Risarcimento errore medico secondo Cass. n. 24220/2015

La Corte di Cassazione, n. 24220/2015, sostiene che vi deve essere risarcimento per errore medico nel caso in cui il medico non informa correttamente la paziente circa i possibili esami effettuabili per conoscere la salute del feto e quindi deve risarcire il danno derivante dalla violazione del diritto di informazione.

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Legge Gelli: nuove norme per la tutela delle vittime da errore medico

L'errore medico consiste in una serie di eventi che possono accadere durante il processo sanitario di diagnosi o di cura che porta a un concreto danno alla salute del paziente, impedendo o ritardando la guarigione o migliori condizioni di salute.

Il comportamento dei sanitari deve sempre essere professionalmente adeguato alla delicatezza del bene materiale e giuridico più prezioso: la salute. Le norme sono state recentemente modificate con la Legge n. 24/2017.


Cassazione Civile, Sezione III, Sentenza  27-11-2015, n. 24220

Nel caso di specie la Cassazione ha avuto occasione  di ribadire come l'obbligo di informare la paziente circa gli esami diagnostici effettuabili per conoscere le patologie fetali si pone a monte della esecuzione della prestazione stessa, costituendo pertanto prestazione altra e diversa rispetto all'esatto trattamento sanitario.

Da ciò ne deriva che nel caso in cui il paziente lamenti una violazione del proprio diritto di autodeterminazione, questi non è gravato dall'onere di dimostrare  che se correttamente informato avrebbe rifiutato l'intervento, ma incombe sul medico di dimostrare di aver informato il paziente circa i possibili accertamenti diagnostici utili o necessari, diversamente restando a suo carico la lesione del diritto di autodeterminazione del paziente stesso.

A tal fine è stato precisato come il medico ha l'obbligo di informare la paziente di ricorrere ad un centro di più elevata specializzazione al fine di esercitare il diritto di interrompere la gravidanza.

Fatti di causa

1. I coniugi Su. Li. e Co. Ma. citavano in giudizio dinanzi al Tribunale di Mantova il dottor Po. Ma., ginecologo, per sentirlo condannare al risarcimento dei danni, che assumevano essere loro derivati per la mancata informazione circa le indagini prenatali da effettuarsi, ovvero comunque effettuabili, nonchè per la mancata diagnosi  delle  gravi patologie da cui era affetto il feto di sesso femminile, partorito al termine della gravidanza, che dichiaravano di non aver  riconosciuto quale loro figlia a causa delle suddette patologie.

 

1.1. Si  costituiva il convenuto, eccependo di avere  informato  la paziente  che per essere certi in merito all'assenza di malformazioni del feto, era necessario sottoporsi ad esami invasivi, comportanti un rischio abortivo e con costo a carico della paziente, la quale  aveva preferito non farli. Interveniva volontariamente in giudizio, ai sensi dell'articolo 105  cod. proc.  civ.,  la  societa' Lloyd Adriatico S.p.A., compagnia con la quale il Dott. Po. aveva stipulato contratto di assicurazione per la responsabilità civile professionale. L'intervenuta aderiva alla richiesta di rigetto della domanda degli attori ed, in subordine, eccepiva l'inoperatività della garanzia e, comunque, chiedeva che l'obbligo dell'istituto assicuratore fosse contenuto nei limiti del massimale, considerata la franchigia.

 

1.2. Il Tribunale - esperita istruttoria orale ed espletata CTU -, con sentenza del 6 febbraio 2006, rigettava la domanda compensando le spese processuali.

 

2.-  Avverso la sentenza i coniugi Su. - Co. proponevano appello, a cui resistevano entrambi i convenuti; il Dott. Po. avanzava appello incidentale condizionato. Con  la  sentenza qui impugnata, pubblicata il 16 febbraio 2011, la Corte  d'Appello  di Brescia ha rigettato l'appello, condannando gli appellanti al pagamento delle spese del grado in favore del Dott. Po. e compensando tra le parti tutte le altre spese.

 

3. Contro  questa  sentenza Su. Li. e Co. Ma. propongono ricorso affidato a tre motivi. Il dottor Po. Ma. si difende con controricorso. La società Allianz  S.p.A.  (gia'  S.p.A.  R.A.S.   conferitaria dell'azienda  Lloyd Adriatico S.p.A.) si difende, a  sua  volta,  con controricorso e memoria.

Motivi della decisione

1. Col primo motivo si critica l'affermazione della Corte d'Appello secondo cui la questione relativa alla legittimazione attiva del Co., marito della gestante e padre della nascitura, presuppone la responsabilita' professionale del sanitario e diventa attuale solo nel caso in cui questa venga riconosciuta. Percio', la Corte ha ritenuto che fosse rimasta implicitamente assorbita dalla  pronuncia di primo grado di rigetto della domanda risarcitoria. L'affermazione - a prescindere dal merito (per il quale cfr. Cass. n. 2354/10, tra le altre) - non e' validamente censurata. I ricorrenti denunciano un vizio di motivazione ai sensi  dell'articolo 360  c.p.c., n. 5, che attiene esclusivamente alla ricostruzione  del fatto, laddove, nella specie, la questione posta e' di diritto. Il motivo e' quindi inammissibile.

 

2. Nel merito, la Corte d'Appello, condividendo la valutazione compiuta  dal giudice di primo grado, ha respinto l'impugnazione  per le seguenti ragioni:

a) quanto all'addebito di non aver diagnosticato le malformazioni del  feto, prescrivendo l'amniocentesi o l'analisi dei villi coriali, impedendo perciò l'esercizio del diritto all'interruzione della gravidanza, la Corte ha ritenuto che: per come emerso dalla CTU, l'indagine sul cariotipo, unico metodo per una diagnosi prenatale della sindrome di Down, non era consigliata nel caso specifico, stante la giovane età della madre, il suo basso rischio per patologie cromosomiche fetali e l'esito di altre indagini, effettuate nel corso della gravidanza. Ha percio' condiviso il giudizio del primo giudice di insussistenza di errori tecnico professionali imputabili  al ginecologo ed ha concluso per l'avvenuta dimostrazione che la mancata diagnosi era derivata da causa non imputabile al medico; 

b) quanto all'addebito di non avere adeguatamente informato la madre circa tutti i possibili metodi che avrebbero potuto essere adottati al fine di pervenire alla diagnosi di gravi malformazioni e/o patologie del feto, facendo perdere il diritto di scelta di interrompere la gravidanza, la Corte ha ritenuto che: fermo restando che incombe sul sanitario l'onere della prova di aver fornito una completa informazione sulla situazione e sugli interventi sanitari utili o necessari, incomberebbe invece al paziente, che deduca la violazione dell'onere di informazione da parte del medico, dimostrare che, ove l'informazione fosse stata fornita, avrebbe optato per quel trattamento sanitario. Ha quindi considerato che questa prova non sarebbe  stata mai nemmeno dedotta dall'appellante, mentre - tenuto conto delle circostanze del caso concreto - il medico non sarebbe stato tenuto ad informarla di tutti i trattamenti noti alla scienza medica, ma solo di quelli indicati per chi si trovi nella condizione di salute della paziente. Ha aggiunto che con la trascrizione sulla cartella clinica del referto negativo del bi-test, corredato dall'indicazione che il risultato positivo o negativo dell'esame non significa affatto presenza o assenza delle patologie menzionate, ma piuttosto un'aumentata o diminuita probabilita' del loro verificarsi, il medico avrebbe assolto l'onere probatorio a suo carico  di  avere informato la  gestante che l'esame effettuato non  escludeva  con certezza l'esistenza di una patologia cromosomica; 

c) quanto all'addebito di avere prescritto l'ecografia morfologica alla fine della 24A  settimana di gestazione, quando oramai non sarebbe stato possibile praticare l'interruzione volontaria della gravidanza ai sensi della L. n. 194 del 1978, la Corte  ha  ritenuto che: fosse evidente la mancanza di nesso causale con l'evento dannoso prospettato, cioè con la mancata interruzione della gravidanza. E' giunta a questa conclusione richiamando la CTU, da cui risultava che l'ecografia non aveva messo in evidenza alcuna patologia del feto, sicche', quand'anche fosse stata eseguita alla 22A  settimana, non avrebbe  potuto  indurre la madre a chiedere l'interruzione della gravidanza, che si svolgeva normalmente e con un feto apparentemente sano.

 

3. Il secondo ed il terzo motivo vanno trattati unitariamente perche' connessi e riguardanti tutte e tre dette affermazioni. Essi non sono meritevoli di accoglimento per la parte in cui censurano quelle sopra riportate sub a) e sub c). Col secondo motivo, che e' basato sulla violazione di norme di diritto (di una serie di articoli del Codice di Deontologia  Medica, in vigore dal 3 ottobre 1998, e degli articoli 2, 29, 30, 31 e 32 Cost., indicati in epigrafe, nonche' vi degli articoli 1218 e 2236 cod.  civ., indicati al termine dell'illustrazione), i ricorrenti propongono, soprattutto, censure concernenti la violazione da parte  del  medico dell'obbligo  di  informazione (di cui si dira' ai punti  5  e  seg., infra). In  merito  a quanto affermato dalla Corte d'appello riportato  sopra sub  a),  si limitano a sostenere che "non e' vero che non vi fossero indicazioni  per gli approfondimenti"; che "il risultato del  bi-test era  tale  da suonare quale campanello d'allarme..." perche'  avrebbe evidenziato un rischio doppio rispetto alla norma; che, a partire dal secondo trimestre di gravidanza, i riscontri ecografici  avrebbero mostrato percentuali di crescita del feto non congrui. In merito a quanto affermato dalla Corte d'appello riportato  sopra sub c), riconoscono l'esattezza, in punto di fatto, dell'affermazione che non fossero emerse particolari patologie, ma insistono nel sostenere che l'esito dell'ecografia morfologica sulla crescita del feto inferiore alla norma "avrebbe dovuto indurre ad ulteriori approfondimenti". I ricorrenti concludono con il perentorio assunto che, per  entrambi gli aspetti considerati (oltre che per la violazione dell'obbligo di informazione, su cui infra), si sarebbe avuto un inadempimento del medico al contratto intercorso con la paziente/gestante  ai  sensi degli articoli 1218 e 2236 cod. civ..

 

3.1. Col  terzo motivo si lamenta il vizio di motivazione relativamente all'interpretazione che il giudice del merito ha dato alle risultanze della CTU ed alla mancata considerazione da parte dello stesso giudice delle critiche mosse dal consulente tecnico  di parte.

 

4. Con riferimento alla denuncia di responsabilità professionale del medico per errore nella prescrizione e nell'esecuzione degli esami  diagnostici e per la mancata diagnosi, i motivi sono in  parte inammissibili ed in parte infondati. Sono  inammissibili nella parte in cui criticano la  ricezione della Corte d'Appello degli esiti della consulenza d'ufficio. Allo  scopo, vengono riportate in ricorso parti di testo della relazione tecnica del tutto compatibili e coerenti con le conclusioni tratte  dai  giudici  di  merito,  sicche'  le  censure si riducono all'inammissibile richiesta di una differente lettura - nel senso preteso dai ricorrenti, a sé favorevole - delle conclusioni peritali. Con motivazione congrua, e comunque non validamente censurata,  il  giudice ha condiviso i seguenti accertamenti del proprio consulente tecnico:

- quanto alla mancata diagnosi delle patologie, non vi era una situazione di rischio specifico, che avrebbe imposto, o anche soltanto consigliato, l'amniocentesi o la villocentesi;

- quanto all'esecuzione dell'ecografia morfologica alla 24 settimana, a questa data non erano emerse anomalie significative, sicche', a maggior ragione, non sarebbe stato decisivo effettuare prima lo stesso esame diagnostico. Sono questi i dati di fatto fondamentali ai fini del giudizio in merito  alla  responsabilità medica per omessa diagnosi, che i ricorrenti non riescono a scalfire.

 

4.1. Conseguentemente, per l'aspetto in esame, i motivi di  ricorso sono  infondati  in diritto. La decisione della Corte d'appello risponde al seguente principio regolatore della materia, alla stregua della  costante  giurisprudenza di questa  Corte:  "nel  giudizio  di risarcimento  del  danno conseguente ad attivita' medico chirurgica, l'attore danneggiato ha l'onere di provare l'esistenza del contratto (o del contatto sociale) e l'insorgenza (o l'aggravamento) della patologia, nonchè di allegare l'inadempimento qualificato del debitore, astrattamente idoneo a determinare (quale causa o concausa efficiente) il danno lamentato, restando, invece, a carico del medico e/o della struttura sanitaria l'onere di dimostrare che tale inadempimento non vi è stato, ovvero che esso non abbia avuto incidenza causale sulla produzione del danno" (cosi' da ultimo Cass. n. 8473/15 e n. 12690/15, conformi a Cass. Sez. Un. n.577/08, n.27855/13, n. 20547/14); cui va aggiunto quello per il quale "costituisce onere del medico, per evitare la condanna in sede risarcitoria, provare che l'insuccesso dell'intervento è dipeso da fattori indipendenti dalla propria volonta' e tale prova va fornita dimostrando di aver osservato nell'esecuzione della prestazione sanitaria la diligenza normalmente esigibile da un medico in possesso del medesimo grado di specializzazione" (cosi' Cass.  n.  24791/08; cfr.  anche Cass. n. 12274/11 e n. 15993/11), vale a dire dimostrando l'assenza di colpa nella prestazione dell'attività medico-chirurgica, in questa compresa l'attivita' diagnostica. Nella specie, come detto, e' risultata dimostrata, per un verso, l'assenza di colpa del sanitario per la mancata prescrizione alla gestante di esami diagnostici non imposti dalle sue  condizioni di salute nè suggeriti dai protocolli medici nel caso specifico; per altro verso, si è constatata l'assenza di nesso causale tra l'esecuzione asseritamente tardiva dell'ecografica morfologica e la perdita del diritto di interrompere la gravidanza, in quanto anche l'esecuzione tempestiva del detto accertamento diagnostico non avrebbe consentito di evidenziare le malformazioni e le patologie del feto. Per tali ragioni, la sentenza impugnata va reputata corretta e non meritevole di censure, quanto all'esclusione di responsabilità del medico, odierno resistente, per omessa o tardiva esecuzione di indagini diagnostiche e per mancata od erronea diagnosi.

 

5. I due motivi di ricorso dei quali si e' fin qui detto sono invece fondati  per  la  parte  in cui censurano il rigetto della domanda risarcitoria per violazione degli obblighi di informazione che avrebbero consentito alla gestante di autodeterminarsi, in primo luogo, in merito all'esecuzione dell'amniocentesi e, quindi, eventualmente, anche in merito all'interruzione della gravidanza. Le ragioni esposte dalla Corte d'Appello sono quelle riassunte sopra al punto 2 sub b). Avverso queste ragioni, i ricorrenti deducono:

- col secondo motivo, che, in forza del contratto stipulato con la gestante, il medico avrebbe dovuto mettere a sua disposizione tutte le sue conoscenze, non solo per consentirle una gravidanza serena, ma anche  per  prevenire/impedire la nascita di un figlio affetto da patologie; che lo stesso Dott. Po., nel costituirsi in giudizio in primo grado, aveva dedotto di avere interrogato la gestante sull'atteggiamento che avrebbe assunto in caso di malformazioni fetali e di informata di i possibili mezzi per diagnosticarle preventivamente; che però la deduzione sarebbe rimasta sfornita di prova; che il medico avrebbe impedito ai coniugi di autodeterminarsi nella scelta del trattamento sanitario; che la signora Su. non avrebbe potuto fornire la prova - pretesa dalla Corte d'Appello

- che, se fosse stata informata, si sarebbe sottoposta all'amniocentesi, perchè non sarebbe stata messa a conoscenza della possibilita' Co della necessita') di effettuare l'esame; che il mancato riconoscimento della figlia nata affetta da sindrome di Down e da altre patologie avrebbe dovuto indurre i giudici di merito ad inferire che, ove informata, la gestante si sarebbe sottoposta all'esame diagnostico, tanto più che nella comparsa di risposta del convenuto era riconosciuto che la gestante aveva  dichiarato che non avrebbe "accettato" un figlio affetto da quella sindrome; che l'informazione stampata in calce al referto del bi-test - valorizzata dalla Corte d'Appello- non sarebbe sufficiente a far ritenere assolti i doveri imposti al medico dagli articoli 18, 30 e 32 del codice deontologico (riportati in ricorso);

- col terzo motivo, denunciando il vizio di motivazione, si ripetono le argomentazioni che fanno leva sulle ammissioni contenute nella comparsa di risposta del convenuto e sulla non  esaustivita'  delle indicazioni riportate in calce al referto del bi-test.

 

6. Le  censure sono fondate sia quanto alla violazione di norme  di legge  (non  delle norme deontologiche, a rilevanza disciplinare, ma piuttosto degli articoli 1218 e 2236 cod. civ., in riferimento agli obblighi di informazione che incombono sul sanitario in  forza  del contratto  stipulato  con la paziente), che quanto  all'insufficienza della motivazione. La  sentenza è errata perche' fa gravare sulla paziente  un  onere probatorio che non le compete. Giova precisare che il ricorso non pone immediatamente la  questione del  riparto degli oneri probatori, su cui l'ordinanza interlocutoria di questa Corte n. 3569/15 ha rimesso la decisione alle Sezioni Unite, vale a dire la questione della prova della correlazione causale fra l'inadempimento dei sanitari - che si assume  consistito nell'omissione di approfondimenti diagnostici - e il mancato ricorso all'aborto, nonchè della prova della sussistenza delle condizioni comunque necessarie per procedere all'interruzione della gravidanza dopo il novantesimo giorno di gestazione (in relazione alla L. n. 194 del 1978, articolo 6). Nella specie, è in discussione la violazione dell'obbligo di informare la paziente degli esami diagnostici effettuabili per conoscere preventivamente le patologie fetali; obbligo, questo, che si pone a monte dell'esecuzione della prestazione medica ulteriore consistente  nella  verifica degli esiti di esami già effettuati e nella valutazione della necessita' di approfondimenti. Tanto è vero che, nel caso in esame, come detto sopra, si è escluso che il sanitario sia stato negligente od imperito nel prescrivere gli accertamenti diagnostici o nel valutarne gli esiti. La condotta omissiva che gli si imputa riguarda la mancanza di informazioni nei confronti della paziente gestante.

 

6.1. Il principio regolatore dell'onere della prova da cui prendere le mosse è allora quello per il quale la responsabilita' professionale del medico - ove pure egli si limiti alla diagnosi ed all'illustrazione al paziente delle conseguenze della terapia o dell'intervento che ritenga di  dover compiere, allo scopo di ottenerne il necessario consenso informato - ha natura contrattuale e non precontrattuale; ne consegue che, a fronte dell'allegazione, da parte del paziente, dell'inadempimento dell'obbligo di informazione, è il medico gravato dell'onere della prova di aver adempiuto  tale obbligazione  (Cass.  n. 2847/10; cfr. anche Cass.  n.  20984/12,  n. 19220/13). Non è invece pertinente il richiamo della Corte d'Appello ai precedenti costituiti da Cass. n. 2847/10 e Cass. n.  16394/10, dai quali ha tratto l'errato convincimento che ogniqualvolta il paziente alleghi la violazione dell'obbligo di informazione da parte del medico, ha l'onere (di allegare e) di provare che, ove l'informazione fosse stata fornita, avrebbe evitato un certo intervento ovvero, come nella  specie, vi si sarebbe sottoposto, anche in presenza di rischi. Si  tratta  di un onere di allegazione, e men che meno di prova,  che non e' in alcun modo riferibile al caso in cui il danneggiato lamenti la violazione del proprio diritto di autodeterminarsi. Va infatti tenuto presente che il diritto all'autodeterminazione è diverso dal diritto alla salute e che vanno trattate diversamente le fattispecie in cui il danneggiato lamenti la lesione del primo e/o la lesione del secondo (cfr. da ultimo, Cass. 2854/15); ed, a maggior ragione, le fattispecie, come quella in esame, in cui lamenti che dalla lesione del diritto all'autodeterminazione in tema di scelte diagnostiche,  sia  conseguita la lesione  di  altro  diritto,  quale quello di interrompere volontariamente la  gravidanza, o di autodeterminarsi in merito alla scelta di procedere o meno a siffatta interruzione. I precedenti richiamati dal giudice di merito attengono ad ipotesi in cui  non  era (o non era piu') in discussione la lesione del (solo) diritto all'autodeterminazione, quanto piuttosto la, sia pur connessa, lesione del diritto alla salute. Questa Corte di recente ha avuto modo di ribadire che la responsabilità del sanitario per violazione dell'obbligo di acquisire il consenso informato discende dal solo fatto della sua condotta omissiva, rilevando soltanto che, a causa del deficit di informazione, il paziente non sia stato esso in condizione di assentire al trattamento sanitario con una volonta' consapevole delle sue implicazioni (cfr. Cass. n. 16543/2011 e n.12205/15, tra le altre) e che l'inadempimento dell'obbligo di informazione assume autonomo rilievo nel rapporto contrattuale, a prescindere dalla correttezza o meno del trattamento sanitario eseguito o dalla prova che il danneggiato avrebbe rifiutato l'intervento se adeguatamente informato (cosi', da ultimo, Cass. n. 14642/15). Corollario di quanto fin qui esposto e' che il sanitario, cui incombe l'obbligo di informare il paziente circa i possibili  accertamenti diagnostici utili o necessari in una determinata situazione e circa i rischi ed i vantaggi a ciascuno connessi, deve dare la prova di avere adempiuto  a tale obbligo, restando a suo carico, in caso contrario, la responsabilità per lesione del diritto del paziente all'autodeterminazione anche in merito alle scelte diagnostiche.

 

7. Va a questo punto delibata l'ulteriore affermazione della sentenza secondo cui, nel caso di specie, il ginecologo, non avendo l'obbligo di procedere, in mancanza di rischio specifico, all'effettuazione dell'amniocentesi, nemmeno avrebbe avuto l'obbligo di informare la gestante della possibilita' di sottoporsi all'esame. Trattasi  di assunto che si scontra con un'affermazione gia' presente nella giurisprudenza di legittimita', per la quale in tema di responsabilità medica, il sanitario che formuli una diagnosi di normalità morfologica del feto anche sulla base di esami strumentali che non ne hanno consentito, senza sua colpa, la visualizzazione nella sua interezza, ha l'obbligo d'informare la paziente della possibilità di  ricorrere ad un centro di piu' elevato  livello  di specializzazione, in vista dell'esercizio del diritto della  gestante di  interrompere la gravidanza, ricorrendone i  presupposti  (cosi' Cass. n. 15386/11). Nella specie, il principio è più applicabile perchè i ricorrenti assumono di aver manifestato al proprio medico di fiducia che non avrebbero "accettato" la nascita di un figlio  affetto  da gravi  patologie e questo sarebbe stato riconosciuto negli scritti difensivi del convenuto. Per questo aspetto, la motivazione e' insufficiente,  perchè non tiene conto - anche soltanto al fine di confutarne la portata confessoria sostenuta dai ricorrenti  -  di quanto dedotto dal sanitario nella propria comparsa di risposta.

 

8. La decisione è inoltre viziata nella parte in cui reputa comunque idonea all'assolvimento dell'obbligo di informazione gravante sul medico la trascrizione nella cartella clinica del referto negativo del bi-test. La Corte d'Appello riconosce che questo dato era sufficiente ad informare la paziente del fatto che "l'esame effettuato non escludeva con certezza l'esistenza di una patologia croraosomica". Tuttavia, il giudice non considera che si  trattò di un'informazione, pur apprezzabile, ma comunque parziale. Essa, infatti, consentiva ai destinatari di non fare totale affidamento sull'esito dell'accertamento diagnostico, ma non li rendeva edotti della possibilità di ricorrere ad altro esame  dagli  esiti  piu' certi, anche se comportante dei fattori di rischio.

 

8.1. Il consenso ad eseguire ovvero, come nella specie, a non eseguire un determinato intervento medico o chirurgico va acquisito previa informazione completa ed effettiva delle possibilita' offerte dalla scienza medica in relazione alla situazione del paziente ed ai suoi bisogni di cura o di assistenza. Compete al sanitario l'individuazione degli esami diagnostici e delle terapie (o dell'intervento chirurgico) da praticare nel caso concreto, ma - contrariamente  a quanto ritenuto dal giudice di merito - egli non puo' esimersi dal prospettare la possibilita', nota alla scienza, di esami o terapie (o interventi) alternativi o complementari, pur se comportanti dei costi e dei rischi maggiori, essendo rimessa al paziente la valutazione dei costi e dei rischi (cfr. Cass. n. 19731/14), previa adeguata prospettazione degli uni e degli altri da parte del medico. In  conclusione, il ricorso va accolto limitatamente alle censure dei ricorrenti riguardanti  la  violazione, da parte del resistente Po., del diritto della paziente di autodeterminarsi  e  quindi limitatamente all'addebito di responsabilità per violazione dell'obbligo di informazione. La sentenza impugnata va cassata nei limiti di questo accoglimento. La causa va rinviata alla Corte d'Appello di Brescia, in diversa composizione, affinchè accerti, alla stregua dei principi sopra enunciati, se vi sia stata una corretta informazione da parte del ginecologo, che avrebbe consentito alla gestante di autodeterminarsi, in primo luogo, in merito all'esecuzione dell'amniocentesi. Resta demandato al giudice del rinvio anche l'accertamento del distinto, ed eventualmente consequenziale, profilo di responsabilita', e quindi di danno, concernente la lesione del diritto di autodeterminarsi anche in  merito all'interruzione della gravidanza e del diritto di procedervi (previa verifica dell'assolvimento dell'onere di allegazione e di prova sui presupposti di questo ulteriore  diritto, gravante  in  capo  alla gestante: cfr. Cass.  ord.  n.  3569/15,  su menzionata). Si rimette al giudice di rinvio anche la decisione sulle spese del giudizio di legittimita'.

 

P.Q.M.

 

La  Corte  dichiara  inammissibile il primo  motivo  ed  accoglie  il secondo  ed il terzo nei limiti specificati in motivazione e, negli stessi limiti, cassa  la sentenza impugnata. Rinvia alla Corte d'Appello di Brescia, in diversa composizione, anche per la decisione sulle spese del giudizio di legittimita'.

 

Cosi' deciso in Roma, il 8 ottobre 2015.

 

 Depositato in Cancelleria il 27 novembre 2015