Cassazione Civile, Sez. III, Sentenza 16-02-2016, n. 2998

L'obbligo informativo si estende ai soli rischi prevedibili

Seppur l'intervento sia stato compiuto a regola d'arte, ma dallo stesso siano derivati effetti negativi per il paziente, questi avrà diritto a essere risarcito dei danni.

Il medico può essere chiamato a risarcire il danno alla salute ove il paziente dimostri che se compiutamente informato, circa gli effetti negativi dell'intervento, egli avrebbe rifiutato di sottoporsi all'intervento stesso.

Ebbene il ricorrente aveva convenuto in primo grado il medico e la ASL per sentirli condannare in solido tra loro al risarcimento del danno patito in seguito all'intervento di uncinectomia, meatomia media e setto plastica, sostenendo che in seguito a detto intervento aveva subito una frattura orbitaria con ematoma all'occhio.

Tuttavia la domanda proposta in primo grado fu rigettata e in sede di appello  veniva esclusa una condotta colposa del medico poiché si riteneva che lo stesso avesse adottato la tecnica operatoria più adeguata. Oltretutto in tale sede la Corte adita ritenne, come poi confermato nella sentenza emessa dalla Cassazione,  che l'obbligo informativo si estendesse ai soli rischi prevedibili e che pertanto il medico poteva essere chiamato a risarcire il danno alla salute solo ove il paziente avesse dimostrato che se compiutamente informato degli effetti negativi dell'intervento non si sarebbe sottoposto allo stesso.

La Corte di Cassazione, non avendo il ricorrente dimostrato ciò, neanche a mezzo di presunzioni e poichè allo stesso era stato presentato un modulo con la prospettiva di  ben più gravi conseguenze, se ne è presunto il consenso all'intervento, anche nel caso in cui lo stesso fosse stato informato della complicanza meno grave e, di tanto, rigettava il ricorso.

 

 

RITENUTO IN FATTO

 

1.  -         Sc. Ca.  convenne in giudizio l'ASL n. (OMISSIS) di Casale Monferrato  ed        Be. An.  per sentirli condannare,  in  solido tra  loro, al risarcimento dei danni patiti a seguito dell'intervento chirurgico  di  "uncinectomia,  meatomie  medie  e  setto   plastica" eseguito il (OMISSIS) presso l'Ospedale  (OMISSIS)  dal   Be. , il quale, nel corso di  detto  intervento, aveva  causato la frattura orbitaria con ematoma all'occhio sinistro, con  conseguenti  immediati gravi malesseri  (quali  "diplopia  nello sguardo  in  tutte  le  direzioni e continua cefalea")  ed  esiti  di "deficit  di movimento nell'occhio sinistro con paresi del  3  nervo cranico". Nel  contraddittorio  con i convenuti, l'adito  Tribunale  di  Casale Monferrato,  disposta ed espletata c.t.u. medicolegale,  rigetto'  la domanda attorea con sentenza del dicembre 2009.

 

 2.   -   Avverso  tale  decisione  proponeva  impugnazione      Sc.     Ca. ,  che la Corte di appello di Torino - respinta l'istanza  di rinnovazione  della  c.t.u.  ed  assunti  chiarimenti  da  parte  dei consulenti d'ufficio nominati in primo grado - rigettava con sentenza resa pubblica il 27 dicembre 2012. 2.1. - La Corte territoriale - premesso di aver assunto a chiarimenti i  consulenti di primo grado in ragione delle "doglianze della difesa dell'appellante  e relativi all'individuazione dei concreti  elementi che   avevano   portato   nel  caso  di  specie   ad   escludere   la responsabilita'"  del   Be.   -  osservava  che,   all'"esito   del supplemento  di  consulenza", risultava chiarito "che la  complicanza intraoperatoria   occorsa  allo      Sc. "  ("frattura   orbitaria" provocante "ematoma OS") non era "imputabile ad una condotta  colposa del  chirurgo",  in  capo  al quale era da  escludere,  in  concreto, "qualsiasi profilo di negligenza, imperizia o imprudenza".

 

2.1.1.  - A tal riguardo il giudice di secondo grado evidenziava,  ai fini   della   "valutazione  dell'effettiva  difficolta'   chirurgica affrontata   in   sede   operatoria   e   dell'esclusione   di    una responsabilita' colposa del chirurgo", che, nel corso dell'operazione chirurgica,   era  emersa  "una  situazione  talmente  degenerata   e compromessa   dell'area  di  intervento"  (presenza   di   formazioni polipoidi,  di  mucosa  cicatriziale,  di  tenaci  cicatrici   e   di abbondante sanguinamento a fronte della particolare fragilita'  della la  mina  papiracea), "da rendere del tutto indipendente dall'operato del medico l'insorgenza della complicanza poi verificatasi", la' dove "l'intervento  eseguito  era quello effettivamente  indicato  per  la patologia diagnosticata (sinusite mascellare cronica e deviazione del setto)"  e  la "tecnica operatoria piu' indicata" era proprio  quella "prevista  in sede di chirurgia endoscopica e denominata uncinectomia e settoplastica".

 

2.1.2.  -  La  Corte territoriale osservava, quindi, che le  critiche mosse  dal  c.t.  dell'appellante sulla natura della complicanza  non ponevano,  comunque,  "in dubbio la coerenza ed  affidabilita'  della valutazione espressa dal CTU circa la non imputabilita' della  stessa al   chirurgo   e   cio'   proprio  in  ragione   della   descrizione dell'effettivo stato dell'area interessata dall'intervento  (in  modo ben  piu'  grave  di quanto descritto dalle TAC dei  seni  paranasali eseguite   in  precedenza  ...),  delle  sue  conseguenze  circa   la predisposizione    dell'appellante   stesso   all'insorgenza    della complicanza  in  oggetto  e della descritta ininfluenza  su  di  essa dell'abilita' del chirurgo".

 

 2.1.3.  -  Il  giudice  del gravame, a fronte  delle  critiche  dello     Sc.  circa la necessita' di cambiare tecnica operatoria dinanzi al riscontrato quadro dell'area di intervento, rilevava, sulla scorta della  c.t.u.,  che  "il  rischio di lesione  vi  sarebbe  stato  con qualsiasi  tipo  di approccio chirurgico", la' dove, poi,  lo  stesso appellante  taceva sul fatto che veniva eseguita la  "settoplastica", venendo   in  rilievo,  altresi',  la  circostanza  che   la   stessa letteratura   medica  riconduceva  le  "alterazioni   permanenti   di motilita'  oculare"  (occorrenti nello 0,1-0,3%  dei  casi)  "ad  una complicanza prevista (ma non prevenibile), piuttosto che ad un errore dell'operatore",  in  ragione  proprio  della  "peculiare  situazione anatomo-patologica  locale". Sicche',  la  scelta  "di  non  cambiare tecnica  operatoria  nel corso dell'intervento"  non  integrava  "una condotta   gravemente   colposa,  tenuto  conto   della   particolare difficolta'  occorsa  in  sede operatoria, ne'  in  via  prognostica" assumeva    "una    sufficiente   consistenza    causale,    rispetto all'insorgenza della complicanza in esame".

 

2.1.4.  -  La  Corte territoriale - rispetto alla  critica  di  parte appellante  per cui "il sanitario non si sarebbe neppure  accorto  di avere procurato la frattura orbitaria" giacche' in atti vi erano  due lettere di dimissioni di esso     Sc. , "entrambe datate 23.1.2004, ma  in  cui solo in una di esse viene segnalata la complicanza  della frattura  orbitaria che ha provocato ematoma OS" - osservava  che  la presenza  di  due lettere di dimissioni non assumeva rilievo  alcuno, non  solo  perche' non era stata "formalmente prospettata la falsita' di  una delle due", ma, soprattutto, in quanto "solo la seconda  (che contiene  la  segnalazione della complicanza)" era "sottoscritta  dal Dr.   Be. ".  Peraltro,  soggiungeva  il  giudice  di  appello,  la complicanza  era gia' segnalata, nella cartella clinica,  "fin  dalla descrizione  dell'intervento", risultando "prescritta  ed  effettuata nell'immediato  una  visita oculistica", del cui  esito  veniva  dato conto nella anzidetta lettera di dimissioni.

 

2.1.5.  -  Infine, sulla doglianza dello     Sc.  circa la "mancata specifica   informativa   in   sede  di  prestazione   del   consenso all'intervento  della  possibilita'  di  frattura  orbitaria,   quale complicanza dello stesso", il giudice di secondo grado, precisato che l'obbligo  informativo si estende "ai rischi prevedibili e non  anche agli  esiti  anomali", rilevava che i moduli prodotti dal  Be.   al fine  di  provare l'acquisizione del consenso dello     Sc.   erano due,  sebbene  uno  soltanto "sottoscritto  e  inserito  in  cartella clinica",  non essendo pero' "contestata la circostanza allegata  che allo     Sc.  fossero stati sottoposti entrambi". Sicche', la Corte distrettuale  evidenziava che in detti moduli - e  in  ogni  caso  in quello    sottoscritto   -   erano   riportate,   con    informazione "sufficientemente precisa", ipotesi di complicazioni "ben piu'  gravi di  quella occorsa", per cui non poteva reputarsi "presumibile che lo     Sc.  se compiutamente informato della specifica complicanza  in esame, avrebbe rifiutato l'intervento".

 

 3.  -  Per  la cassazione di tale sentenza ricorre         Sc. Ca.  sulla base di cinque motivi. Resiste con controricorso, illustrato da memoria, l'Azienda Sanitaria Locale   AL  (gia'  Azienda  Sanitaria  Locale  n.  (OMISSIS)  di   Casale Monferrato).         Be. An.   ha  depositato  "richiesta  di  partecipare  alla discussione orale ex articolo 378 c.p.c.", con allegata documentazione.

 

 

CONSIDERATO IN DIRITTO

 

1.  - Preliminarmente, va dichiarata inammissibile la costituzione in questa   sede   di          Be. An.   (destinatario   del   ricorso notificatogli il 15 aprile 2013) in quanto effettuata  non  gia'  con controricorso,  bensi' con atto denominato "richiesta di  partecipare alla  discussione orale ex articolo 378 c.p.c.", pervenuto a questa Corte il  22  ottobre  2013  e  non notificato alle controparti,  il  quale presenta  una  procura  in calce in favore dell'avv.  Marco  Dagradi, senza  che  (come risulta dalla stessa nota di accompagno,  ove  sono indicati  i  documenti  prodotti) vi sia stato deposito  di  separata procura speciale per atto pubblico o scrittura privata autenticata. Si  tratta, dunque, di procura invalida, che non consente neppure  la utile  partecipazione del difensore alla discussione orale,  giacche' non  rilasciata nelle forme di cui all'articolo 83 c.p.c., commi 2  e  3, nella sua formulazione antecedente alle modifiche introdotte dalla l. 18  giugno  2009,  n. 69, articolo 45 (in quanto dette  modifiche  -  che avrebbero consentito un conferimento di procura come quella anzidetta -  non  possono  trovare  applicazione nella  presente  controversia, instaurata  nel  2005,  in quanto operanti  soltanto  per  i  giudizi introdotti dopo l'entrata in vigore delle legge stessa, alla  stregua di quanto disposto dalla medesima L. n. 69, articolo 58). Sicche', nella fattispecie, e' ancora pienamente efficace la seguente regula  iuris:  "Nel giudizio di cassazione diversamente  rispetto  a quanto  avviene  con  riguardo ai giudizi  di  merito  -  la  procura speciale  non  puo' essere rilasciata a margine o in  calce  ad  atti diversi dal ricorso o dal controricorso, poiche' l'articolo 83, comma  3, nell'elencare  gli  atti a margine o in calce ai  quali  puo'  essere apposta  la procura speciale, individua, con riferimento al  giudizio di  cassazione, soltanto quelli suindicati. Pertanto, se  la  procura non  viene  rilasciata  su  detti atti,  e'  necessario  che  il  suo conferimento  si  realizzi nella forma prevista del citato  articolo  83, comma 2, cioe' con atto pubblico o con scrittura privata autenticata, facenti  riferimento  agli elementi essenziali  del  giudizio,  quali l'indicazione delle parti e della sentenza impugnata" (tra le  tante, Cass.,  5 giugno 2007, n. 13086; cfr. anche Cass., 13 febbraio  2013, n. 3554).

 

2. - Con i primi due mezzi, congiuntamente sviluppati, e' dedotto, ai sensi  dell'articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in relazione al  "Capo  2 della  sentenza  impugnata", "omesso esame di fatti decisivi  per  il giudizio che sono stati oggetto di discussione tra le parti", nonche' denunciata, ai sensi dell'articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3,  violazione e falsa applicazione dell'articolo 2700 c.c., articoli 167 e 112 c.p.c.. Il   ricorrente,  preliminarmente,  deduce  l'insussistenza  di  "una duplice  valutazione conforme dei fatti di causa" tra la sentenza  di primo  e quella di secondo grado, rilevante ai fini del quinto  comma dell'articolo  348-ter c.p.c., introdotto dal Decreto Legge n. 83 del  2012,  articolo 54, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 134 del 2012. Tanto  premesso, con una prima articolata censura sub n.  3  e  n.  5 dell'articolo  360  c.p.c.,  dopo  ampie  argomentazioni  (pp.  8/19  del ricorso) sui contenuti delle c.t.u. espletate in entrambi i gradi  di merito  e sugli errori che avrebbero commesso i consulenti d'ufficio, posti in risalto dalle stesse difese di parte attrice/appellante,  si addebita alla Corte territoriale di aver omesso "ogni valutazione" su "alcuni fatti e deduzioni difensive decisive per il giudizio",  avuto riguardo  alla  portata  della complicanza  derivata  dall'intervento chirurgico,  anche  alla luce di quanto risultante dalla  letteratura medica  in  riferimento  alla  sua rarita',  tanto  da  doversi  essa "ricondurre nell'alveo dell'errore professionale". Con  ulteriore articolata doglianza, sempre sub n. 3 e n. 5 dell'articolo 360  c.p.c., in riferimento al "fatto", del tutto incontestato, della esistenza  di due lettere di dimissioni in data 23 gennaio  2004  con "contenuto  diametralmente  opposto",  si  assume  che  la  Corte  di appello, nell'addurre l'irrilevanza della mancata proposizione  della querela  di  falso  o,  comunque, di una formale contestazione  della falsita', non avrebbe operato "una valutazione di merito contraria  a quella  prospettata  dalla parte appellante", bensi'  avrebbe  finito "con  non  valutare un dato a causa di un presunto vizio  formale  in realta' inesistente", con cio' omettendo l'esame di un fatto decisivo per  il  giudizio,  nonche' violando l'articolo 2700  c.c.,  giacche'  la formale  contestazione della falsita' di uno dei  documenti  non  era necessaria,  anche  in ragione del principio di "non  contestazione", altresi' incidendo "sulla correttezza logica ed argomentativa"  della motivazione. Del  resto,  la censura di esso appellante si "fondava proprio  sulla veridicita' ideologica dei due documenti nel distinto momento in  cui erano  stati redatti", non essendosi mai sostenuto che la lettera  in cui  non si menzionavano le complicanze fosse falsa; analogamente era da  reputarsi  quanto  alla  lettera che  segnalava  le  complicanze, giacche'  redatta - come era da evincersi anche in base ad "una  piu' attenta  lettura  della cartella clinica" - "dopo che  lo      Sc.  aveva  denunciato  i  malesseri ed il Dott.   Be. ,  dopo  apposita visita  oculistica  (effettuata il giorno  dopo  l'intervento  e  non tempestivamente), aveva avuto contezza della complicanza". 1.1.  -  I  primi due motivi, da scrutinare congiuntamente in  quanto connessi, non possono trovare accoglimento. 1.1.1.  -  Preliminarmente, occorre precisare che la  disposizione  - richiamata  dallo  stesso  ricorrente e in parte  evocata  anche  nel controricorso  della  Azienda  Sanitaria  Locale  AL   (ove   si   fa riferimento alla "esistenza del doppio giudizio conforme") -  di  cui dell'articolo  348-ter  c.p.c., comma 5, introdotto dal  Decreto Legge  22  giugno 2012,   n.   83,  articolo  54,  comma  1,  lettera  a),  convertito,   con modificazione, dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, la quale  esclude  che possa essere impugnata ai sensi dell'articolo 360 c.p.c., comma 1, n.  5, la  sentenza  di appello "che conferma la decisione di primo  grado", non  trova  applicazione nella presente impugnazione di legittimita', giacche', agli effetti del citato Decreto Legge n. 83 del 2012, articolo 54, comma 2,  essa  e' operante per i giudizi di appello introdotti con ricorso depositato   o   con  citazione  di  cui  sia  stata   richiesta   la notificazione  dall'11 settembre 2012 (trentesimo  giorno  successivo all'entrata  in  vigore della legge di conversione  di  detto  Decreto Legge), mentre, nella specie, l'appello risale all'anno 2010. 1.1.2.  -  Trova,  invece,  applicazione  nel  presente  giudizio  la disposizione  di  cui dell'articolo 360 c.p.c., comma 1,  n.  5,  siccome novellato del Decreto Legge n. 83 del 2012, citato articolo 54, comma 1, lettera b), che,  come  previsto dello stesso articolo 54, comma 3, si  applica  alle sentenze   pubblicate  dall'11  settembre  2012  (trentesimo   giorno successivo all'entrata in vigore della legge di conversione di  detto Decreto Legge), essendo la sentenza di appello impugnata in questa sede  stata pubblicata il 27 dicembre 2012. 1.2.  - Le censure si appuntano sia sulla asserita omessa valutazione di fatti e deduzioni attinenti alla portata della complicanza insorta nel  corso  dell'intervento  chirurgico eseguito  dal   Be.   sulla persona dello    Sc. o, essendosi la Corte di appello asseritamente adagiata  su  erronei  e deficitari accertamenti  medico-legali;  sia sulla  mancata, o comunque erronea, valutazione del "fatto"  relativo all'esistenza di due lettere di dimissioni dello     Sc.  all'esito dell'intervento chirurgico, dal contenuto differente,  con  correlata violazione  e/o falsa applicazione di norme di diritto inerenti  alla disciplina, sostanziale e processuale, nella specie rilevante,  dello stesso anzidetto "fatto". Invero, la sostanza delle doglianze, sebbene si evochi anche il vizio riconducibile  dell'articolo  360  c.p.c.,  comma  1,  n.  3,  e'   tutta incentrata sulla motivazione della Corte territoriale, non  assumendo effettivo  rilievo  le censure di error in iudicando,  gravitando  lo sviluppo  argomentativo  dei motivi sempre intorno  all'apprezzamento della quaestio facti da parte del giudice del merito. Del  resto,  l'evocata  violazione dell'articolo 2700  c.c.,  si  coniuga proprio  alla dedotta omessa valutazione del "fatto" delle divergenti lettere  di  dimissioni  (invero, ritenuto incontestato  anche  dalla Corte  territoriale), la' dove, peraltro, neppure coglie  appieno  la portata della ratio decidendo della sentenza impugnata, che non  solo attribuisce   rilevanza   unicamente  alla  lettera   di   dimissioni sottoscritta dal  Be. , ma, in ogni caso, prescinde sostanzialmente dal dato - seppur indagato e oggetto di specifica motivazione - della presenza  delle  richiamate due lettere di  dimissioni,  giacche'  la consapevolezza   del  chirurgo  in  ordine  alla  complicanza   viene correlata,  in definitiva, alla segnalazione della stessa complicanza nella   descrizione  dell'intervento  in  cartella  clinica  e  nella prescrizione  ed  effettuazione di visita oculistica  nell'immediato. Cio'  venendo  ad  integrare proprio la trascrizione  nella  cartella clinica  -  redatta da un'azienda ospedaliera pubblica - di attivita' espletate   nel  corso  di  una  terapia  o  di  un  intervento   che (diversamente  dalle valutazioni, dalle diagnosi o,  comunque,  dalle manifestazioni   di   scienza  o  di  opinione  in   essa   espresse) rappresentano   quelle   attestazioni   che   assumono   natura    di certificazione amministrativa, cui e' applicabile lo speciale  regime di cui agli articoli 2699 c.c. e segg. (tra le altre, Cass., 30 novembre 2011, n. 25568). 1.3. - Posto, dunque, che il complesso delle censure (e, comunque, di quelle  ancora da scrutinare) denuncia un vizio di cui  al  novellato articolo  360 c.p.c., comma 1, n. 5, occorre rammentare, alla luce  della giurisprudenza di questa Corte (anzitutto Cass., sez. un.,  7  aprile 2014,  n. 8053), che il vizio veicolabile in base alla predetta norma processuale  e'  "relativo  all'omesso esame  di  un  fatto  storico, principale  o  secondario, la cui esistenza risulti dal  testo  della sentenza  o  dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto  di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se   esaminato,   avrebbe   determinato  un   esito   diverso   della controversia).   Ne  consegue  che,  nel  rigoroso   rispetto   delle previsioni  dell'articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e  articolo  369  c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il "fatto storico", il cui esame  sia stato omesso, il "dato", testuale o extratestuale, da  cui esso  risulti esistente, il "come" e il "quando" tale fatto sia stato oggetto   di  discussione  processuale  tra  le  parti   e   la   sua "decisivita'",  fermo  restando  che  l'omesso  esame   di   elementi istruttori  non integra, di per se', il vizio di omesso esame  di  un fatto  decisivo  qualora il fatto storico, rilevante  in  causa,  sia stato  comunque  preso  in considerazione dal giudice,  ancorche'  la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie". Con l'ulteriore  puntualizzazione per cui  "la  ricostruzione  del  fatto operata  dai giudici di merito e' sindacabile in sede di legittimita' soltanto  quando la motivazione manchi del tutto, ovvero sia  affetta da  vizi  giuridici consistenti nell'essere stata essa articolata  su espressioni  od  argomenti tra loro manifestamente ed  immediatamente inconciliabili,  oppure perplessi od obiettivamente  incomprensibili" (tra  le  altre,  Cass., 9 giugno 2014, n. 12928),  esclusa,  invece, qualunque  rilevanza rilevanza del semplice difetto di  "sufficienza" della  motivazione  o  di contraddittorieta' della  stessa  (Cass.  8 ottobre  2014, n. 21257; Cass., sez. un., 23 gennaio 2015,  n.  1241; Cass., 6 luglio 2015, n. 13928). 1.4.   -  Nella  specie,  come  risulta  chiaramente  dalla  sentenza impugnata (pp. 6/10 e dalla sintesi di cui al "Ritenuto in fatto" che precede),  i  fatti  storici che vengono indicati  a  fondamento  dei motivi di ricorso (lamentandosene - in rubrica - l'omesso esame) sono stati,  invece,  apprezzati dal giudice di appello, il  quale  si  e' ampiamente  soffermato  sulla portata dell'intervento  chirurgico  al quale   si  e'  sottoposto  lo      Sc. ,  sull'atteggiarsi   della complicanza emersa nel corso di detto intervento, sulla condotta  del chirurgo,  sui contenuti della cartella clinica (e delle  lettere  di dimissioni  ivi  presenti), argomentando  in  base  al  tenore  degli elaborati tecnici d'ufficio acquisiti nel corso dell'intero  giudizio di  merito, tenendo specificamente conto delle critiche ad essi mosse dall'attore/appellante. Sicche',  alla luce del predetto paradigma legale in forza del  quale sono  scrutinabili, non sono affatto ravvisabili nella motivazione  - presente e pienamente intelligibile - della sentenza impugnata i vizi motivazionali denunciati. 2.  -  Con  il  terzo e quarto mezzo, congiuntamente  sviluppati,  e' prospettata,  "in relazione al Capo 1 della sentenza  impugnata",  ai sensi  dell'articolo  360  c.p.c., comma 1,  n.  3,  violazione  e  falsa applicazione degli articoli 1176, 2236, 1218, 2043 e 2049 c.c.,  nonche' dedotto, ai sensi dell'articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, "omesso  esame di  fatti  decisivi  per  il  giudizio  che  sono  stati  oggetto  di discussione tra le parti". La  Corte  territoriale  -  sebbene, nel convocare  a  chiarimenti  i consulenti    d'ufficio,   avesse   preso   atto    delle    critiche dell'appellante  in  ordine  all'assenza  di  prova,   gravante   sul sanitario,  di  un  fatto imprevedibile "capace  di  giustificare  lo scostamento  della  regolarita' causale, ossia  la  soluzione,  senza complicanze,  della patologia per la quale l'attore aveva  deciso  di sottoporsi  all'intervento chirurgico" - non avrebbe,  poi  chiarito, nell'aderire alle conclusioni del supplemento di c.t.u. (criticate da esso appellante), "il perche' dell'assunta inefficienza causale degli accorgimenti  e  tecniche  alternative indicate  dal  consulente"  di parte,   limitandosi   ad  una  apodittica  affermazione   circa   la difficolta'  di "qualsiasi tipo approccio chirurgico" a fronte  della "presenza di importanti segni di flogosi". Il  giudice di appello avrebbe poi mal governato le norme di cui agli articoli  1176, 2236, 1218, 2043 e 2049 c.c., per aver ritenuto  assente la  colpa  in capo ai convenuti, "nonostante la mancanza della  prova positiva    dalle   stesse   offerte   circa   l'esatta    esecuzione dell'intervento  chirurgico per cui e'  causa;  e  cio'  in  evidente contrasto  con l'ordinanza istruttoria emessa dalla stessa  Corte  il 26.10.2010". 2.1.  -  I  motivi terzo e quarto, da esaminarsi congiuntamente,  non possono trovare accoglimento. Anche  le censure con essi veicolate gravitano essenzialmente intorno al vizio di cui dell'articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, giacche' tramite le dedotte violazioni di legge si aggredisce piuttosto il presupposto accertamento in fatto che ricostruisce la fattispecie materiale ancor prima  dell'opera  ermeneutica  di sussunzione  nella  corrispondente fattispecie legale. Peraltro, pure in questo caso le doglianze che evocano una violazione di  legge  non  colgono  l'effettiva ratio decidendi  della  sentenza impugnata, non essendo in essa in discussione la portata del  riparto dell'onere  probatorio  in  materia di responsabilita'  professionale medica,  ne' l'accertamento del nesso causale alla luce della  regola di   funzione  del  "piu'  probabile  che  non"  (in  entrambi   casi armonizzandosi  le  affermazioni della  Corte  territoriale  con  gli enunciati  di  principio  di questa Corte), bensi'  incentrandosi  la motivazione  del  giudice del merito sul concreto  atteggiarsi  della condotta  del  chirurgo, valutandone la portata ai fini del  giudizio sulla esistenza, o meno, della colpa. E, del resto, anche sotto  tale specifico  aspetto  la sentenza di appello si  conforma  in  iure  ai principi della materia, evidenziando come l'apprezzamento, in  quanto correlato   ad  una  prestazione  medica  in  concreto  divenuta   di particolare difficolta', fosse guidato (per tale peculiare profilo di comportamento richiesto al sanitario) dal criterio della colpa  grave di cui all'articolo 2236 c.c.. Nel  resto,  la  motivazione  adottata dalla  Corte  distrettuale  si sottrae  alle  censure  ai sensi del novellato  n.  5  dell'articolo  360 c.p.c., in quanto essa si sviluppa, peraltro ampiamente, in modo  del tutto  intelligibile su tutti i profili fattuali di cui il ricorrente lamenta  l'omesso  esame (segnatamente, rilievo della  complicanza  e condotta tenuta ed esigibile dal chirurgo). 3.  -  Con  il  quinto  mezzo e' denunciata, ai sensi  dell'articolo  360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione dell'articolo 1218 c.c., articoli 13 e 32 Cost. e del "principio di non contestazione". Nella  specie  il  dovere di informazione doveva  ritenersi  violato, anzitutto, sotto il profilo del diritto del paziente, ex articoli 2 e 32 Cost., di "formulare un consenso informato all'intervento" pienamente consapevole, non essendo indicata tra i rischi dell'intervento cui si era  sottoposto  esso     Sc.  la "frattura orbitaria  con  ematoma all'occhio", da cui il conseguente deficit di motilita' oculare. Inoltre,    la    mancata    indicazione   di    detta    complicanza "nell'informativa  sottoposta al paziente"  avrebbe  dovuto  rilevare sotto  il  profilo "della prevedibilita' ed evitabilita'  dell'evento dannoso", per cui solo da un intervento non corretto di uncinectomia, meatomia   media  e  settoplastica  sarebbe  derivata  una   frattura orbitaria. Tanto premesso, la Corte territoriale avrebbe errato nel valutare  il consenso  prestato da esso     Sc.  rispetto ad un modulo  da  esso non  sottoscritto,  cio' che neppure il  Be.   aveva  sostenuto  in giudizio. Inoltre, quanto al modulo di consenso sottoscritto, in esso si faceva riferimento, tra le "complicazioni serie e/o eccezionali", solo  alla "fistola  bucco-nasale" nel caso - non ricorrente nella specie  -  di "deformazione complessa o di origine mal formativa" - e non gia' alla "frattura  orbitaria"; ne' di quest'ultima si faceva  comunque  cenno nel modulo non sottoscritto. Sicche'  il  giudice di appello avrebbe violato le norme indicate  in rubrica,  non  potendo  reputarsi che il  paziente,  nella  descritta situazione,   fosse  stato  consapevolmente  informato,   la'   dove, peraltro, se edotto delle effettive complicanze, "avrebbe sicuramente concordato con il chirurgo", in presenza di "un qualsiasi fattore che rendesse     particolarmente     difficile     l'intervento",     con concretizzazione di "un serio aumento del rischio di lesioni  gravi", che "lo stesso chirurgo avrebbe dovuto arrestare l'intervento". 3.1. - Il motivo non puo' essere accolto. La Corte di appello - non mettendo in dubbio che il consenso prestato dallo      Sc.  non avesse avuto ad oggetto precipuo la complicanza poi  insorta  nel corso dell'intervento chirurgico, bensi'  adducendo che  al  medesimo  paziente erano state prospettate  ben  piu'  gravi conseguenze  (anche con il modulo da esso sottoscritto)  e,  di  qui, presumendone  il  consenso  all'intervento  anche  ove  fosse   stato informato   della  complicanza  meno  grave  -  ha   fatto   coerente applicazione del principio, enunciato da questa Corte con la sentenza n.  2847 del 9 febbraio 2010 (e confermato con le successive sentenze n.  7237 del 30 marzo 2011 e n. 20984 del 27 novembre 2012) - per cui "in tema di responsabilita' professionale del medico, in presenza  di un  atto terapeutico necessario e correttamente eseguito in base alle regole  dell'arte,  dal  quale  siano tuttavia  derivate  conseguenze dannose per la salute, ove tale intervento non sia stato preceduto da un'adeguata  informazione  del paziente  circa  i  possibili  effetti pregiudizievoli non imprevedibili, il medico puo' essere  chiamato  a risarcire  il  danno alla salute solo se il paziente dimostri,  anche tramite  presunzioni, che, ove compiutamente informato, egli  avrebbe verosimilmente   rifiutato  l'intervento,  non   potendo   altrimenti ricondursi  all'inadempimento  dell'obbligo  di  informazione  alcuna rilevanza causale sul danno alla salute". Dunque,  le  proposte censure di violazione di legge non aggrediscono l'effettiva  ratio  decidendi  della sentenza  impugnata,  insistendo sulla  circostanza  (incontestata, ma non  rilevante  ai  fini  della decisione  in  concreto assunta) della mancata puntuale  informazione circa la complicanza poi realmente insorta (frattura orbitaria e  sue conseguenze  pregiudizievoli), tralasciando  di  censurare,  in  modo adeguato  e  concludente l'inferenza che il  giudice  del  merito  ha tratto  dalla  situazione di fatto accertata (meramente  limitandosi, invece, ad addurre come plausibile una contraria inferenza). 4. - Il ricorso, quindi, deve essere rigettato. Posto  che l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato di  cui  e' stato  beneficiario il ricorrente non impedisce la condanna ai  sensi dell'articolo  385 c.p.c., comma 1 (cfr., tra le altre, Cass., 19  giugno 2012,  n.  10053),  lo  stesso     Sc.  va, dunque,  condannato  al pagamento  delle  spese del presente giudizio di  legittimita',  come liquidate   in   dispositivo,   nei  soli   confronti   della   parte controricorrente, essendo risultata inammissibile e priva  di  valida procura  alle liti (come innanzi rilevato) la costituzione in  questa sede del  Be. . Tuttavia,  il ricorrente, proprio in ragione della sua ammissione  al patrocinio  a  spese  dello  Stato, non e'  tenuto  -  nonostante  la sussistenza  dei relativi presupposti - al versamento  dell'ulteriore importo  a  titolo  di contributo unificato previsto  del  Decreto del Presidente della Repubblica  30 maggio  2002,  n.  115,  articolo  13, comma  1-quater  (cfr.,  Cass.,  2 settembre 2014, n. 18523; Cass., 17 luglio 2015, n. 15091).

 

 

P.Q.M.

 

LA CORTE rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle  spese del    presente   giudizio   di   legittimita'   in   favore    della controricorrente  Azienda  Sanitaria  locale  AL,  che   liquida   in complessivi  euro  2.500,00, di cui euro 200,00  per  esborsi,  oltre spese generali ed accessori di legge.

 

Cosi'  deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione  Terza Civile della Corte suprema di Cassazione, il 10 novembre 2015.

 

Depositato in Cancelleria il 16 febbraio 2016