Risarcimento errore medico secondo Cassazione n. 13328/2015

Sussiste la responsabilità medica in caso di evitabilità del danno se era prevedibile e quindi evitabile.

L'Avv. Ezio Bonanni assiste tutti coloro che hanno subito un danno che poteva essere evitato.


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Legge Gelli: nuove norme per la tutela delle vittime da errore medico

L'errore medico consiste in una serie di eventi che possono accadere durante il processo sanitario di diagnosi o di cura che porta a un concreto danno alla salute del paziente, impedendo o ritardando la guarigione o migliori condizioni di salute.

Il comportamento dei sanitari deve sempre essere professionalmente adeguato alla delicatezza del bene materiale e giuridico più prezioso: la salute. Le norme sono state recentemente modificate con la Legge n. 24/2017.


Cassazione Civile- Sezione III, Sentenza 30-05-2015, n. 13328

Il medico, per andare esente da colpa, deve dimostrare in concreto la imprevedibilità e inevitabilità dell'evento.

Chi agisce in giudizio per far valere il diritto al risarcimento del danno ha l'onere di individuare i singoli pregiudizi dei quali chiede il ristoro, non assumendo valore la generica richiesta dei danni "subiti e subendi".

Per di più, nel campo giuridico, o il peggioramento delle condizioni del paziente era prevedibile e quindi evitabile e, pertanto, ascrivibile a colpa medica, o tale peggioramento non era prevedibile oppure evitabile, costituendo, in tal caso, una causa di non punibilità di cui all'art. 1218 c.c.. 

Nell'ambito giuridico, infatti, l'evento dannoso, quale complicanza dell'intervento, assume rilevanza solo ove lo stesso costituisca una causa di non punibilità, a nulla rilevando se lo stesso rientri nella classificazione clinica delle complicanze.

Pertanto il medico andrà esente da colpa solo ove dimostri che nel caso concreto la complicanza  era imprevedibile e inevitabile.

Fatti di causa

1.  Nel 1997 Am. Ev.  convenne dinanzi al Tribunale di Roma due  medici  ( Gu. Ma. e Ca. It. )  e  due  societa' commerciali, gestori di altrettante cliniche (Casa di Cura  Nomentana s.r.l. e Ars Medica s.r.l.). Ne chiese la condanna al risarcimento dei danni patiti in conseguenza di due interventi agli occhi: (a) un intervento di epicheratofachia all'occhio destro, eseguito da Ca. It. nel 1988 nella clinica gestita dalla Ars Medica; (b) un intervento di cheratomileusi all'occhio sinistro, eseguito  da Ca. It. e Gu. Ma. nel 1989 nella clinica  gestita dalla Casa di Cura Nomentana.

 

2. Ambedue i convenuti si costituirono e, oltre a negare la  propria responsabilita', chiamarono in causa i rispettivi assicuratori della responsabilita'  civile: Ca. It.  chiamo'  in  causa  la  Gan Italia s.p.a. e Gu. Ma.  la Milano Assicurazioni s.p.a..

 

3.  Il Tribunale di Roma con sentenza 10.7.2001 n. 26600 rigetto'  la domanda. La sentenza venne appellata da Am. Ev.. Nel  corso del giudizio d'appello decedette Ca. It.,  e  la causa  venne  riassunta  nei confronti delle  sue  eredi,   De. Me. Li.  e Ca. Cr. . La Corte d'appello di Roma)  con sentenza non definitiva 4.6.2009 n. 2334 confermo' il rigetto della  domanda  attorea nei confronti delle eredi Ca., mentre accolse la domanda nei confronti di Gu. Ma., rimettendo la causa sul ruolo per la determinazione del quantum) con sentenza definitiva n. 155 del 2012 liquidò il danno in 35.000 euro, oltre accessori; dichiaro' "non doversi disporre" sulla pretesa di Gu. Ma.  nei confronti del proprio assicuratore, per non avere Gu. Ma.  proposto un appello incidentale avente ad oggetto la propria domanda di garanzia.

 

4. Ambedue le sentenze sono state impugnate da Gu. Ma. con quattro motivi di ricorso. Ha resistito con controricorso Am. Ev., che ha altresì proposto ricorso incidentale fondato su tre motivi. A tale ricorso incidentale hanno resistito con controricorso sia Gu. Ma. che la Casa di cura Nomentana.

Motivi della decisione

1. Il primo motivo del ricorso principale.

 

1.1.  Col  primo motivo di ricorso Gu. Ma.  sostiene  che  la sentenza impugnata n. 2334/09 (quella non definitiva) sarebbe incorsa in un vizio di motivazione, ai sensi dell'articolo 360 c.p.c., n. 5. Espone,  al  riguardo,  che la Corte d'appello  avrebbe  erroneamente ritenuto esistente il nesso di causa tra l'intervento da lui eseguito e il danno lamentato dalla paziente.

 

1.2. I motivo e' inammissibile. Com'è noto, il vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione  sussiste  solo quando nel ragionamento del  giudice  di merito  sia riscontrabile il mancato o insufficiente esame  di  punti decisivi  della controversia, ovvero un insanabile contrasto  tra le argomentazioni adottate, tale da non consentire l'identificazione del procedimento logico giuridico posto a base della decisione. E' altresì noto che il giudice di merito al fine di adempiere all'obbligo della motivazione non e' tenuto a valutare singolarmente tutte le risultanze processuali e a confutare tutte le argomentazioni prospettate dalle parti, ma e' invece sufficiente che, dopo avere vagliato le une e le altre nel loro complesso, indichi gli elementi sui quali intende fondare il proprio convincimento, dovendosi ritenere disattesi, per implicito, tutti gli altri rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata. E', infine, noto che la Corte di Cassazione non ha il potere di riesaminare e valutare il merito della causa,  ma  solo  quello  di controllare,  sotto  il profilo logico formale e della correttezza giuridica, l'esame e la valutazione del giudice del merito. Da questi principi pacifici discende che non può chiedersi  al giudice di legittimità una valutazione delle prove ulteriore e diversa rispetto a quella adottata dal giudice di merito. Il sindacato della Corte è limitato a valutare se la motivazione adottata dal giudice di merito sia esistente, coerente e consequenziale: accertati tali requisiti, nulla rileva che le  prove raccolte si sarebbero potute teoricamente valutare in altro modo. Nel caso di specie la Corte d'appello ha dedicato ben tre pagine della motivazione  (pp.  12-15) della sentenza 2334/09 a  spiegare  perche' dovesse  ritenersi  sussistente il nesso di causa tra l'operato di Gu. Ma. ed i danni patiti da Am. Ev.. Ha spiegato che il solo dato del rinnovo della patente chiesto dalla paziente  non  dimostrasse di per se' che fosse in grado di guidare l'automobile (e quindi che l'intervento di cheratomileusi fosse riuscito); ha riferito che l'intervento cui la paziente si sottopose un anno dopo quello eseguito dal convenuto Gu. era una conseguenza di quest'ultimo, come ritenuto dai consulenti d'ufficio; ha dichiarato espressamente esservi una "dipendenza  causale" tra l'operato  di Gu. Ma. e le successive alterazioni corneali patite dalla paziente; ha soggiunto che il  contenuto deficitario della cartella clinica - in coerenza con una ormai consolidata giurisprudenza di questa Corte - doveva essere valutato a sfavore del medico, quale elemento idoneo a corroborare la prova del nesso di causa. Si  tratta  di  una  motivazione non manifestamente illogica e non manifestamente contraddittoria: dunque insindacabile in questa sede.

 

2. Il secondo motivo del ricorso principale.

 

2.1.  Anche col secondo motivo di ricorso il ricorrente sostiene  che la  sentenza impugnata (quella definitiva: n. 155/12) sarebbe incorsa in un vizio di motivazione, ai sensi dell'articolo 360 c.p.c., n. 5. Espone, al riguardo, che la Corte d'appello avrebbe motivato in modo insufficiente la quantificazione del danno, ed in particolare non avrebbe considerato che l'intervento di cheratomileusi eseguito da Gu. Ma. non  e' stata la causa unica  del  danno,  ma  ha aggravato  un danno gia' presente ed ascrivibile all'altro sanitario, Ca. It..

 

2.2. Il motivo e' manifestamente infondato. Quale  che  sia  stato l'apporto causale fornito da Gu. Ma.  alla  causazione dell'evento di danno, egli ne risponde comunque  per l'intero: se la sua opera ha concorso con quella di altra persona, ne rispondera' per l'intero ai sensi dell'articolo 2055 c.c., salvo regresso (domanda che non e' stata formulata nel presente giudizio); se la sua opera ha concorso con fattori naturali, ne risponderà ugualmente per l'intero ai sensi dell'articolo 41 c.p., come noto applicabile anche in tema di responsabilita'  civile (Sez.  U,  Sentenza  n.  24408 del 21/11/2011, Rv. 620057).

 

3. Il terzo motivo del ricorso principale.

 

3.1.  Col  terzo motivo di ricorso il ricorrente principale  sostiene che  la  sentenza impugnata sarebbe affetta sia da una violazione  di legge, ai sensi all'articolo 360 c.p.c., n. 3, (si assume violato l'articolo 1176 c.c.); sia da un vizio di motivazione, ai sensi dell'articolo 360 c.p.c., n. 5. Espone,  al  riguardo,  che  la Corte d'appello  avrebbe  errato  nel ritenere  sussistente la sua colpa professionale, sebbene essa  fosse stata esclusa dai consulenti tecnici d'ufficio.

 

3.2. Il motivo e' infondato. La Corte d'appello, per pervenire alla propria sentenza di condanna, ha cosi' argomentato: (a) quanto al nesso di causa tra l'operato di Gu. Ma. e i successivi interventi cui la paziente fu costretta a sottoporsi, esso era emerso dalle consulenze disposte in corso di causa; (b) quanto alla colpa del medico, essa doveva presumersi  ai  sensi dell'articolo 1218 c.c., nè il convenuto aveva superato tale presunzione; (c) le generiche affermazioni del consulente d'ufficio, secondo  cui il  danno patito dalla paziente doveva ritenersi una  "complicanza" erano giuridicamente irrilevanti, posto che il medico per andare esente da condanna ha l'onere di  provare  in  concreto  l'esatto adempimento della propria obbligazione, e non gli e' sufficiente che la sussistenza d'una causa di esclusione della colpa  possa  essere solo astrattamente ipotizzabile (cosi' la sentenza non definitiva, p. 14-15).

 

3.3.  Questo  essendo  il  contenuto  della  sentenza  impugnata,  ne consegue in primo  luogo  che  essa  non  presenta  alcun vizio motivazionale: la  Corte d'appello ha infatti  spiegato  perche'  ha ritenuto  sussistente  il  nesso di  causa,  e  perche'  ha  ritenuto sussistente la colpa.

 

3.4.  Non meno infondata e' la denuncia di violazione dell'articolo  1176 c.c.. La Corte d'appello non ha affatto accolto una domanda risarcitoria in assenza di prova della negligenza colpevole del convenuto: ha accolto la domanda risarcitoria sul corretto presupposto che spettasse al convenuto fornire la prova della propria diligenza, e che tale  prova non era stata fornita. V'e'  solo  da aggiungere come al medico convenuto in un giudizio  di responsabilita' non basta, per superare la presunzione  posta  a  suo carico  dall'articolo 1218 c.c., dimostrare che l'evento dannoso per il paziente rientri astrattamente nel novero di quelle che nel lessico clinico vengono chiamate "complicanze", rilevate dalla statistica sanitaria. Col lemma "complicanza", la medicina clinica e la medicina legale designano solitamente un evento dannoso, insorto nel corso dell'iter terapeutico, che pur essendo astrattamente prevedibile, non sarebbe evitabile. Tale concetto e' inutile nel campo giuridico. Quando, infatti, nel corso dell'esecuzione di un intervento o dopo la conclusione di esso si verifichi un peggioramento delle condizioni del paziente, delle due l'una) o tale peggioramento era prevedibile ed evitabile, ed in tal caso esso  va  ascritto  a  colpa del medico, a  nulla  rilevando  che  la statistica clinica lo annoveri in linea teorica tra le "complicanze") ovvero tale peggioramento non era prevedibile oppure non era evitabile: ed in tal caso esso integra gli estremi della "causa  non imputabile" di cui all'articolo 1218 c.c., a nulla rilevando che la statistica clinica non lo annoveri in linea teorica tra le "complicanze". Al diritto non interessa se l'evento dannoso non voluto dal  medico rientri o no nella classificazione clinica delle complicanze: interessa solo se quell'evento integri gli estremi della "causa  non imputabile":  ma  e' evidente che tale accertamento va compiuto in concreto e non in astratto. La circostanza che un evento indesiderato sia qualificato dalla clinica come "complicanza" non basta a farne di per sè una "causa non imputabile" ai sensi dell'articolo 1218 c.c.; così come, all'opposto, eventi non qualificabili come complicanze possono teoricamente costituire casi fortuiti che escludono la  colpa del medico. Da  quanto esposto consegue, sul piano della prova, che nel  giudizio di responsabilita' tra paziente e medico) o il medico riesce a dimostrare di avere tenuto  una  condotta conforme alle leges  artis,  ed allora egli va esente da responsabilità a nulla rilevando che il danno patito dal paziente rientri o meno nella categoria delle "complicanze") ovvero, all'opposto, il medico quella prova non riesce a fornirla: ed allora non gli giovera' la circostanza che l'evento di danno  sia in astratto imprevedibile ed inevitabile, giacche' quel che rileva e' se era prevedibile ed evitabile nel caso concreto. Prevedibilita'  ed  evitabilita' del caso concreto  che, per quanto detto, e' onere del medico dimostrare.

 

4. Il quarto motivo del ricorso principale.

 

4.1.  Col  quarto  motivo  di  ricorso  principale Gu. Ma.  sostiene  che la sentenza impugnata sarebbe affetta da una violazione di legge, ai sensi all'articolo 360 c.p.c., n. 3. Nonostante tale intitolazione, il ricorrente nella sostanza deduce un error  in  procedendo: lamenta, infatti, che la  Corte d'appello  ha omesso  di  provvedere sulla domanda di garanzia da lui proposta  nei confronti del proprio assicuratore, la Milano s.p.a.. Contesta l'affermazione  della Corte  d'appello,  secondo  cui  egli avrebbe avuto l'onere di proporre un appello incidentale condizionato per "tenere viva" la domanda di garanzia. Quella domanda, infatti, in primo  grado  era  rimasta assorbita perche' la  domanda  attorea  fu rigettata:  e  dunque bastava la riproposizione della  questione,  ai sensi dell'articolo 346 c.p.c..

 

4.2. Il motivo e' infondato. Vi  e' da tempo contrasto, in seno a questa Corte, sul problema della necessita'  o meno di proporre appello incidentale per sottoporre  al giudice di secondo grado le questioni poste dal convenuto vittorioso, e  non  esaminate perche' rimaste assorbite (contrasto rimesso alle Sezioni Unite di questa Corte con la recente ordinanza pronunciata da Sez. 2, Ordinanza 5.2.2015 n. 2118). Tuttavia anche l'orientamento meno rigoroso, ovvero quello che nega la necessità dell'appello incidentale (e che quindi gioverebbe all'odierno ricorrente), esige pur sempre che l'appellato vittorioso in primo grado, se intende essere manlevato nel caso di accoglimento del  gravame,  debba riproporre la domanda di garanzia  ex articolo  346 c.p.c., per evitare che la si possa presumere abbandonata. Nel nostro caso Gu. Ma., costituendosi in appello, tacque del tutto sulla domanda di garanzia da lui  formulata contro la Milano: dunque non solo non propose appello incidentale, ma nemmeno ripropose in appello la questione della manleva. Questione che, pertanto, la Corte d'appello non era tenuta ad esaminare (ex  multis, da ultimo, Sez. L, Sentenza n. 2051 del 30/01/2014, Rv. 629569).

 

5. Il primo motivo del ricorso incidentale.

 

5.1. Col primo motivo di ricorso incidentale Am. Ev. sostiene che la sentenza impugnata sarebbe incorsa in un vizio di motivazione, ai sensi dell'articolo 360 c.p.c., n. 5. Espone,  a riguardo, che la Corte d'appello avrebbe motivato in  modo insufficiente la decisione di ritenere "nuova" la domanda di condanna di Ca. It.  (e, per lui, delle sue eredi)  per  l'intervento eseguito nel 1991.

 

5.2. Il motivo e' inammissibile. Il  vizio  di  motivazione  non e' infatti  concepibile  rispetto  ad errores in procedendo. 6. Il secondo motivo del ricorso incidentale.

 

6.1.  Col  secondo  motivo di ricorso incidentale Am. Ev.  sostiene  che  la  sentenza  impugnata sarebbe  viziata  sia  da  una nullita' processuale, ai sensi dell'articolo 360 c.p.c., n. 4; sia da  un vizio di motivazione, ai sensi dell'articolo 360 c.p.c., n. 5. Espone, al riguardo, che la Corte d'appello non ha liquidato  ne'  il danno  patrimoniale consistito nel costo del trapianto di cornee  cui l'attrice si sottopose nel 1997; ne' quello consistente nel costo del futuro intervento per la sostituzione delle cornee trapiantate. Soggiunge che la relativa domanda si sarebbe dovuta ritenere implicitamente ricompresa nella richiesta di risarcimento dei danni "subiti e subendi", formulata con l'atto di citazione.

 

6.2. Il motivo e' infondato. La ricorrente lamenta nella sostanza una omessa pronuncia. Il  giudice  tuttavia non e' tenuto a provvedere su domande  che  non siano  ritualmente formulate (articolo 112 c.p.c.). E nel caso di  specie e'  la  stessa ricorrente ad affermare (pag. 17 del ricorso) che  la domanda  di  risarcimento del danno patrimoniale  per  spese mediche future  (trapianto di cornea e sostituzione della cornea  trapiantata quando   ne  sarebbe  esaurita  la  funzionalita'  biologica)  doveva ritenersi implicito nella domanda di risarcimento dei ""danni  subiti e subendi". Una  domanda  di  risarcimento del danno concepita in questi  termini deve ritenersi tamquam non esset.

 

6.2.1. L'articolo 163 c.p.c., comma 2, nn. 3 e 4, impone all'attore di esporre, nell'atto di citazione: - la determinazione della cosa oggetto della domanda - i fatti e gli elementi di diritto costituenti le ragioni della domanda. In tema di risarcimento del danno da fatto illecito o da inadempimento contrattuale, la "cosa" oggetto della domanda è il pregiudizio di cui si invochi il ristoro, e gli "elementi di fatto" costitutivi della pretesa sono rappresentati dalla descrizione della perdita che l'attore lamenti di avere patito. L'adempimento dell'onere di allegare i fatti costitutivi della pretesa e' preordinato:

(a) a consentire al convenuto l'esercizio del diritto di difesa;

(b) a consentire al giudice di individuare il thema decidendum. L'attore dunque non ha certamente l'onere di designare con un preciso nomen iuris il danno di cui chiede il risarcimento; ne' ha l'onere di quantificarlo  al  centesimo:  tali  adempimenti  non  sono   infatti strettamente  necessari ne' per delimitare il thema decidendum, ne' per mettere il convenuto in condizioni di difendersi. L'attore ha invece il dovere di indicare analiticamente e con  rigore i fatti a. materiali che assume essere stati fonte di danno. E dunque in cosa e' consistito il pregiudizio non patrimoniale; in cosa è consistito il pregiudizio patrimoniale; con quali criteri di calcolo dovrà essere computato. Questo essendo l'onere imposto dalla legge all'attore che domanda il risarcimento del danno, ne discende che una richiesta di risarcimento dei "danni subiti e subendi",  quando non sia accompagnata dalla concreta descrizione del pregiudizio di cui si chiede il ristoro, va qualificata generica ed  inutile. Generica, perche' non mette ne' il giudice, ne' il convenuto, in condizione di sapere  di quale concreto pregiudizio si chieda il ristoro;  inutile, perche' tale genericita' non fa sorgere in capo al giudice il potere- dovere di provvedere.

 

6.2.2. Questi principi sono stati ripetutamente affermati da questa Corte. Già Sez. U, Sentenza n. 11353 del 17/06/2004,  Rv. 574223, stabilì che l'onere di contestazione gravante sul convenuto, e quello di allegazione gravante sull'attore, sono tra loro speculari e complementari:  sicche' il mancato assolvimento del secondo,  non  fa sorgere il primo. Piu' di recente, Sez. 3, Sentenza n. 10527 del 13/05/2011, Rv. 618210 ha  affermato che "l'onere di allegazione (...) va adempiuto in  modo circostanziato, non potendo risolversi in mere enunciazioni generiche, astratte od ipotetiche". Infine, Da  ultimo,  Sez. 3, Sentenza n. 691 del 18/01/2012, Rv.  621357,  ha stabilito che "le allegazioni che devono accompagnare la proposizione di una domanda risarcitoria non possono essere limitate alla prospettazione della condotta in tesi colpevole della controparte (...), ma devono includere anche la descrizione delle lesioni, patrimoniali e/o non patrimoniali, prodotte da tale condotta, dovendo l'attore mettere il convenuto in condizione di conoscere quali pregiudizi vengono imputati al suo comportamento, e ciò a prescindere dalla loro esatta quantificazione e dall'assolvimento di ogni onere  probatorio  al riguardo" (nello stesso  senso,  Sez.  3, Sentenza n. 17408 del 12/10/2012, Rv. 624080). La sentenza d'appello, nel non prendere in esame una domanda formulata in termini inferiori alla soglia minima di ammissibilita', non ha dunque violato l'articolo 112 c.p.c.. Il motivo va dunque dichiarato infondato in ossequio al seguente principio di diritto: Chi domanda in giudizio il risarcimento del danno ha l'onere di descrivere in modo concreto i pregiudizi dei quali chiede il ristoro, senza limitarsi a formule vuote e stereotipe come la  richiesta di risarcimento dei "danni subiti e subendi". Domande di questo  tipo, quando  non  ne  sia dichiarata la nullita' ex articolo 164  c.p.c.,  non fanno  sorgere  in  capo al giudice alcun obbligo  di  provvedere  in merito  al risarcimento dei danni che fossero descritti concretamente solo in corso di causa.

 

7. Il terzo motivo del ricorso incidentale.

 

7.1. Col terzo motivo di ricorso incidentale Am. Ev. sostiene che la sentenza impugnata sarebbe affetta sia da una violazione di legge, ai sensi all'articolo 360 c.p.c., n. 3, (si  assume violato l'articolo 112 c.p.c.); sia da un vizio di motivazione, ai  sensi dell'articolo 360 c.p.c., n. 5. Espone,  al riguardo, che la Corte d'appello avrebbe errato  per  non aver liquidato il danno fisiognomia).

 

7.2.  Il motivo - a prescindere da qualsiasi rilievo circa la pretesa di volere distinguere tra "danno biologico" e "danno fisiognomico" - e' inammissibile per le medesime ragioni indicate al 6.2.1.

 

8. Le spese. La   soccombenza   reciproca  costituisce  giusto   motivo   per   la compensazione  integrale delle spese del presente grado  di  giudizio tra tutte le parti, ivi compresa la Casa di Cura Nomentana s.r.l..

 

P.Q.M.

 

la Corte di cassazione, visto l'articolo 380 c.p.c.: -) rigetta il ricorso principale; -) rigetta il ricorso incidentale; -) compensa tra tutte le parti le spese  del  presente  grado  di giudizio.

 

Cosi'  deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione  Terza Civile della Corte di Cassazione, il 26 marzo 2015.

 

Depositato in Cancelleria il 30 giugno 2015