittimita'.

 

Cosi' deciso in Roma, il 8 ottobre 2015.

 

 Depositato in Cancelleria il 27 novembre 2015