Prepensionamento per lavoratori esposti ad amianto

Non c'è decadenza se si applica la precedente normativa

Prepensionamento amianto: non c'è decadenza per mancata presentazione della domanda all'INAIL se si applica la precedente normativa. Le tesi dell'Avv. Ezio Bonanni sono state finalmente recepite dalla Corte di Cassazione.

Con l'art. 47, Legge 326/2003, ha stabilito che entro il 15.06.2005, i lavoratori esposti ad amianto avrebbero dovuto depositare la domanda all'INAIL.

Nelle pieghe di tale normativa, erano previste delle eccezioni (art. 47, comma 6 bis L. 326/03 e art. 3 comma 132 L. 350/2003). 

Sono fatti salvi i diritti di coloro che: 

  • avevano già depositato la domanda di certificazione all'INAIL prima del 02.10.2003;
  • avevano maturato il diritto a pensione sempre prima del 02.10.2003, anche con l'aggiunta delle maggiorazioni contributive per esposizione ad amianto (37 anni, tenuto conto anche delle maggiorazioni amianto);
  • coloro che rientravano negli altri casi stabiliti di cui all’art.47. comma 6 bis, L.326/2003 e art.3 comma 132, L.350/03.

 

Consulenza legale dell'Avv. Ezio Bonanni

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Le tesi dell'Avv. Ezio Bonanni sono state recepite dalla Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, già con la sentenza n. 24998/2014, e poi confermate dal resto della giurisprudenza della Suprema Corte, tra cui Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, n. 5928/2015.

La sentenza è stata oggetto di disamina e commento da parte dell'Avv. Ezio Bonanni, che ha riepilogato tutta la normativa sui benefici contributivi per esposizione ad amianto con un lavoro che è stato poi pubblicato sulla Rivista Scientifica Giuslavoristica “Il Diritto dei Lavori" diretta da Gaetano Veneto, anno IX, n. 2, luglio 2015 (a partire da pag. 123)

 

*Di seguito Nota a commento: "Benefici contributivi per esposizione ad amianto. La Corte di Cassazione conferma che (a determinate condizioni) non è necessaria la domanda all’INAIL entro il 15.06.2005".

*La IARC, Agenzia dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per la Ricerca sul Cancro, nella sua ultima valutazione del 2012, conferma che l’amianto è un cancerogeno certo in quanto induce il mesotelioma e i tumori al polmone, alla laringe e all’ovaio; inoltre, allo stato delle conoscenze è cancerogeno probabile per i tumori del tratto digerente (faringe, stomaco e colon)[1][1], e causa anche patologie fibrotiche, quali le placche pleuriche, gli ispessimenti pleurici e l’asbestosi, con pesanti ripercussioni anche sull’apparato cardiocircolatorio.

 

Ne sono esposti professionalmente più di 125 milioni di persone[1][2] e le sue fibre causano ogni anno più di 107 mila decessi, solo a tener conto del cancro al polmone e del mesotelioma[1][3] e con una sottostima che è aggravata dal fatto che alcuni Paesi, come quelli asiatici, sono privi di qualsiasi rilevazione dell’impatto dell’amianto sulla salute umana. Di questi decessi, almeno 6 mila avvengono nel nostro Paese[1][4], anche perché, per i lunghi tempi di latenza, il picco massimo è previsto per il 2025/2030; successivamente si prevede un lento calo del numero delle vittime, tenendo conto dell’abbattimento dei livelli di esposizione nei periodi successivi all’entrata in vigore della L. 257/92, anche se non è prevedibile la fine dell’epidemia, poiché non c’è stato un divieto dell’uso dei materiali contenenti amianto già posti in opera, né è stata imposta la bonifica, che se anche fosse ultimata oggi, determinerebbe il prolungarsi dell’epidemia per i prossimi 30/40 anni[1][5].

 

L’Italia, fino alla fine degli anni ’80 è stato il secondo maggior produttore europeo di amianto, dopo l’Unione Sovietica, e nel periodo dal 1945, fino al 1992, vi sono state lavorate 3.748.550 tonnellate di amianto, con il picco di 164.788 tonnellate che si è raggiunto nel 1976, e ancora nel 1987 la produzione era di più di 100 mila tonnellate annue.

 Il fatto che l’amianto fosse dannoso per la salute umana è conoscenza antica: Adelaide Anderson e Lucy Deane, dell’Ispettorato inglese e gallese, già nel 1898 avevano incluso la tessitura dell’amianto tra le lavorazioni più polverose e pericolose ‘per la salute dei lavoratori’ e in Italia il Prof. L. Scarpa[1][6] constatò che tra i 27.000 ammalati di tubercolosi polmonare, curati nel Policlinico Generale di Torino, tra il 1892 e il 1906, soltanto 30 erano stati esposti a polveri e fibre di amianto, per un impiego ancora esiguo nelle lavorazioni, e tra questi, 21 donne e 9 uomini, e presentavano tutti lo stesso quadro clinico caratterizzato dalla virulenza della malattia e dal repentino esito infausto.

 

Il Tribunale di Torino (proc. n. 1197/1906), ha rigettato la domanda risarcitoria di Bender e Martiny e The British Asbestos Company Limited nei confronti dell’Avv. Carlo Pich e del gerente Arturo Mariani, redattori della Rivista Il progresso del Canavese e delle Valli di Stura”, edito a Ciriè, poiché negli articoli pubblicati nei numeri di giugno 1906 non c’era nulla di falso in quanto quella dell’amianto è fra le industrie pericolose […] le particelle […] vengono a ledere le vie delli apparati respiratorii, […] fino al polmone, predisponendole allo sviluppo della tubercolosi, facilitandone la diffusione aumentandone la gravità”. La decisione venne confermata con la Sentenza n. 334 del 28.05.97 della Corte di Appello di Torino, poiché la lavorazione di qualsiasi materia che sprigioni delle polveri [...] aspirate dall'operaio, sia dannosa alla salute, potendo produrre con facilità dei malanni, è cognizione pratica a tutti comune, come è cognizione facilmente apprezzabile da ogni persona dotata di elementare cultura, che l'aspirazione del pulviscolo di materie minerali silicee come quelle dell'amianto [...] può essere maggiormente nociva, in quanto le microscopiche molecole volatilizzate siano aghiformi od almeno filiformi ma di certa durezza e così pungenti e meglio proclivi a produrre delle lesioni ed alterazioni sulle delicatissime membrane mucose dell'apparato respiratorio”. Il regio decreto 442 del 14.06.1909 includeva la filatura e tessitura dell'amianto tra i lavori insalubri o pericolosi.

 

Gli studi sperimentali già negli anni ’30 avevano portato a confermare l’effetto cancerogeno dell’amianto sulla salute umana, e successivamente due studi epidemiologici, nel 1955[1][7], quello di Doll per il polmone e nel 1960[1][8] quello di Wagner e collaboratori per il mesotelioma, e nel corso della conferenza sugli effetti biologici dell’amianto organizzata dalla New York Academy of Sciences, i cui atti furono pubblicati nel 1965, l’intervento del Prof. Irving Selikoff destò tale impressione nella comunità scientifica internazionale da determinare l’unanime consenso scientifico sulla cancerogenicità del minerale[1][9].

Il Legislatore italiano, al di là della normativa di carattere generale (artt. 19, 20 e 21 del DPR 303/56, e art. 377 e 387 del DPR 547/55 e art. 2087 c.c.) non ha dettato norme cautelari specifiche in materia di amianto, fino a quando, per effetto della condanna della Corte di Giustizia dell’Unione Europea con decisione del 13.12.90, a definizione della procedura di infrazione n. 240/89, ha recepito la Direttiva CEE 477/83, che ha dettato le norme sulla “Protezione dei lavoratori contro i rischi connessi con una esposizione all’amianto durante il lavoro”, con il D.L.vo 277/91, fino alla messa al bando del minerale con la L. 257/92, con una parabola che ha messo a nudo notevoli ritardi e sistematiche violazioni in danno dei lavoratori esposti ad amianto, che a decine di migliaia sono deceduti in qualche caso anche con i loro familiari, in seguito alle polveri di amianto che contaminavano gli abiti e le tute[1][10].

 

Con l’art. 13 della L. 257/92, il Legislatore ha stabilito che ai lavoratori esposti all’amianto fossero riconosciute delle maggiorazioni contributive, utili per anticipare la data di maturazione della prestazione, ovvero alla rivalutazione delle prestazioni già in essere, rispettivamente al comma 6 per coloro che avessero lavorato nelle miniere o nelle cave di amianto, con il comma 7 per coloro che avessero contratto malattia professionale in seguito ad esposizione ad amianto, e, con il comma 8, anche per coloro che vi fossero rimasti esposti per oltre 10 anni, purchè in concentrazioni superiori alle 100 ff/ll nella media delle otto ore lavorative, e ciò in ragione del pregiudizio comunque sofferto da questi lavoratori in seguito all’esposizione al cancerogeno, avente natura risarcitoria (Corte di Cassazione, sezione lavoro, ordinanza n. 2351/2015[1][11]).

Tutti i lavoratori esposti ad amianto in concentrazioni superiori alle 100ff/l nella media delle 8 ore lavorative per ogni anno e per oltre 10 anni hanno diritto a vedersi rivalutato l’intero periodo con il coefficiente 1,5, in base all’art. 13 co. 8 L. 257/1992 a titolo di risarcimento per i danni comunque subiti, per le esposizioni alle polveri e fibre di amianto anche in assenza di patologia[1][12], e in chiave preventiva (Corte Cost. Sent. n. 5 del 2000).

 

Gli enti pubblici, e prima di tutto l’INPS, hanno avuto sempre una idiosincrasia nell’applicazione di queste norme, con “palleggio e melina” (così definita da un dirigente medico legale dell’INPS[1][13]), che ha costretto i lavoratori esposti per più di dieci anni a polveri e fibre di amianto, che avrebbero avuto diritto ad andare subito in pensione, ad intraprendere azioni legali, spesso fino all’ultimo grado di giudizio, e in molti casi quando le sentenze sono divenute definitive, avevano già raggiunto l’anzianità massima, ed erano già in pensione.

Si è generato un enorme contenzioso, ed il legislatore è intervenuto più volte, in chiave restrittiva e limitativa, anche per esigenze di finanza pubblica (art. 81 Cost. Corte Cost sent. 376 del 2008), nel quale si inseriscono le modifiche di cui all’art. 47 DL 269/2003, convertito con modificazioni nella legge 326 del 23.11.2003, che non trovano applicazione per tutti i lavoratori esposti ad amianto.

 

Intanto, queste norme si applicano solo per la fattispecie di cui all’art. 13 co. 8[1][14] L. 257/92,e hanno determinato la riduzione del coefficiente ad 1,25, utile ai soli fini della rivalutazione della prestazione pensionistica e non per anticiparne la maturazione (art. 47 co. 1) ed hanno imposto l’ onere di depositare la domanda di certificazione di esposizione all’INAIL, entro 6 mesi dalla pubblicazione del Decreto Ministeriale attuativo (art. 47 co. 5), pena la decadenza dal diritto e quindi per effetto dell’art. 3 co. 2 del D.M. 27/10/2004, entro il 15.06.2005.

 

In sede di conversione, sono state aggiunte delle norme che facessero salve le posizioni di coloro che avessero maturato il diritto o che fossero in mobilità ovvero avessero risolto il rapporto di lavoro, attraverso l’art. 47 co. 6 bis che recita: “Sono comunque fatte salve le previgenti disposizioni per i lavoratori che abbiano già maturato, alla data di entrata in vigore del presente decreto, il diritto di trattamento pensionistico anche in base ai benefici previdenziali di cui all'articolo 13, comma 8, della legge 27 marzo 1992, n. 257, nonché coloro che alla data di entrata in vigore del presente decreto, fruiscono dei trattamenti di mobilità, ovvero che abbiano definito la risoluzione del rapporto di lavoro in relazione alla domanda di pensionamento”. Ad un mese di distanza, il legislatore è intervenuto ancora e ha ampliato le maglie e ha esteso i casi nei quali si applica la nuova normativa, con l’art. 3 co. 132 L. 350/2003, che ha il seguente tenore letterale: “In favore dei lavoratori che abbiano già maturato, alla data del 2 ottobre 2003, il diritto al conseguimento dei benefici previdenziali di cui all’articolo 13, comma 8, della legge 27 marzo 1992, n. 257, e successive modificazioni, sono fatte salve le disposizioni previgenti alla medesima data del 2 ottobre 2003. La disposizione di cui al primo periodo si applica anche a coloro che hanno avanzato domanda di riconoscimento all’INAIL o che ottengono sentenze favorevoli per cause avviate entro la stessa data. Restano valide le certificazioni già rilasciate dall’INAIL”. Queste norme ampliano la portata ed il numero dei casi per i quali non si applicano le nuove disposizioni, ivi compreso il regime decadenziale di cui all’art. 47 co. 1 e co. 5 L. 326/2003, che imponeva la domanda all’INAIL entro 6 mesi dall’entrata in vigore del citato decreto. La Corte di Cassazione, con la sua giurisprudenza ormai consolidata, ha quindi confermato che la precedente disciplina normativa continua ad applicarsi alla quasi totalità dei lavoratori esposti ad amianto: (i) a coloro che fossero già in pensione alla data del 02.10.2003; (ii) a coloro che avessero già risolto il rapporto di lavoro per collocarsi in pensione alla data del 02.10.2003; (iii) a coloro che avessero ottenuto, alla stessa data, la certificazione di esposizione e/o l’accredito delle maggiorazioni dall’INPS (per coloro ai quali si applicava la precedente disposizione si riteneva non fosse necessaria la domanda amministrativa né all’INPS né all’INAIL[1][15]); (iv) nel caso in cui l’avente diritto avesse già depositato la domanda di certificazione all’INAIL[1][16]; (v) nel caso di già avvenuto deposito di domanda all’INPS prima del 02.10.2003 (come confermato da Cass. Sez. Lav. sentenza n. 15008/2005); (vi) negli altri casi stabiliti dall’art. 47 co. 6 bis L. 326/2003 e dall’art. 3 co. 132 L. 350/2003.

 

Nonostante la vastissima platea di lavoratori ai quali continua ad applicarsi la precedente normativa, e per i quali dunque non trova applicazione la decadenza speciale di cui all’art. 47 della L. 326/03, l’INPS continua a sollevare l’eccezione di decadenza, che sa essere infondata, per le lucide ragioni già messe in evidenza dal Tribunale di Civitavecchia[1][17], il quale aveva rilevato come, nel solco tracciato dalla legge (art. 47 co. 6 bis L. 326/03 e art. 3 co. 132 L. 350/03) non potesse trovare applicazione la norma di cui al D.M. 27.10.2004, di fonte regolamentare generale, che contrariamente alla norma di grado superiore, imponeva il deposito della domanda all’INAIL entro il 15.06.2005 a tutti i lavoratori (anche quelli per i quali la nuova normativa non trovava applicazione).

Le tesi che si fondano sul tenore letterale dell’art. 47 L. 326/2003 e dell’art. 3 co. 132 della L. 350/2003, hanno trovato prima autorevole riscontro da parte di altri Giudici di merito e poi delle Corti territoriali, ed infine anche della Corte di Cassazione.

L’INPS di Bolzano ha impugnato le sentenze di primo grado con le quali il Tribunale aveva accolto le tesi giuridiche sostenute dall’Avv. Ezio Bonanni, sul presupposto che l’art. 3 n. 2 del D.M. 27.10.2004 imponesse a tutti i lavoratori, anche a coloro per i quali trovasse applicazione la precedente normativa, il deposito della domanda all’INAIL entro il 15.06.2005.

La Corte di Appello di Trento, Sezione Distaccata di Bolzano, ha rigettato l’appello formulato dall’INPS, uniformandosi alla giurisprudenza della Corte di Cassazione, rispettivamente con la sentenza n. 15/2015, che ha definito il giudizio n. 63/2013 e con la sentenza n. 19/2015, che ha definito la causa RG 62/2013.

Infatti, nelle more, la Corte di Cassazione, sezione lavoro, si è definitivamente pronunciata sulla fattispecie, prima con la sentenza 24998 del 2014 (che ha annullato la decisione di rigetto dell’appello avverso la sentenza del Tribunale di Napoli che aveva dichiarato la decadenza per mancato deposito di domanda all’INAIL entro il 15.06.2005 per un lavoratore pensionato prima del 02.10.2003), e poi con la sentenza n. 5928/2015, che, pur rigettando il ricorso avanzato dall’Avv. Ezio Bonanni (per un lavoratore che alla data del 02.10.03 non aveva ancora maturato il diritto ai benefici amianto e non aveva presentato la domanda all’INAIL entro il 15.06.2005), ha ribadito che per tutti gli altri casi la domanda all’INAIL entro il 15.06.2005 non è necessaria e che la giurisprudenza deve intendersi ormai consolidata.

Questa questione non è di poco conto, perché sono centinaia di migliaia i lavoratori esposti ad amianto che alla data del 02.10.03 avevano maturato il diritto, nei termini di cui all’art. 47 co. 6 bis della l. 326/03 e art. 3 co. 132 della l. 350/03, che non possono considerarsi decaduti e possono ancora agire in giudizio per ottenere la maggiorazione contributiva con il coefficiente 1,5 utile per il prepensionamento, ovvero per rivalutare la prestazione pensionistica se già in godimento. L’art. 3 n. 2 del DM 27.10.2004 ha natura giuridica di regolamento generale, che non può essere in contrasto con la legge dello Stato e quindi non può trovare applicazione in tutti quei casi in cui si applica la precedente normativa.

 

È stato, infatti, di recente ritenuto da Cass. 25.11.2014 n. 24998 e Cass. 25.03.2015 n. 5928 ed ex multis che il DM 27.10.2004, allorché ha previsto all’art.1 l’obbligo di presentazione della domanda di cui all’art. 3 entro il termine di 180 giorni, a pena di decadenza, dalla data di entrata in vigore del presente decreto” (15.06.2005), non potesse che muoversi nel solco tracciato dalla legge, con la conseguenza che essendo fonte meramente attuativa, quando trovi applicazione il regime antecedente la riforma del 2003, l’interessato non è soggetto al termine decadenziale (180 giorni) introdotto dal DL 269/03, che interessa solo determinate categorie di lavoratori.

In sostanza, il decreto ministeriale quando fa riferimento al termine di 180 giorni ai lavoratori ai quali si applica la disciplina previgente per effetto, in particolare, del comma 6 bis dell’art. 47 della legge 24.11.2003 n. 326 (e cioè a coloro che abbiamo già maturato, alla data del 02.10.2003, il diritto al conseguimento dei benefici previdenziali di cui all’art. 13 co. 8 L. 27.03.1992 n. 257, ha introdotto - quale fonte secondaria avente un ambito limitato alla mera attuazione della disciplina specifica di cui al DL 269/03 - un istituto eccezionale quale è appunto la decadenza speciale in contrasto con la fonte primaria, che peraltro non prevede espressamente che la fonte secondaria possa avere una portata innovativa rispetto all’assetto già delineato, ed anzi, è in contrasto con l’art. 47 co. 6 bis, norma aggiunta in sede di conversione).

 

Come già chiarito dal Tribunale di Civitavecchia[1][18], il D.M. quando all’art. 3 n. 2 impone il deposito della domanda all’INAIL anche per quei lavoratori per i quali si applica la precedente normativa è in contrasto con l’art. 47 co. 6 bis della l. 326/03 e dell’art. 3 co. 132 della l. 350/03, e quindi questa norma regolamentare deve essere disapplicata dal Giudice ordinario.

Infatti, la salvezza delle previgenti disposizioni non riguarda soltanto la disciplina sostanziale dei benefici (e cioè il coefficiente 1,5, utile anche per maturare anticipatamente il diritto a pensione), ma anche gli adempimenti formali per il loro conseguimento. La Corte di Cassazione stabilisce dunque che per tutti i casi ricadenti nella “previgente disciplina” in virtù di espressa previsione di legge, non è alla decadenza “speciale” di cui al DL 269/03 (con riguardo alla domanda INAIL) che occorre fare riferimento, ma a quella generale di cui all’art. 47 del DPR 30.04.1978 n. 639, come convertito dall’art. 4 del Decreto 19.09.1992 n. 384, convertito, con modificazioni, dalla legge 14.11.1992 n. 438 (con riguardo alla domanda all’INPS). Tant’è vero che la Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, con sentenza n. 24998/04 ha così stabilito:

 

Ma la suddetta natura di fonte meramente attuativa ha come conseguenza ulteriore che, quando trovi applicazione il regime antecedente la riforma del 2003, l'interessato non è soggetto al termine decadenziale (180 gg.) introdotto dal D.L. n. 269 del 2003, che interessa solo determinate categorie di lavoratori.

Il D.M., in sostanza, riferendo il termine di 180 giorni anche ai lavoratori ai quali si applica la disciplina previgente per effetto, in particolare, della L. 24 novembre 2003, n. 326, art. 47, comma 6 bis (e cioè a coloro che abbiano già maturato, alla data del 2 ottobre 2003, il diritto al conseguimento dei benefici previdenziali di cui alla L. 27 marzo 1992, n. 257, art. 13, comma 8) ha introdotto - da fonte secondaria avente un ambito di contenuti limitato alla mera attuazione della specifica disciplina introdotta con il D.L. n. 269 del 2003 - un istituto eccezionale (quale è sicuramente la decadenza speciale) in contrasto con la fonte primaria (che, da una parte, non prevede espressamente la possibilità per tale fonte secondaria di una portata innovativa rispetto all'assetto ordinamentale come delineato negli aspetti principali e, dall'altra, non solo non prevede analoga decadenza speciale ma anzi contiene una espressa previsione di esclusione - art. 47, comma 6 bis cit.).

 

Laddove il D.M. ha, dunque, adottato una disposizione in contrasto con il contenuto dello stesso art. 47 e con il regime transitorio da quest'ultimo previsto, lo stesso deve essere disapplicato.

 

Con riguardo alla fattispecie in esame va allora ritenuto che, ricadendo la stessa nella "previgente disciplina" in virtù di espressa previsione di legge, non è alla decadenza "speciale" di cui al D.L. n. 269 del 2003 che occorre fare riferimento ma a quella "generale" di cui al D.P.R. 30 aprile 1979, n. 639, art. 47 come sostituito dal D.L. 19 settembre 1992, n. 384, art. 4 convertito, con modificazioni, dalla L. 14 novembre 1992, n. 438, (che, come da questa Corte già da tempo precisato, per l'ampio riferimento alle "controversie in materia di trattamenti pensionistici", si riferisce a tutte le pretese azionate dall'interessato contro l'I.N.P.S. in tale materia, e quindi anche a quelle nelle quali sia in discussione non solo la quantificazione delle prestazioni richieste, ma precipuamente l'esistenza stessa del diritto fatto valere - cfr. Cass. 5 aprile 2004, n. 6646 -, pretese tra cui rientra anche la richiesta di rivalutazione dei contributi previdenziali e dei correlati benefici in termini di "quantità" del trattamento pensionistico - cfr. Cass. 19 maggio 2008, n. 12685; Cass. 29 marzo 2011, n. 7138; Cass. 31 maggio 2011, n. 12052; Cass. 8 giugno 2012, n. 9348 e numerose altre successive -).

 

Le Corti territoriali (tra cui anche la Corte di Appello di Trento, anche nella sua sezione distaccata di Bolzano, ha avvalorato le tesi espresse dell’Avv. Ezio Bonanni rispettivamente con decisione due decisioni dell’11.03.2015 - procedimento n. 62/2013, estensore Dott.ssa Claudia Montagnoli e n. 63/2013, estensore Dott. Lukas Bonell - ), al pari della Corte di Cassazione, hanno ormai affermato in modo granitico che deve essere disapplicata la norma di cui all’art. 3 co. 2 del D.M. 27.10.2004, che sembrerebbe imporre l’onere della domanda all’INAIL anche per coloro ai quali non si applica la nuova normativa: infatti “alla natura di fonte meramente attuativa [del Decreto Ministeriale]consegue che solo quando trovi applicazione il regime antecedente la riforma del 2003, l’interessato non sia soggetto al termine decadenziale (180 giorni) introdotto dal D.l. n. 269/03, che interessa, pertanto, solo determinate categorie di lavoratori (in tal senso, v., da ultimo, Cass. 24998/2014 cit. e altre numerose conformi)” (Corte di Cassazione, sezione VI^, ordinanza 17.04.2015, n. 7885). Il fatto che la Corte di Cassazione continui a pronunciarsi in questi termini autorizza a pensare che l’orientamento si sia ormai consolidato e che si irreversibile e che pertanto non possano più trovare accoglimento quelle eccezioni dell’INPS, ormai di natura solo dilatoria, che se e quando ancora sollevate non potranno più trovare accoglimento da parte dei Giudici di merito, i quali dovranno quindi riconoscere il diritto al risarcimento contributivo per esposizione ad amianto a quei lavoratori che ne sono rimasti professionalmente esposti per oltre 10 anni a concentrazioni superiori alle 100 ff/ll nella media delle otto ore lavorative, per ogni anno e per oltre 10 anni, anche nel caso in cui non abbiano depositato all’INAIL la domanda di certificazione di esposizione ad amianto entro il 15.06.2005, in tutti quei casi in cui trovi applicazione la precedente e più favorevole disciplina di cui all’originaria formulazione dell’art. 13 co. 8 L. 257/92. Per i lavoratori esposti ad amianto, per più di 10 anni, ma che alla data del 02.10.2003 non avevano ancora maturato il diritto, ovvero non fossero nelle condizioni stabilite dalle norme di cui all’art. 47 co. 6 bis L. 326/2003 e art. 3 co. 132 della L. 350/2003, e che quindi debbono considerarsi decaduti per non aver depositato la domanda di certificazione all’INAIL entro il 15.06.2005, e ove non avessero alcun danno biologico, anche minimo, perché in quel caso troverebbe applicazione l’art. 13 co 7 L. 257/92, al quale non si applica il termine di decadenza, di cui all’art. 47 L. 257/92, sono comunque legittimati a far valere il loro diritto ad ottenere il risarcimento del danno agendo in giudizio direttamente nei confronti della Presidenza del Consiglio dei Ministri, per far valere il tardivo ricevimento della direttiva 477/83/CE, in base ai principi di cui a SS. UU., Sentenza n. 9147/2009, ovvero la conclamata violazione delle norme di cui all’art. 32 della Costituzione, che ha determinato una lesione grave di diritti che hanno proprio nella Carta Costituzione, oltre che nelle norme internazionali, la loro tutela. Infatti, la Corte ha ormai concluso che il beneficio per esposizione ad amianto non costituisce una prestazione pensionistica, bensì un risarcimento che si lega al fatto dell’esposizione all’amianto (Cass. Civ. Sez. VI, Lav. Sent. 09/02/2015 n. 2351) che di per sé, come abbiamo visto, e come purtroppo dimostra il tragico bilancio in termini di vite umane, reca danni irreversibili alla salute, perché le fibre rimangono nell’organismo umano per tutta la vita, provocando fenomeni infiammatori e precancerosi se non proprio dei tumori conclamati, quasi sempre, purtroppo, ad esito infausto. Non rimane che l’auspicio di un risveglio delle coscienze e delle istituzioni, anche internazionali, per la messa la bando dell’amianto nel resto del Pianeta, e per la bonifica in Italia, così che possa essere sconfitta l’epidemia di patologie asbesto correlate così da realizzare quel precetto fondamentale di tutela della salute del singolo e della collettività, e con esso della dignità della persona umana, affinchè la dignità della persone e il bene di tutti prevalgano sulla sede di profitto di pochi. Investire sulla salute, anche attraverso un programma di ammodernamento infrastrutturale e del sistema industriale in Italia, eviterebbe future malattie e future morti, ed anche risparmi in termini di spesa sanitaria, previdenziale ed assistenziale, oltre che in termini di costi umani e sociali, e si potrebbe coniugare il progresso anche economico, con la virtuosa tutela della dignità della persona umana. 


 

[1][1] International Agency for Research on Cancer - World Health Organization IARC monographs on the evaluation of carcinogenic risks to humans - Vol. 100C “arsenic, metals, fibres, and dusts volume 100 C - A review of human carcinogens” ASBESTOS - Lyon, France - 2012.

 

[1][2] Concha-Barrientos M, Nelson D, Driscoll T, Steenland N, Punnett L, Fingerhut M et al. Chapter 21. Selected occupational risk factors. In: Ezzati M, Lopez A, Rodgers A, Murray C, editors. Comparative quantification of health risks: global and regional burden of disease attributable to selected major risk factors. Geneva: World Health Organization; 2004:1651–801 (http://www.who.int/healthinfo/global_burden_disease/cra/en/, accessed 11 March 2014).

 

[1][3] Driscoll T, Nelson DI, Steenland K, Leigh J, Concha-Barrientos M, Fingerhut M et al. The global burden of non-malignant respiratory disease due to occupational airborne exposures. Am J Ind Med. 2005;48(6):432–45.

 

[1][4] La stima di 6 mila morti si ottiene considerando che il RENAM registra più di 1.500 decessi per mesotelioma ogni anno, tenendo conto che le morti per cancro al polmone sono circa il doppio di quelle causate dal mesotelioma (e quindi più di 3 mila), e tenendo conto delle altre patologie tumorali e di quelle non neoplastiche.

 

[1][5] L’unico strumento per mettere fine al fenomeno epidemico indotto dall’esposizione ad amianto è la bonifica che evita le esposizioni e quindi le future patologie e quindi i futuri decessi.

 

[1][6] L.Scarpa, Lavori dei Congressi di Medicina Interna- Industria dell’amianto e tubercolosi (XVIII Congresso tenuto in Roma nell’ottobre 1908), Roma marzo 1909.

 

[1][7] Doll, Mortality from lung cancer in asbestos workers. Br J Ind Med 1955; 12:81-6

 

[1][8] Wagner et alii; Diffuse pleural mesothelioma and asbestos exposure in the North Western Cape Province. Br J Ind Med 1960;17:260-71

 

[1][9] Enterline PE. Changing attitudes and opinions regarding asbestos and cancer 1934-1965. Am J Ind Med 1991;20(5):685-700

 

[1][10] Così anche il Dott. Iacoviello, Sostituto Procuratore Generale della Corte di Cassazione nel processo Eternit, in Schema della requisitoria pronunciata avanti alla Sezione I penale della Corte di cassazione nel processo Eternit – 19 novembre 2014, in Dir. Pen. Cont., 21 novembre 2014.

 

[1][11] Cass. civ. Sez. VI - Lavoro, Sent., 09-02-2015, n. 2351:La giurisprudenza di legittimità è, dunque, ormai attestata sulla configurabilità del beneficio della rivalutazione contributiva della posizione assicurativa come un diritto autonomo rispetto al diritto a pensione (solo questo primario ed intangibile - Cass., sez. un., 10 giugno 2003, n. 9219 -) che sorge in conseguenza del "fatto" della esposizione ad amianto e determina una maggiorazione pensionistica avente in un certo qua modo natura risarcitoria, e ciò perchè nel sistema assicurativo - previdenziale la posizione assicurativa, nonostante la sua indubbia strumentalità, "costituisce una situazione giuridica dotata di una sua precisa individualità", potendo spiegare effetti molteplici, anche successivamente alla data del pensionamento, e costituire oggetto di autonomo accertamento.

 

[1][12]Il danno sussiste, in quanto, l’esposizione attiva i fenomeni infiammatori, che oltre alle patologie fibrotiche innescano la cancerogenesi.“Aspirin delays mesothelioma growth by inhibiting HMGB1-mediated tumor progression”, di H Yang*,L Pellegrini, A Napolitano, C Giorgi, S Jube1, A Preti, CJ Jennings, F De Marchis, EG Flores, D Larson, I Pagano, M Tanji, A Powers, S Kanodia, G Gaudino, S Pastorino, HI Pass, P Pinton, ME Bianchi and M Carbone. Conforme Corte Cost., Sent. n. 5 del 2000 e n. 127 del 2002, e Corte di Cass. Sez. Lav., Sent. n. 4913 del 2001, fermo restando che il diritto al risarcimento del danno sussite anche in assenza di lesione psicobiologica, a titolo di pregiudizio morale (Cassazione Civile, SS.UU., sentenza 21/02/2002 n° 2515. Conforme Corte di Cass. Civ., Sez. III, (Ud. 7/04/2009, Dep. 13/05/2009), Sentenza n. n. 11059.

 

[1][13]  M.M. Covello, La ctu in materia di richiesta di benefici previdenziali per pregressa esposizione ad amianto, cit. [ma in Inf. prev., 2007, 589 e ss.], in cui precisa «gli operatori hanno riscontrato una gestione assolutamente burocratica del percorso valutativo operato dai consulenti caratterizzata da laboriose e costose controversie con palleggio e melina tra gli Enti previdenziali che si traducono in gravi ripercussioni in termini di costi gravanti sulla collettività». Ne fa riferimento Roberto Riverso nel suo lavoro “Amianto, dipendenti pubblici e militari: l’insostenibile disparità di trattamento”, pubbl. in Il Lavoro nella giurisprudenza n. 7/2013, IPSOA Ed.

 

[1][14] La norma sulla decadenza è dettata solo per le fattispecie di cui all’art. 13 co. 8 L. 257/92, per effetto dell’ar.t 47 co. 1 L. 326/03, e quindi non trova applicazione negli altri casi, come per esempio per le fattispecie di cui all’art. 13 co. 7 L. 257/92 (oltre che anche per i lavoratori soltanto esposti ad amianto, nei casi di cui agli artt. 47 co. 6 bis l. 326/03 e art. 3 co. 132 della L. 350/03. 

[1][15] Cass. Sez. Lav., sentenza n. 21862/ 2004; Corte Costituzionale, sentenza n. 376/2008. Successivamente, nel 2012 la Corte di Cassazione ha modificato la sua giurisprudenza e ha ritenuto che per ottenere l’accredito della maggiorazioni amianto fosse comunque necessaria una specifica domanda amministrativa anche distinta da quella di pensione (Cass. 11399 e 11400 del 2012 ed ex multis).

 

[1][16] Dovendosi per di più ritenere illogico che ci fosse l’obbligo di deposito di una nuova domanda quando già era in corso un procedimento di certificazione (Tribunale di Civitavecchia, sentenza n. 743/2012; Corte di Appello di Trento, sez. dist. di Bolzano, sent. n. 15/2015, che ha definito il giudizio n. 63/2013 e sent. n. 19/2015 che ha definito la causa RG 62/2013.

 

[1][17] Tribunale di Civitavecchia, sezione lavoro, sentenza n. 743 del 27.09.2012 (Giudice Dott. Francesco Colella), già oggetto di pubblicazione in “Diritto dei lavori”, anno VI, n. 3, ottobre 2012, pag. 117 e seguenti, con la nota di Ezio Bonanni che aveva sostenuto le tesi oggetto di accoglimento da parte del Tribunale.

 

[1][18] Tribunale di Civitavecchia, sezione lavoro, sentenza n. 743 del 27.09.2012